27 FEBBRAIO 2015
Geopolitical Weekly n.172
DI Veronica Castellano e Lorenzo Marinone

Sommario: Afghanistan, Siria, Yemen

 

Afghanistan

Nella mattina di giovedì 26 febbraio nel quartiere diplomatico di Kabul, un convoglio dell’ambasciata turca incaricato di proteggere l’Ambasciatore Ismail Aramaz, Alto Rappresentante Civile della NATO in Afghanistan, è stato coinvolto in un attentato suicida, rivendicato dai talebani, durante il quale sono rimasti uccisi un militare turco e un passante afghano. Nonostante l’attacco sarebbe frutto di un errore da parte dell’attentatore (che avrebbe scambiato il personale di sicurezza turco per un convoglio delle Forze Armate statunitensi) l’episodio ha messo in luce la capacità della militanza di colpire una zona centrale e sensibile della capitale, quale il quartiere diplomatico. Con il passaggio dalla missione NATO ISAF a Resolute Support e con il conseguente ridispiegamento delle truppe internazionali nel corso dello scorso anno, l’attività della militanza a Kabul si è ulteriormente intensificata, mettendo in discussione l’autonomia delle autorità afghane nel controllo del territorio.
Di fronte al rafforzamento dell’attività e dell’efficacia dell’azione talebana, l’evidente degenerazione dello stato di sicurezza interno aveva già spinto, nei mesi passati, il Presidente afghano, Ashraf Ghani, a chiedere agli Stati Uniti di prolungare la presenza delle proprie Forze Armate nel Paese. Benché, fino ad ora l’Amministrazione Obama abbia sempre prospettato il 2016 come anno per un completo ritiro dei propri contingenti, i dubbi sull’effettiva capacità delle Afghan National Security Forces (ANSF) nel rispondere alla minaccia dell’insorgenza potrebbe ora spingere Washington a prorogare di almeno due anni il ritiro delle 10800 unità ancora impegnate sul territorio. Una conferma in questa direzione sembrerebbe giungere dallo stesso Segretario alla Difesa americano Ashton Carter, il quale, recatosi in visita a Kabul lo scorso 21 febbraio, avrebbe dichiarato la disponibilità della Casa Bianca di riesaminare i propri piani di ripiegamento per continuare a garantire il proprio supporto per la sicurezza del Paese.

Siria

Nella notte fra domenica 22 e lunedì 23 febbraio, le milizie dello Stato Islamico (IS) hanno rapito più di 100 siriaci-caldei, in maggioranza cristiani, dai villaggi presso Tal Tamer, nel nord-est della Siria.
Il rapimento è avvenuto nei pressi del monte Sinjar, appena al di là del confine con l’Iraq, dove nell’agosto scorso l’avanzata dello IS aveva messo in fuga la minoranza Yazida. Recentemente lo IS ha rilasciato un centinaio di Yazidi, detenuti da allora, in uno scambio di prigionieri con le milizie curde. Il rapimento di lunedì potrebbe rispondere alla stessa logica. Lo Stato Islamico avrebbe condotto gli ostaggi prima verso i monti Abd al-Aziz, pochi chilometri a sud del luogo degli scontri, quindi nelle campagne attorno a Shadad, da mesi loro avamposto nella regione.
Il raid fa parte di una più generale offensiva che lo IS ha lanciato verso la vicina città di Hasakah, popoloso centro della provincia a maggioranza curda di Qamishli. Dopo brevi scontri, l’YPG (Unità di Protezione Popolare, la principale milizia curda attiva nella regione) si è dovuta ritirare da numerosi villaggi abitati da cristiani lungo il fiume Khabour, fra cui Ighaibish, Tal Shamiram, Tal Hermez, a ovest di Hasakah, lasciando libero il campo ai miliziani jihadisti.
I preparativi per l’offensiva su Hasakah sono iniziati alla fine di gennaio. Mentre lo IS concentrava uomini e mezzi sul nuovo fronte, la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti ha aumentato i bombardamenti nella zona. Hasakah, che conta attualmente 400mila abitanti, si trova in una posizione strategica per il controllo della strada che conduce dall’irachena Mosul a Raqqa, entrambe roccaforti del Califfo al-Baghdadi.
Da alcune settimane ad Hasakah, già contesa da 4 anni dalle truppe di Assad e dall’YPG, sarebbe nato anche uno scontro trasversale fra le componenti araba e curda, situazione di cui lo IS potrebbe approfittare. In prospettiva, la conquista di Hasakah potrebbe preludere a un’avanzata verso Qamishli, principale centro della regione. Se ciò avvenisse, lo IS taglierebbe in due il territorio curdo e potrebbe controllare il valico di Ceylanpınar, al confine con la Turchia.

Yemen

Sabato 21 febbraio Abd Rabbo Mansour Hadi ha ritirato ufficialmente le dimissioni da Presidente dello Yemen, chiedendo alle Forze Armate di disobbedire a qualsiasi ordine provenga dai ribelli sciiti zayditi Houthi. Hadi, che era tenuto di fatto agli arresti domiciliari nella capitale Sanaa ed era stato estromesso dalla vita politica a fine gennaio proprio da una rivolta degli Houthi, è riuscito a eludere la loro sorveglianza e ha riparato a Aden, nel sud del Paese. Hadi ha invitato gli Houthi a liberare il premier dimissionario Khaled Bahah insieme ai funzionari ancora agli arresti.
Il ritorno di Hadi sulla scena politica è arrivata il giorno dopo che il tavolo di confronto fra le parti sembrava aver prodotto un accordo. Venerdì 20, infatti, era stato creato un Consiglio Popolare di Transizione, organo deputato a dirimere le controversie fra le parti in lotta, voluto dal mediatore ONU Jamal Benomar. Lo Yemen è bloccato da uno stallo politico da settembre, quando gli Houthi, espressione di una coalizione di tribù sciite (fra cui gli Hashid e gli Ahmar) originarie della regione settentrionale di Sadaa, avevano preso il controllo dei principali media e delle istituzioni della capitale.
Gli Houthi avevano dato il via alla rivolta 6 mesi fa perché in disaccordo con la riforma costituzionale in senso federale proposta dal Presidente Hadi e per ottenere maggior equilibrio nella rappresentanza delle diverse fazioni tribali in sede agli organi di governo. La loro avanzata aveva indebolito il partito Islah, vicino al Qatar e alla Fratellanza Musulmana, e aperto la strada al ritorno dell’ex presidente Saleh, dimessosi all’inizio del 2012 dopo aver passato oltre 30 anni alla guida del Paese.
L’immediato appello di Hadi alle Forze Armate fa temere che la crisi possa sfociare in un conflitto aperto. Entrambe le fazioni possono contare su basi militari e mezzi nel territorio sotto il loro controllo, mentre resta da vedere quale sarà l’orientamento delle truppe regolari. Per scongiurare il rischio di una nuova spaccatura fra il nord e il sud del Paese è in corso un’intensa attività diplomatica. Lunedì 23 il Consiglio di Cooperazione del Golfo si è schierato con Hadi e ha condannato la condotta degli Houthi, ottenendo l’appoggio esplicito del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon.