06 FEBBRAIO 2015
Geopolitical Weekly n.169
DI Veronica Castellano e Lorenzo Marinone

Sommario: Libia, Nigeria, Sud Sudan, Tunisia

Libia

Martedì 3 febbraio alcune decine di miliziani hanno assaltato e occupato un impianto di estrazione petrolifera a Mabruk, circa 150 chilometri a sud di Sirte. Nell’attacco ai pozzi, gestiti dalla Libya’s National Oil e dalla francese Total, sarebbero morte circa 10 persone, anche se non ci sono ancora dati precisi in merito. Nessuna delle diverse milizie libiche attive nella regione ha finora rivendicato l’attacco e, pertanto, resta aperta la possibilità che i responsabili siano gruppi autonomi di predoni. Ciò nonostante, è altrettanto probabile che l’attacco sia stato condotto da milizie afferenti all’universo jihadista libico. Infatti lo stabilimento di Mobruk, non era più operativo da metà dicembre, quando il suo sbocco naturale per la commercializzazione, il porto di Sidra, era stato oggetto di duri scontri fra i miliziani di Farj Libya e i jihadisti di Ansar al-Sharia. La conquista dei terminal petroliferi sulla costa, unitamente agli stabilimenti di estrazione come quello di Mobruk, permetterebbe quindi il controllo della filiera di produzione.
La fascia costiera del golfo di Sirte è stata interessata negli ultimi mesi da numerosi scontri fra diversi gruppi jihadisti e i reparti delle milizie legate al governo di Tobruk, guidate dal generale Khalifa Haftar nell’ambito dell’Operazione Dignità. Proprio Haftar, con una repentina accelerazione degli eventi, sembra essere riuscito a guadagnare un maggior peso sia sul piano politico che su quello militare. Lunedì 2 febbraio alcuni miliziani fedeli al generale hanno lanciato un ultimatum di 24 ore ai politici di Tobruk, minacciando di ricorrere alla forza se non avessero ceduto ogni potere decisionale ad Haftar, che andrebbe a presiedere un costruendo Consiglio militare supremo. Nonostante la situazione presenti ancora molti aspetti poco chiari, il Parlamento di Tobruk ha preso decisioni di rilievo, e in particolare ha revocato la Legge per l’Isolamento Politico, il provvedimento voluto nel maggio 2013 dal Parlamento di Tripoli per impedire ai funzionari che avevano servito durante l’era di Gheddafi di prestare servizio nelle nuove istituzioni.
Una legge che in primo luogo escludeva da un effettivo ritorno al potere proprio il generale Haftar, ufficiale delle Forze Armate libiche fino alla sconfitta contro il Ciad lungo la striscia di Aozou nel 1987, poi costretto all’esilio negli Stati Uniti. Questa maggiore legittimazione sul piano politico potrebbe permettere ad Haftar di reintegrare altri esponenti del vecchio regime, una cui alleanza formerebbe un fronte anti-islamico di maggior peso. Assumendo legalmente il potere, Haftar può mirare a proporsi come legittimo interlocutore per il Paese intero, convincendo le potenze estere ad appoggiarlo esplicitamente, anche sulla base del suo impegno sul campo contro le milizie jihadiste.

Nigeria

Si moltiplicano gli attacchi del movimento jihadista nigeriano Boko Haram in tutto il nord-est del Paese, soprattutto nello Stato del Borno, ma anche con incursioni nel territorio dei vicini Ciad, Camerun e Niger. Si avvicinano infatti le elezioni presidenziali, previste per il 14 febbraio: Boko Haram contrasta la scelta dell’attuale presidente Goodluck Jonathan, esponente cristiano, che si è nuovamente candidato, minacciando così di interrompere l’ormai consueta alternanza di un Presidente musulmano e uno cristiano. Domenica 1 febbraio Boko Haram ha tentato per la seconda volta in poco più di una settimana di occupare Maiduguri, capitale dello Stato del Borno, in una posizione strategica per il controllo delle principali vie di comunicazione verso Ciad e Camerun. L’attacco però è stato respinto dall’Esercito nigeriano schierato a difesa dell’importante base militare di Giwa, alla periferia della città. Il gruppo jihadista ha colpito anche nelle regioni più a sud: a Gombo, nei pressi dello stadio dove era appena terminato un comizio elettorale, è stata fatta esplodere un’automobile solo pochi minuti dopo la partenza del Presidente Jonathan.
Di fronte all’escalation delle ultime settimane l’Unione Africana, riunitasi il 31 gennaio ad Addis Abeba, ha avallato la creazione della Multinational Joint Taskforce (MJT), forza multinazionale composta da truppe di Nigeria, Niger e Ciad che a regime dovrebbe contare 7.500 uomini, ricevendo l’appoggio del segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon. Per il momento, oltre alle truppe nigeriane, sono presenti sul campo circa 2.500 militari del Ciad dislocati fra la capitale N’Djamena e la città camerunense di Fotokol, e 400 fra veicoli e carri armati nei villaggi nigerini di Mamori e Bosso, sul confine con la Nigeria segnato dal fiume Komadougou Yobé. Anche la Francia partecipa alle operazioni: una parte degli uomini impegnati nell’operazione Barkhane in Mali sono stati dislocati a N’Djamena, insieme ad alcune decine di consiglieri militari. La MJT ha dato il via a operazioni congiunte sabato 31 gennaio, quando alcuni elicotteri d’attacco MI-24 ciadiani hanno colpito la città di Gambaru, situata ridosso del confine con il Camerun, pochi chilometri a sud del lago Ciad, dove si erano concentrate le milizie di Boko Haram. Ma il dispiegamento di forze della MJT (prevalentemente truppe ciadiane) non sembra finora riuscire ad arginare Boko Haram, che mercoledì 4 febbraio ha contrattaccato entrando a Fotokol, riuscendo a danneggiare diversi edifici pubblici e incendiare chiese e moschee.
Il particolare impegno delle Forze Armate del Ciad, che di fatto ha assunto il comando della MJT ed è dotato di uno degli eserciti meglio organizzati rispetto a quelli degli altri Paesi del continente, potrebbe indicare la volontà del Paese di ritagliarsi un ruolo egemonico a livello regionale, facendo valere la sua supremazia militare. Il Ciad, infatti, per salvaguardare la relativa stabilità politica interna e per mantenere un equilibrio fra i diversi gruppi etnico-religiosi, ha tutto l’interesse a contrastare i movimenti jihadisti come Boko Haram e al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Questi sono attivi ormai da anni tanto nei Paesi più a ovest (Mali, Niger), quanto in quelli a sud (Nigeria, Camerun). Pertanto potrebbero aumentare la pressione sui confini del Ciad, Paese a maggioranza musulmana, ma con un’importante presenza cristiana, e minacciarne la stabilità iniziando ad operare anche dall’interno.

