06 MARZO 2015
Geopolitical Weekly n.173
DI Veronica Castellano e Lorenzo Marinone

Sommario: Cipro, Corea del Sud, Russia, Stati Uniti - Israele

 

Cipro

Il 25 febbraio il Presidente russo Vladimir Putin e il Presidente cipriota Nicos Anastasiades hanno firmato a Mosca una serie di accordi bilaterali di cooperazione nei settori agricolo, commerciale, tecnologico energetico e della sicurezza. Per quanto riguarda quest’ultimo l’aspetto, è stata concordata l’apertura dei porti ciprioti alla Marina militare russa e si è discussa la concessione di una base aerea a Cipro per le missioni di carattere umanitario, di anti-pirateria ed anti-terrorismo.
Le due nazioni mantengono proficue relazioni diplomatiche da più di 50 anni, consolidate dai forti investimenti russi attratti sull’Isola per il favorevole regime fiscale (circa l’80% degli investimenti esteri a Cipro è russo, pari al doppio del PIL cipriota), e dai consistenti aiuti finanziari stanziati da Mosca nel 2011 per sostenere Cipro nel superamento della crisi economica. Nonostante gli scambi commerciali tra Mosca e Nicosia abbiano subito un calo per il crollo dei prezzi del petrolio e per le contromisure adottate dalla Russia in risposta alle sanzioni imposte dall’UE nel 2014, il presente accordo rinnova la qualità del rapporto russo-cipriota aprendo una nuova fase di cooperazione strategica.
L’intesa ha una forte valenza militare per la Russia, la cui unica base nel Mediterraneo è Tartus, in Siria, difficile da utilizzare a causa del conflitto nel Paese. In questo senso, Cipro rappresenta una alternativa più sicura per garantire il supporto logistico alle unità navali del Cremlino. Per questa ragione, la posizione strategica dell’isola potrebbe rafforzare l’influenza russa nel Mediterraneo, anche in campo energetico. A tal proposito, Anastasias ha invitato le aziende russe ad accedere all’industria energetica di Cipro, attualmente dominata da aziende statunitensi, e investire nei vasti e inutilizzati giacimenti di gas naturale offshore contesi con Turchia e Israele.
Inoltre, il miglioramento dei rapporti russo-ciprioti potrebbe consentire al Cremlino di assottigliare la quota dei Paesi europei votanti a favore di un inasprimento delle sanzioni per il coinvolgimento nel conflitto in Ucraina.
Appare chiaro, dunque, che i migliorati rapporti intrattenuti dalla Russia sia con Cipro che con Grecia e Ungheria, due alleati del Cremlino in Europa, rischiano di produrre ulteriori divisioni all’interno dell’UE tra filo e anti-russi.

Corea del Sud

Nella mattina di mercoledì 4 marzo l’Ambasciatore statunitense in Corea del Sud, Mark Lippert, è stato assalito e ferito al volto da un attivista sudcoreano durante un intervento pubblico al Sejong Art Center, a pochi metri dall’Ambasciata americana di Seoul. L’aggressore, immediatamente bloccato dalla polizia, è il cinquantenne Kim Ki-jong, membro della stessa associazione che aveva organizzato il convegno, il Korean Council for Reconciliation and Cooperation (KCRC).
Il KCRC (in sudcoreano Woori Madang), che ha immediatamente condannato l’attentato e porto le scuse al Governo americano e a quello locale, è un movimento pacifista e nazionalista, che auspica la riunificazione della penisola coreana. Nonostante Woori Madang sia fortemente critico nei confronti della collaborazione militare tra Corea del Sud e Stati Uniti (perché considerata un ostacolo alla distensione dei rapporti tra Nord e Sud della penisola), l’attivismo del gruppo non è mai sfociato in episodi di protesta violenta.
Compiuto a pochi giorni dall’inaugurazione delle annuali esercitazioni congiunte tra Forze Armate di Seul e Washington, l’attacco contro il diplomatico statunitense, dunque, sembrerebbe essere l’atto di un singolo più che un’azione programmata e strutturata da parte di Woori Madang. Ki-jong, infatti, era già stato protagonista di un’altra aggressione contro l’ambasciatore giapponese a Seoul nel 2010.
Appare chiaro, dunque, che l’episodio non è destinato a compromettere le solide relazioni bilaterali tra Stati Uniti e Corea del Sud, che rappresentano un punto fondamentale per la politica di entrambi i governi nella regione.

Russia

Nella tarda serata di venerdì 27 febbraio è stato ucciso Boris Nemtsov, figura di spicco nel variegato e disomogeneo panorama dell’opposizione russa. Mentre attraversava il ponte Bolshoy Kammeny, nel centro di Mosca, è stato raggiunto alla schiena da alcuni proiettili esplosi da una Makarov. Al momento non si conosce ancora l’identità dell’assassino, che in base alla ricostruzione degli inquirenti, basata su video di sorveglianza della zona e testimonianze dei presenti, avrebbe atteso Nemtsov sul ponte, per allontanarsi poi su una vettura con targa dell’Ossezia del Nord che lo aspettava poco più avanti. Da questi elementi sembra ormai accertato che l’omicidio fosse premeditato e che l’assassino abbia agito con almeno un complice.
Nemtsov era una figura di rilievo fra gli oppositori del presidente Putin. Governatore dell’Oblast di Nizhny Novgorod dal 1991 al 1997, ha legato la sua ascesa politica a Boris Eltsin, ricoprendo, tra l’altro, le cariche di Ministro dell’Energia e di Vice-Primo Ministro. Alla fine degli anni ’90, con le dimissioni di Eltsin, era uno dei papabili alla Presidenza della Federazione Russa. Dopo la vittoria elettorale di Putin nel 2000, con gli anni Nemtsov si è spostato verso posizioni di ferma condanna verso l’establishment di potere del Cremlino. Di recente aveva denunciato episodi di corruzione legati ai giochi olimpici di Sochi e la politica russa verso l’Ucraina. Domenica 1 marzo avrebbe dovuto partecipare ad una manifestazione a Mosca contro il presunto supporto militare della Russia ai separatisti di Donetsk e Lugansk, di cui sosteneva di avere le prove.
Sono due le ipotesi principali sulla morte di Nemtsov. Secondo le opposizioni, le sue pubbliche accuse sulla questione ucraina fanno pensare a un omicidio a sfondo prettamente politico, che dunque avrebbe come mandante morale il presidente Putin. Al contrario, il Cremlino ha subito rifiutato questa versione, descrivendo l’agguato come un attentato terroristico di matrice islamica, a causa della condanna degli attacchi contro il settimanale Charlie Hebdo pronunciata all’epoca da Nemtsov, peraltro di origine ebraica. Infine, una terza teoria, sposata da sostenitori della leadership putinista, da personalità indipendenti di grande prestigio, come Michail Gorbaciov, e da oppositori, come Eduard Limonov, ritiene l’omicidio un tentativo, da parte delle intelligence straniere o di gruppi ultranazionalisti e panslavisti, di destabilizzare il sistema politico russo incolpando l’establishment della morte di Nemtsov e causando un’ondata di indignazione popolare.

Israele - Stati Uniti

Martedì 3 marzo il Premier israeliano Netanyahu, parlando al Congresso degli Stati Uniti, ha ribadito la netta contrarietà di Israele a qualsiasi forma di concessione all’Iran sul nucleare. Secondo Netanyahu, i termini dell’intesa con Teheran, che i così detti P5+1 (USA, UK, Francia, Russia, Cina e Germania) dovrebbero siglare entro giugno, non impedirebbero all’Iran di sviluppare un programma nucleare di natura militare.
L’intervento di Netanyahu, invitato da alcuni senatori repubblicani senza il consenso della Casa Bianca, è stata solo l’ultima dimostrazione dell’ormai conclamato raffreddamento dei rapporti tra Israele e l’Amministrazione Obama. Giunto negli Stati Uniti a pochi giorni dalle elezioni parlamentari in Israele, Netanyahu non è stato ricevuto né dal Presidente Obama né dal Segretario di Stato John Kerry, principali promotori dell’apertura politica verso Teheran ed entrambi contrari alla vista ufficiale del Premier israeliano.
Il dialogo sul nucleare iraniano, infatti, negli ultimi mesi ha registrato significativi passi in avanti. I punti principali su cui non c’è ancora un’intesa definita riguardano il completo stop dell’arricchimento e la piena accessibilità delle strutture agli osservatori internazionali auspicati da Obama. Il protrarsi dei negoziati, posposti nei mesi scorsi ogniqualvolta non si trovava un accordo così da evitare di irrigidire le posizioni, indica la comune volontà americana e iraniana di chiudere il dossier con un’intesa soddisfacente per entrambi, il cui raggiungimento rappresenterebbe un altro passo nel percorso di riavvicinamento fra i due Paesi. Un accordo sul nucleare permetterebbe di proseguire e approfondire il dialogo fra USA e Iran per affrontare altri dossier rilevanti in ambito regionale, in primis la lotta contro lo Stato Islamico in Siria e in Iraq.
Dunque, la scelta del Premier israeliano di intervenire al Congresso, nonostante il dissenso della Casa Bianca, potrebbe segnalare l’urgenza da parte degli oppositori all’apertura verso Teheran di contrastare ulteriori sviluppi positivi. Il discorso di Netanyahu al Congresso, infatti, potrebbe incentivare la maggioranza repubblicana a calendarizzare il voto sulla recente e tanto discussa proposta di legge che mira a imporre unilateralmente nuove sanzioni contro l’Iran.