20 FEBBRAIO 2015
Geopolitical Weekly n.171
DI Veronica Castellano e Lorenzo Marinone

Sommario: Danimarca, Libia, Nigeria

 

Danimarca

Sabato 14 febbraio due sparatorie si sono verificate nel centro di Copenhagen. Verso le 15 un uomo ha aperto il fuoco con un’arma automatica contro il Krudttoenden Café nel quartiere di Oesterbro, ferendo tre poliziotti e uccidendo un civile. Nel locale era in corso un incontro sulla libertà di espressione a cui partecipava il disegnatore svedese Lars Vilks, sotto scorta dal 2007 per le minacce ricevute a causa di una vignetta in cui aveva rappresentato il Profeta Maometto. L’attentatore è fuggito quando le forze di Polizia che presidiavano l’edificio hanno risposto al fuoco. A distanza di poche ore è stata attaccata la principale sinagoga della capitale danese, nella zona di Krystalgade, mentre veniva celebrato il rito del Bat Mitzvah di una ragazza ebrea. Due poliziotti di guardia sono stati feriti, mentre un civile è rimasto ucciso.
L’autore di entrambi gli attentati, che potrebbe aver agito da solo, è stato intercettato e ucciso nella notte dalla Polizia danese. Secondo quanto riportato dai media locali, si tratterebbe di un 22enne di origine giordano-palestinese, ma nato in Danimarca, di nome Omar Abdel Hamid El-Hussein. L’attentatore, che era uscito di prigione da poche settimane, continuava ad essere sorvegliato dalle forze di sicurezza a causa di precedenti per violenza, possesso illegale di armi e partecipazione alle attività di un gruppo criminale locale.
Al momento attuale, però, non si ha notizia certa di un suo legame con cellule terroristiche di ispirazione jihadista. Tale ipotesi, che è ancora al vaglio degli investigatori, nasce dalla scelta degli obiettivi. Infatti è evidente la somiglianza con gli atti terroristici di Parigi contro Charlie Hebdo e il supermercato kosher, avvenuti all’inizio di gennaio. Restano comunque diversi dubbi sulla qualità della pianificazione degli attentati, che potrebbero rivelarsi il gesto estemporaneo di un individuo isolato, sebbene chiaramente ispirati dai fatti di Parigi e forse dalla loro base ideologica.

Libia

Un video pubblicato domenica 15 febbraio da al-Hayat, il braccio mediatico dello Stato Islamico (IS), mostra la decapitazione di 21 pescatori egiziani, tutti cristiani copti, rapiti fra dicembre e gennaio nei dintorni di Sirte da un gruppo jihadista. Venerdì 13 febbraio il medesimo gruppo ha occupato, almeno temporaneamente, due emittenti televisive e una radio a Sirte, presentandosi come gruppo affiliato allo IS e trasmettendo messaggi dell’autoproclamato califfo al-Baghdadi.
Finora la presenza in Libia dello IS è stata limitata alla città orientale di Derna, che aveva completato il rito del bayat (il giuramento di fedeltà) ad al-Baghdadi nel novembre 2014. È probabile che i protagonisti dell’occupazione di Sirte siano gruppi di fuoriusciti da una o più milizie attive nella zona, e non una emanazione diretta di Derna. Ma l’estrema frammentazione delle diverse fazioni che si contrappongono nel Paese (rispondendo a una logica tribale) ne rende difficile un’identificazione univoca. Sirte, città da cui provenivano i maggiori funzionari del regime di Gheddafi e uno dei principali hub petroliferi della Libia, è controllata da tempo da numerose milizie. Fra queste vanno citate Ansar al-Sharia, principale brigata salafita del Paese legata al Consiglio Rivoluzionario di Bengasi (CRB), organizzazione “ombrello” attiva soprattutto in Cirenaica che raccoglie al proprio interno diverse altre forze islamiste; le milizie di base a Misurata coalizzate sotto il nome di Alba Libica, vicina al governo di Tripoli e guidata da Salah Badi, un ex ufficiale dell’Esercito di Gheddafi; e la milizia Forza Scudo, anch’essa collegata al CRB e vicina alla Fratellanza Musulmana.
La decapitazione dei pescatori egiziani ha causato la reazione del Cairo, che a partire dalla notte di domenica ha bombardato Derna. L’Aereonautica Militare egiziana ha impiegato sei F-16 C Block 52, partiti dalla base di Marsa Matruh, situata a circa 200 km dal confine con la Libia. L’attacco ha riscosso il plauso del generale libico Khalifa Haftar, che da mesi per conto del governo internazionalmente riconosciuto di Tobruk è impegnato a condurre l’operazione Dignità contro i jihadisti presenti a Derna e Bengasi.
A causa del peggioramento delle condizioni di sicurezza, domenica 15 febbraio l'ambasciata italiana a Tripoli ha sospeso le sue attività e il personale è stato temporaneamente rimpatriato via mare. L’Italia preme per trovare una soluzione politica alla situazione in Libia, in particolar modo nell’ambito delle Nazioni Unite, e si è proposta come capofila dell’azione diplomatica.

Nigeria

Nelle ultime due settimane Boko Haram ha continuato la massiccia campagna militare contro obbiettivi sia all’interno della Nigeria, nello specifico negli Stati nord-orientali di Borno, Yobe e Adanawa, sia nei vicini Niger, Camerun e Chad. Infatti, tra l’8 e il 9 febbraio i terroristi hanno attaccato la città nigerina di Diffa, al confine sud-orientale del Paese, prima colpendo un importante mercato ortofrutticolo e, successivamente, assaltando una prigione nella quale erano detenuti alcuni loro compagni. Inoltre, nella notte tra il 12 e il 13 febbraio, i miliziani bokoharamisti hanno sferrato il loro primo attacco in Chad, entrando nel Paese di Ngouboua, attraverso il lago Chad, ed uccidendo oltre 15 persone. L’aumento degli attacchi al difuori dei confini nigeriani costituisce una ulteriore prova alla definitiva regionalizzazione della minaccia bokoharamista, oramai non più limitata e limitabile al nord-est nigeriano.
Gli attacchi in Niger e, soprattutto, in Chad costituiscono la risposta di Boko Haram alla partecipazione di Niamey e N’Djamena alla coalizione multinazionale, formata da Benin, Niger, Nigeria, Camerun e Chad la scorsa settimana per tentare di arginare l’avanzata del gruppo jihadista nella regione del lago Chad.
Nonostante la formazione della coalizione multinazionale africana costituisca un segnale positivo sulla volontà politica dei governi regionali di cooperare per arginare l’avanzata di Boko Haram, una soluzione puramente militare, seppure di tipo congiunto, potrebbe non essere risolutiva. Infatti, oltre all’utilizzo della forza armata, appare necessaria l’implementazione di un piano di sviluppo socio-economico e di integrazione inter-etnica che combatta il sottosviluppo e plachi le rivendicazioni politiche delle realtà tribali che sono alla base della facilità di reclutamento e proselitismo di Boko Haram nella regione.