Sud Sudan

Lo scorso lunedì 2 gennaio il Presidente del Sud Sudan Salva Kiir e il comandante delle forze ribelli, nonché ex Vice-presidente, Riek Machar hanno firmato un accordo di tregua ad Addis Abeba per porre fine al conflitto che dal 2013 ha devastato il Sud Sudan, causando oltre diecimila vittime e un milione e mezzo di sfollati.
Le trattative dovrebbero condurre entro il prossimo mese alla formazione di un governo di unità nazionale e con la riorganizzazione del potere esecutivo, che andrebbe diviso proprio tra il Presidente Kiir, di etnia Dinka, e Machar, di etnia Nuer, il quale ri-assumerebbe la carica di Vice-presidente.
Nonostante l’indipendenza dal Sudan, raggiunta nel 2011, avesse fatto sperare nell’inizio di una strada verso la pace e la prosperità per Juba, pericolose tensioni etniche tra le comunità Dinka e Nuer sono scoppiate nel 2013, degenerando in una aperta guerra civile. Alla base del conflitto le rivendicazioni politiche dei Nuer, etnia subalterna rispetto ai Dinka, desiderosi di incrementare la propria quota di potere all’interno delle istituzioni civili e delle Forze Armate.
Nonostante la notizia dell’accordo sia da accogliere positivamente, non bisogna dimenticare che la momentanea cessazione delle ostilità è stata raggiunta a causa delle crescenti difficoltà logistiche da parte dei contendenti, a corto di armi, munizioni e rifornimenti. Dunque, più della reale volontà politica di trovare un compromesso, a consentire la tregua è stata soprattutto l’impossibilità di proseguire gli scontri. Per questa ragione, esiste la possibilità che, qualora i colloqui tra i rappresentanti Nuer e quelli Dinka risultassero sterili, si potrebbe assistere ad una repentina ripresa delle ostilità su larga scala.

Tunisia

Lo scorso 5 febbraio, a più di tre mesi dalle elezioni parlamentari e presidenziali, il parlamento tunisino ha accordato la fiducia al nuovo governo di unità nazionale, composto sia da membri del partito secolarista Nidaa Tounes, vincitore delle ultime tornate elettorali, che del partito islamista moderato Ennadha, seconda forza politica del Paese.
Nonostante le iniziali intenzioni di Nidaa Tounes di formare un esecutivo monocolore, il peso parlamentare di Ennadha (69 seggi su 217 totali) ha spinto il Premier Essid ad includere partito islamista nel Gabinetto di governo.
Dunque, pur di ottenere la fiducia del Parlamento e garantire un sufficiente livello di governabilità, il Primo Ministro ha rilanciato la strategia delle “larghe intese” tra laici e islamisti che aveva caratterizzato la stagione della Costituente e l’ultimo semestre del governo di Ennadha. Infatti, l’assegnazione dei Ministeri rispecchia i nuovi equilibri di potere post-elettorali, con il partito islamista moderato a cui è stato assegnato il dicastero del Lavoro e altri incarichi secondari, Nidaa Tounes che ha ottenuto 7 ministeri (tra i quali Esteri, Finanze ed Economia) e i restanti incarichi distribuiti tra i partiti minori e i candidati indipendenti.
La tenuta del governo di unità nazionale sarà testata nei prossimi mesi dalle tante sfide che riguardano la Tunisia, la cui situazione socio-economica appare precaria e destabilizzata dalla pesante disoccupazione mentre il quadro di sicurezza è minacciato dalle attività jihadiste nelle aree meridionali del Paese.