30 GENNAIO 2015
Geopolitical Weekly n.168
DI Veronica Castellano e Lorenzo Marinone

Sommario: Libia, Nigeria, Siria, Ucraina

 

Libia

Lo scorso 27 gennaio un commando composto, a quanto pare, da 4 miliziani ha fatto irruzione all’interno dell’hotel Corinthia di Tripoli, albergo dove alloggiano abitualmente diplomatici stranieri e che ospita alcune rappresentanze consolari e diplomatiche, dopo aver fatto esplodere un automezzo all’esterno dell’edificio. Dopo essersi barricati al 24° piano dell’hotel, 2 dei 4 miliziani si sono fatti esplodere all’intervento delle forze dell’ordine, causando una decina di vittime. L'attacco è stato rivendicato dal “Califfato di Derna”, gruppo jihadista nato lo scorso 10 novembre, affiliato allo Stato Islamico (IS) e riconosciuto come tale dal suo leader Abu Bakr al-Baghdadi. Infatti sembra che a compierlo sia stato un gruppo di fuoco afferente ad una milizia locale tripolina che negli ultimi mesi si era legata al gruppo.

Anche se la rivendicazione non ha evidenziato le cause specifiche dell’attentato, appare plausibile che il Califfato di Derna abbia inteso mandare un forte segnale politico e simbolico sulla sua volontà e sulle sue capacità operative mediante l’attacco ad un obbiettivo sensibile come il Corinthia. L’attacco terroristico si colloca nel contesto di un Paese pesantemente affetto dalla guerra civile tra il fronte islamista di Tripoli, riunito attorno all’ex-Premier al-Hasi, e il fronte secolarista di Tobruk, orbitante attorno alle figure del Primo Ministro al-Thani e del Generale Khalifa Haftar.

Dunque, l’attacco pone un allarme serio sulla diffusione del jihadismo in un Paese così profondamente diviso, e rende più urgente la necessità che i due contrapposti governi di Tripoli e Tobruk trovino una soluzione alle proprie controversie e gettare le basi per un dialogo quanto più possibile inclusivo che possa gettare le basi, con l’aiuto della Comunità Internazionale, per il processo di stabilizzazione libico.

Nigeria

Domenica 25 gennaio, Boko Haram, il movimento jihadista nigeriano di etnia prevalentemente Kanuri, ha proseguito l’offensiva cominciata due settimane fa nel nord-est della Nigeria, lanciando un attacco coordinato contro la città di Maiduguri, capitale dello Stato del Borno, e contro il villaggio di Monguno, ultimo avamposto militare prima di Maiduguri, a un centinaio di km più a nord. Mentre Monguno è stata conquistata dal gruppo jihadista, le Forze Armate nigeriane sono riuscite ad arginare l’ingresso dei militanti nella capitale del Borno. Risale alla seconda metà del 2014 l’ultimo tentativo del gruppo di conquistare Maiduguri, centro strategico per la creazione di un Califfato islamico sul modello dell’IS (Stato Islamico).

Le gravi perdite subite da Boko Haram (circa 200 combattenti) a Maiduguri non ne hanno tuttavia frenato l’avanzata. Infatti, a distanza di ventiquattro ore dall’attacco alla capitale del Borno, il gruppo ha sferrato un’offensiva nel limitrofo Stato di Adamawa, conquistando rapidamente i villaggi di Garta, Mbororo, Shadu, Liddle, Kamala e Ghumci.

Negli ultimi mesi, il movimento jihadista guidato da Abubakar Shekau, ha modificato la propria strategia politica e militare. Infatti, oltre ai tradizionali attacchi contro le comunità cristiane e le Forze Armate e di Sicurezza nigeriane, Boko Haram ha inteso sedimentare il controllo del territorio per creare una realtà para-statale non limitata ai confini nigeriani, ma estesa anche ai Paesi limitrofi del Cameron, Ciad e sud del Niger.

Inoltre, i recenti scontri potrebbero aumentare le tradizionali tensioni inter-etniche ed inter-religiose nigeriane, già peraltro acuite dalle prossime elezioni presidenziali di febbraio che vedranno l’attuale Capo dello Stato, il cristiano Jonathan Goodluck, ricandidarsi, minacciando così la storica alternanza tra cristiani e musulmani al vertice del Paese.

