13 MARZO 2015
Geopolitical Weekly n.174
DI Veronica Castellano e Lorenzo Marinone

Sommario: Iraq, Israele, Mali, Nigeria

 

Iraq

Le milizie dello Stato Islamico (IS) fra mercoledì 11 e giovedì 12 marzo hanno perso il controllo di gran parte della città irachena di Tikrit, situata circa 150 chilometri a nord-ovest della capitale, in seguito all’offensiva guidata dalle forze governative di Baghdad. Tikrit, capitale della provincia di Salahuddin a maggioranza sunnita e città natale di Saddam Hussein, era caduta in mano all’IS nel giugno dell’anno scorso e veniva considerata una delle roccaforti del Califfato in Iraq insieme a Mosul.
Un ruolo fondamentale nell’offensiva sulla città, iniziata all’inizio di marzo, è stato svolto dalle milizie sciite appoggiate dall’Iran e coordinate dalla Forza Quds, una divisione dei Pasdaran specializzata in operazioni extraterritoriali e guidata dal generale Qasem Soleimani. Le truppe iraniane, forti di un addestramento superiore alle Forze Armate irachene, hanno guidato l’intera operazione e sono state schierate in prima linea. L’offensiva su Tikrit, condotta lungo 3 direttrici per concludere l’accerchiamento, è stata rallentata dall’IS che prima ha fatto saltare il principale ponte sul fiume Tigri e poi si è difeso minando le strade. Tuttavia lo IS ha perso ormai il controllo di gran parte dei quartieri e delle principali infrastrutture e non appare in grado di reagire efficacemente all’avanzata delle milizie sciite.
L’operazione è stata condotta senza l’ausilio di copertura aerea da parte della Coalizione Internazionale guidata dagli Stati Uniti, impegnata da agosto a fianco dell’Esercito iracheno e dei combattenti Peshmerga nel contrasto allo Stato Islamico. Benché gli USA ufficialmente abbiano dichiarato che all’inizio dell’offensiva su Tikrit nessuna richiesta di supporto è arrivata da Baghdad, è probabile che a frenare le operazioni della Coalizione nell’area sia sstata la mancanza di volontà politica da parte americana di coordinarsi con gli iraniani impegnati sul campo. L’ipotesi di una cooperazione militare “di punto” fra Washington e Teheran, infatti, contrasta nettamente con lo stato dei rapporti ufficiali fra i due Paesi, interrotti dopo la deposizione dello Scià e la salita al potere di Khomeini nel 1979 e, negli ultimi anni, messi a dura prova dalla questione del nucleare, nonostante le aperture degli ultimi mesi.

Israele

Venerdì 6 marzo, Mohammed Salaimeh, un palestinese residente a Gerusalemme Est, ha investito con la sua auto un gruppo di persone in attesa alla fermata Shimon HaTzadik del tram, situata su una delle strade principali della parte della città a maggioranza araba. Almeno sette persone sono rimaste ferite, fra cui sei soldatesse israeliane in forza alla Guardia di Frontiera. Secondo la testimonianza della polizia israeliana, l’uomo sarebbe poi sceso dall’auto e avrebbe tentato di accoltellare i passanti, prima di essere ferito e bloccato dalle Forze dell’ordine.
Le autorità israeliane hanno parlato chiaramente di attentato terroristico. Non sembra infatti scelta a caso la data, ovvero lo stesso giorno in cui si celebra la festività ebraica di Purim. Neppure zona e modalità di esecuzione sono nuove, dato che già fra ottobre e novembre scorsi si erano verificati attentati simili, proprio in questa parte di Gerusalemme Est.
Il gesto di Salaimeh è avvenuto in un momento in cui i rapporti fra l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e Israele sono particolarmente tesi. Tel Aviv ha congelato una tranche delle tasse (che spettano all’ANP, ma vengono raccolte da ufficiali israeliani), a causa della decisione del Premier palestinese Mahmud Abbas di aderire alla Corte Penale Internazionale. Tali imposte, la cui riscossione è regolata dagli accordi di Oslo, sono infatti essenziali affinché l’ANP possa garantire i servizi di base nelle zone sotto la sua amministrazione.
In un crescendo di mosse e contromosse, proprio giovedì 5 le autorità palestinesi della Cisgiordania avevano annunciato la sospensione della coordinazione sulla sicurezza con Israele. Se ciò avvenisse, la prevenzione di eventuali attentati diventerebbe ancora più difficile. Gli ufficiali israeliani preposti alla sicurezza, però, hanno fatto sapere che all’annuncio dell’ANP non sono seguiti i fatti, quindi la cooperazione sta andando avanti. La questione della sicurezza è più che mai centrale in queste settimane, poiché il 17 marzo si terranno le elezioni anticipate in Israele per il rinnovo della Knesset.

Mali

Un compound della missione ONU in Mali (MINUSMA) è stato attaccato nella notte fra sabato 7 e domenica 8 marzo. La base si trova alla periferia del capoluogo della provincia settentrionale di Kidal, teatro di molteplici scontri e attentati da parte di diversi gruppi jihadisti negli ultimi anni. L’attacco è stato condotto con l’ausilio di alcune decine di razzi, causando la morte di un peacekeeper ciadiano e il ferimento di altri 8.
Kidal è obiettivo di frequenti attentati, intensificatisi soprattutto in seguito all’arrivo delle truppe francesi all’inizio del 2013, intervenute per bloccare la rivolta di gruppi di separatisti tuareg alleati con milizie jihadiste, mentre è la prima volta che viene colpita la città meridionale di Bamako. Nella capitale infatti è avvenuto un secondo attentato, in simultanea con quello di Kidal. Secondo la ricostruzione delle forze di sicurezza, almeno due uomini armati e a volto coperto hanno fatto irruzione nel ristorante La Terrasse, situato nel trafficato quartiere della vita notturna e frequentato da cittadini stranieri, soprattutto occidentali, e aperto il fuoco sugli avventori, per poi fuggire in auto e coprire la fuga con il lancio di granate. Il bilancio finale è di 5 vittime, di cui 3 maliani, un francese e un ufficiale belga dell’ONU, oltre a 9 feriti di cui 2 membri di MINUSMA.
L’attentato di Bamako è stato rivendicato da al-Mourabitun (Le Sentinelle), gruppo jihadista composto da arabi e tuareg e guidato da Mokhtar Belmokhtar, ex comandante di al-Qaeda nel Maghreb Islamico e responsabile dell’attacco agli impianti gasiferi di In Amenas nel gennaio 2013 e alle miniere di uranio della francese Areva in Niger pochi mesi dopo.
L’attacco di al-Mourabitoun, gruppo terroristico che aveva preso parte al conflitto contro le autorità centrali del Mali nel 2013, quando era parte integrante del Movimento per l’Unità e il Jihad (MUJAO) arriva in concomitanza con i negoziati di pace in corso in queste settimane ad Algeri, vero obiettivo del gruppo jihadista. L’attentato potrebbe rappresentare un ulteriore elemento di ostacolo nel già complesso livello di trattative fra il governo di Bamako e i diversi gruppi separatisti tuareg.

Nigeria

Sabato 7 marzo Boko Haram ha giurato fedeltà allo Stato Islamico (IS) di Abu Bakr al-Baghdadi e inviato un messaggio di fratellanza ad Ayman al-Zawahiri, maggiore esponente di al-Qaeda, e al Mullah Omar, leader dei talebani.
La dichiarazione è arrivata in risposta all’offensiva della Multinational Joint Task Force (MJTF), la missione multinazionale anti-terrorismo attuata dai governi di Ciad, Niger, Nigeria e Camerun, e in concomitanza con cinque attentati perpetrati da Boko Haram a Maiduguri, capitale dello Stato del Borno.

Infatti, prosegue l’azione di contrasto e contenimento della minaccia jihadista da parte delle truppe ciadiane e nigerine, che hanno riconquistato le città di Damasak e quella di Malam Fatouri, al nord-est della Nigeria, nella regione del lago Ciad.
La tempistica della dichiarazione sembrerebbe parzialmente spiegata proprio dall’offensiva del MJTF, intenta a spingere le milizie bokoharamiste all’interno delle regioni nord orientali nigeriane, bonificando così le aree nigerine, ciadiane e camerunensi.
Infatti, la portata fortemente propagandistica del giuramento di fedeltà al Califfato di al-Baghdadi lascia intendere la volontà, da parte della leadership bokoharamista, di rilanciare la propria immagine e il proprio ipotetico bacino di reclutamento, in modo da poter fronteggiare al meglio l’offensiva congiunta da parte dei governi regionali.
Inoltre, tale dichiarazione permette di comprendere la definitiva maturazione di Boko Haram, passata da essere una setta con agenda locale ad un’organizzazione jihadista regionale interessata ad obbiettivi sia nazioanli che internazionali. Per questo motivo, qualora la MJTF dovesse fallire, la Comunità Internazionale potrebbe essere chiamata ad un’azione più diretta ed incisiva di supporto ai governi della regione.
Dal canto proprio, l’accettazione del giuramento da parte dello Stato Islamico testimonia come il gruppo di al-Baghdadi sia sempre più interessato ad espandere la propria rete e a cogliere le opportunità politiche e propagandistiche derivanti dalla cooptazione di movimenti terroristici in costante ascesa, esattamente come Boko Haram.