27 MARZO 2015
Geopolitical Weekly n.176
DI Veronica Castellano e Lorenzo Marinone

Sommario: Libia, Nigeria, Ucraina, Yemen

 

Libia

Il Generale Khalifa Haftar, a capo del conglomerato di milizie alleate del governo secolarista di Tobruk, ha lanciato giovedì 19 marzo un’offensiva su Tripoli. L’obiettivo dichiarato è riprendere il controllo della capitale libica, dove è insediato il governo islamista di al-Hasi, difeso dalle milizie di Alba Libica, organizzazione ombrello che comprende fra gli altri la Forza Scudo e i gruppi attivi a Misurata. L’attacco è avvenuto nel contesto di Operazione Dignità, offensiva militare che Haftar aveva lanciato lo scorso ottobre, inizialmente diretta contro le sole città orientali di Derna e Bengasi, in mano a diversi gruppi jihadisti. L’offensiva è iniziata con raid aerei che hanno colpito gli aeroporti di Mitiga e Zuwara. Venerdì 20 le milizie di Zintan, alleate di Haftar, hanno dato il via a un’offensiva di terra. Nonostante la situazione sul campo non sia del tutto chiara, sembra che l’attacco si sia concentrato su al-Aziziyah, appena a sud di Tripoli, e in direzione di al-Zawiyah, città costiera fra la capitale e Zuwara, ma con scarsi risultati in entrambi i casi. L’obiettivo immediato sembra essere l’indebolimento delle milizie islamiste che controllano gli aeroporti di Tripoli, in modo tale da poter cercare un’offensiva su questi snodi strategici. Haftar, infatti, in questo momento può contare in Tripolitania soltanto su operazioni aeree (effettuate con i pochi MiG-21 e MiG-23 a sua disposizione), mentre le sue forze di terra sono ancora concentrate in Cirenaica, dalla parte opposta della Libia. I suoi unici alleati in teatro, le milizie di Zintan, risultano per il momento insufficienti. L’attacco su Tripoli, però, arriva in concomitanza con la ripresa dei negoziati di pace, condotti dal mediatore dell’ONU Bernardino Leon con lo scopo di riunire i due Governi attualmente esistenti in un unico esecutivo di unità nazionale, in modo tale da isolare le forze jihadiste e permettere al Paese di dialogare con una sola voce con la Comunità Internazionale. E certo, però, l’azione di Haftar non aiuta nella ricerca di un compromesso. 

Nigeria

Alla vigilia delle elezioni presidenziali del 28 marzo la Nigeria viene nuovamente colpita dalla violenza di Boko Haram, che il 24 marzo ha ucciso circa 50 persone e rapito 400 tra donne e bambini a Damasak, città dello Stato del Borno al confine settentrionale con il Niger. La città di Damasak era stata riconquistata a inizio mese dalle truppe ciadiane e nigerine, in un’offensiva della Multinational Joint Task Force (MJTF), la missione multinazionale anti-terrorismo attuata dai governi di Ciad, Niger, Nigeria e Camerun indirizzata a confinare i miliziani nelle regioni nord-orientali della Nigeria. In occasione delle elezioni presidenziali, già posticipate dallo scorso 14 febbraio per questioni di sicurezza legate all’imperversare degli attentati di Boko Haram nel nord est del Paese, sarà interdetta la circolazione di veicoli (eccetto mezzi di soccorso) e operata la chiusura dei confini in tutta la Nigeria. Tuttavia, resta incerta la questione del voto nelle zone colpite dall’offensiva bokoharamista, anche in luce delle violenze etnico-settarie che generalmente accompagnano gli appuntamenti elettorali nazionali. In un clima già teso per la recente dichiarazione di fedeltà di Boko Haram allo Stato Islamico di Abu Bakr al-Baghdadi, un’eventuale riconferma del Presidente uscente Goodluck Jonathan, leader del Partito Democratico Popolare (PDP), di religione cristiana ed etnia Igbo, rischierebbe di far esplodere le tensioni interne a causa del mancato rispetto della consuetudinaria alternanza tra presidenti cristiani e appartenenti alle etnie meridionali (Yoruba e Igbo) e presidenti musulmani appartenenti alle etnie settentrionali (Hausa-Fulani). L’eventuale ulteriore radicalizzazione delle posizioni della comunità islamica del nord della Nigeria potrebbe essere sfruttata da Boko Haram per accrescere il proprio bacino di reclutamento e nonché le spettro delle proprie operazioni.