La rapida degenerazione del quadro di sicurezza e le difficoltà incontrate dall’Esercito nigeriano nel contrasto alla minaccia terroristica potrebbero spingere l‘ECOWAS (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale), l’Unione Africana e l’ONU a valutare la possibilità di una eventuale missione di stabilizzazione in Nigeria nord-orientale.

Siria

Torna sotto il controllo delle truppe curde Kobane, centro principale dell’omonima regione del nord della Siria al confine con la Turchia. Dopo le offensive dei miliziani dello Stato Islamico (IS) di luglio e settembre 2014, lunedì 26 gennaio l’YPG (Unità di Protezione Popolare, la principale milizia curda attiva nella regione) avrebbe ripreso la città grazie all’apporto decisivo di alcune centinaia di volontari Peshmerga. La controffensiva era iniziata a dicembre con il supporto aereo della coalizione anti-IS a guida statunitense. Dall’agosto scorso la coalizione ha condotto su Kobane circa 500 raid, riuscendo effettivamente a facilitare l’avanzata curda via terra soltanto, come negli ultimi giorni, quando i bombardamenti sono aumentati di frequenza.

La liberazione di Kobane ha sicuramente un alto valore simbolico nel contrasto allo Stato Islamico e rappresenta una vittoria politica per i curdi, benché sul piano militare non sia determinante. La città, infatti, resta isolata dagli altri territori curdi del Rojava (Cizir e Efrin), nonché sostanzialmente assediata per 3 lati dalle milizie jihadiste, che controllano circa 300 villaggi nella zona e possono quindi far affluire rifornimenti e uomini per le prime linee dalla città siriana di Raqqa, cuore del neo-proclamato Califfato. Pertanto l’unico supporto per i curdi dipende dalla frontiera con la Turchia, che nei mesi passati ha permesso con riluttanza il passaggio degli indispensabili combattenti Peshmerga. La presa di Kobane ad ogni modo permette ai curdi di rafforzare le proprie posizioni nella zona.

È probabile che lo Stato Islamico non rinunci al controllo della regione di Kobane. Per i jihadisti in-fatti l’obiettivo è strategico almeno sotto due profili: garantisce un ulteriore passaggio nel poroso confine turco, corridoio vitale per l’afflusso di foreign fighters, armi e proventi dal contrabbando di petrolio, nonchè assicura il controllo dell’intero corso dell’Eufrate siriano, quindi acqua e energia per Raqqa e Deir ez-Zour.

Ucraina

Nelle ultime settimane si è assistito ad una significativa escalation degli scontri tra milizie ribelli e Forze Armate ucraine. Giovedì 22 gennaio, l’Esercito di Kiev ha abbandonato l’aeroporto di Donetsk, capitale dell’omonima autoproclamata Repubblica Popolare, sostenuta dalla Russia, in seguito all’offensiva condotta dalle milizie ribelli. Inoltre sabato 24 è stata bombardata Mariupol, città del sud-est dell’Ucraina. L’attacco, condotto dai ribelli con l’ausilio di sistemi lanciamissili multipli di tipo GRAD e URAGAN, ha causato almeno 29 morti e 93 feriti (tutti civili) nella periferia est della città.
Si tratta degli scontri più violenti dallo scorso settembre, quando furono siglati gli accordi di Minsk sul cessate il fuoco. Da allora la linea del fronte era restata sostanzialmente stabile: da Luhansk a Donetsk fino alla costa, a poca distanza da Mariupol.

Mariupol, la maggiore città dell’Oblast di Donetsk ancora sotto controllo di Kiev, riveste un’importanza strategica grazie al porto e alle numerose industrie chimiche e siderurgiche. Aveva resistito all’ultima offensiva dei separatisti, a fine agosto. La perdita di Mariupol da parte di Kiev potrebbe aprire la strada a un’avanzata ribelle verso la Crimea, resasi indipendente a marzo scorso, garantendo ipoteticamente alla penisola un corridoio terrestre di rifornimento.

La nuova escalation potrebbe far cadere l’ipotesi di nuovi negoziati tra governo ed insorti. Inoltre, la portata dei nuovi attacchi, che rende possibile l’ipotesi di un crescente ed esteso coinvolgimento di reparti russi in Ucraina, rischiano di raffreddare ulteriormente i rapporti fra Bruxelles, Washington e Mosca, ai minimi storici dai tempi della Guerra Fredda.