Ucraina

Alla vigilia delle elezioni presidenziali del 28 marzo la Nigeria viene nuovamente colpita dalla violenza di Boko Haram, che il 24 marzo ha ucciso circa 50 persone e rapito 400 tra donne e bambini a Damasak, città dello Stato del Borno al confine settentrionale con il Niger. La città di Damasak era stata riconquistata a inizio mese dalle truppe ciadiane e nigerine, in un’offensiva della Multinational Joint Task Force (MJTF), la missione multinazionale anti-terrorismo attuata dai governi di Ciad, Niger, Nigeria e Camerun indirizzata a confinare i miliziani nelle regioni nord-orientali della Nigeria. In occasione delle elezioni presidenziali, già posticipate dallo scorso 14 febbraio per questioni di sicurezza legate all’imperversare degli attentati di Boko Haram nel nord est del Paese, sarà interdetta la circolazione di veicoli (eccetto mezzi di soccorso) e operata la chiusura dei confini in tutta la Nigeria. Tuttavia, resta incerta la questione del voto nelle zone colpite dall’offensiva bokoharamista, anche in luce delle violenze etnico-settarie che generalmente accompagnano gli appuntamenti elettorali nazionali. In un clima già teso per la recente dichiarazione di fedeltà di Boko Haram allo Stato Islamico di Abu Bakr al-Baghdadi, un’eventuale riconferma del Presidente uscente Goodluck Jonathan, leader del Partito Democratico Popolare (PDP), di religione cristiana ed etnia Igbo, rischierebbe di far esplodere le tensioni interne a causa del mancato rispetto della consuetudinaria alternanza tra presidenti cristiani e appartenenti alle etnie meridionali (Yoruba e Igbo) e presidenti musulmani appartenenti alle etnie settentrionali (Hausa-Fulani). L’eventuale ulteriore radicalizzazione delle posizioni della comunità islamica del nord della Nigeria potrebbe essere sfruttata da Boko Haram per accrescere il proprio bacino di reclutamento e nonché le spettro delle proprie operazioni.

Yemen

Giovedì 26 marzo l’Aeronautica saudita ha iniziato a bombardare alcune aree attigue alla capitale yemenita Sanaa, con l’obiettivo di neutralizzare le principali postazioni dei ribelli sciiti Houthi. Insieme a Riyadh partecipano all’intervento anche Giordania, Kuwait, Bahrain, Qatar e Sudan, mentre Pakistan, Egitto e Marocco potrebbero entrare a breve nella coalizione. L’offensiva saudita è iniziata quando le milizie degli Houthi, la cui roccaforte è nella regione settentrionale di Saada, hanno raggiunto Aden, nel sud dello Yemen, dove si era rifugiato il Presidente Hadi. I ribelli hanno occupato l’aeroporto di Aden e la vicina la base militare di al-Anad, ma già nei giorni passati avevano compiuto dei raid aerei contro il palazzo presidenziale. Hadi, che mercoledì 25 aveva sollecitato un intervento dell’ONU, ha abbandonato la sua residenza, ma al momento non è chiaro se abbia lasciato il Paese o si trovi ancora ad Aden. Gli Houthi hanno esercitato un’influenza crescente sulla vita politica dello Yemen da settembre, quando avevano occupato Sanaa, ma l’Arabia Saudita non aveva dato segno di voler intervenire militarmente. L’offensiva di questi giorni, per il momento limitata a raid aerei, potrebbe invece comprendere anche un intervento via terra, necessario per garantire l’effettivo controllo del territorio, dato che artiglieria e carri armati sauditi sono già schierati al confine con lo Yemen. La tempistica dell’intervento fa ipotizzare che Riyadh abbia trovato solo ora una qualche forma di accordo con Hadi, dopo aver appositamente lasciato deteriorare la situazione. Finora il Presidente yemenita aveva continuato a mantenere rapporti con il partito islamista Islah, che fa riferimento alla confederazione tribale degli Hashid, la stessa che ha garantito per decenni l’appoggio all’ex Presidente Saleh destituito nel 2012. Hadi, minacciato dall’avanzata degli Houthi, potrebbe aver acconsentito a sviluppare politiche più aderenti agli interessi sauditi in cambio di un intervento risolutivo. Per Riyadh questo significherebbe estendere il proprio controllo sulle politiche yemenite e ridurre ai minimi termini l’insorgenza sciita nel sud della Penisola. A questo riguardo, l’intervento della coalizione promossa dall’Arabia Saudita, costituita da Stati a larghissima maggioranza sunnita, potrebbe ricondurre il confronto verso la tradizionale contrapposizione sunniti-sciiti. L’intervento saudita mette anche in luce come il contrasto ad al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), radicata da anni nelle zone centro-orientali dello Yemen anche nelle aree di confine, sia considerato meno prioritario della possibilità di esercitare la propria influenza sulla vita politica del Paese.