01 DICEMBRE 2014
Geopolitical Weekly n.164
DI Alberto Parisi

Sommario: Iran, Kenya, Tunisia

 

Iran

Dopo 12 mesi di negoziati, il 24 novembre l’Iran e il gruppo dei 5+1 (Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, Germania) hanno reso noto di non aver raggiunto un accordo sulla ristrutturazione del programma nucleare di Teheran. Le parti hanno contestualmente annunciato un’estensione di sette mesi  per i colloqui, con l’obiettivo di arrivare a un’intesa politica entro il 1 marzo e a un accordo finale per il 1 luglio 2015.

I nodi centrali sui quali si è arenato il negoziato riguardano i dettagli tecnici necessari per garantire alla Comunità Internazionale che Teheran non sia in grado di sviluppare la capacità di ottenere l’arma nucleare, quali il numero di centrifughe attive e la percentuale di arricchimento dell’uranio. Una mancanza di convergenza vi è stata inoltre su altre questioni, quali la durata che dovrà avere l’accordo, le modalità per porre fine al sistema sanzionatorio verso l’Iran e la definizione di un quadro per il monitoraggio dei siti nucleari che il 5+1 vorrebbe maggiormente accurato ed efficace.

L’esito finale dei negoziati dipenderà principalmente da quanto gli establishment politici dei due principali attori coinvolti, Iran e USA, sosterranno gli sforzi di mediazione dei propri governi, che dall’intesa sul nucleare potrebbe in futuro allargarsi anche ad altri dossier di interesse comune. Al momento, l’estensione dei colloqui rappresenta un compromesso accettabile sia per l’Amministrazione Obama che per l’esecutivo moderato iraniano guidato da Hassan Rouhani. A fronte di persistenti divergenze e in assenza di sviluppi positivi, però, l’opposizione dei gruppi politici conservatori dei due Paesi potrebbero creare le condizioni per vanificare il riavvicinamento tra Washington e Teheran.

Kenya

Il 22 novembre un commando di al-Shabaab, gruppo jihadista somalo affiliato ad al-Qaeda, ha attaccato un autobus con a bordo 60 passeggeri nella provincia nord-keniota di Mandera, al confine con la Somalia. I terroristi, dopo aver fermato il mezzo, hanno prima separato i somali dagli altri passeggeri e hanno poi costretto questi ultimi a leggere versi del Corano al fine di identificare i non musulmani, che sono stati quindi uccisi sul posto. L’azione, costata la vita a 28 persone, ricorda nella modalità di separazione degli ostaggi l’attacco al centro commerciale Westgate di Nairobi del settembre 2013. Nella rivendicazione, l’organizzazione terroristica ha motivato l’attacco come una risposta all’ondata di arresti da parte delle Forze di sicurezza keniote ai danni di leader religiosi salafiti e fedeli di quattro moschee della città di Mombasa, sospettati di essere in contatto con al-Shabaab.

Il giorno successivo all’attacco contro l’autobus, le Forze Armate keniote hanno condotto due raid all’interno del territorio somalo contro un avamposto di al-Shabaab dal quale era partito l’assalto, uccidendo circa 100 miliziani.

L’intensificarsi degli attentati da parte di al-Shabaab e la reazione delle Forze di sicurezza rischiano di alimentare una pericolosa escalation della violenza dagli esiti potenzialmente destabilizzanti per il Kenya, Paese che il gruppo jihadista considera fondamentale per la propria strategia di regionalizzazione.

Tunisia

Il 23 novembre si è tenuto il primo turno delle elezioni presidenziali tunisine, ultimo passaggio del processo di transizione alla democrazia avviato all’indomani della destituzione di Ben Ali nel gennaio 2011. Il favorito, Béji Caïd Essebsi, leader del partito laico vincitore delle recenti legislative, Nidaa Tounes, è stato il candidato più votato con il 39% dei consensi, seguito dal Presidente ad interim uscente, Moncef Marzouki, che ha ottenuto il 33% dei voti. L’affluenza alle urne si è attestata al 64% dei cittadini registrati per il voto, una cifra che indica un accettabile livello di partecipazione popolare all’elezione, paragonabile a quello riscontrato alle legislative. La tornata elettorale è stata segnata dalla scelta del partito islamista Ennahda di non presentare un proprio candidato, effettuata per evitare, secondo le dichiarazioni ufficiali, di esasperare il grado di polarizzazione nel Paese.

Le preferenze ottenute da Essebsi sono state inferiori a quelle previste dai sondaggi e ricalcano il risultato ottenuto dal suo partito nelle elezioni parlamentari con il voto degli islamisti confluito su Marzouki. Infatti, quest’ultimo, pur essendo un esponente dell’élite secolarista del Paese, nel corso della sua presidenza si è distinto per aver favorito il dialogo tra il blocco politico laico e quello islamista.

Il confronto diretto tra i due candidati nel secondo turno, che si terrà il 28 dicembre, verterà in ampia parte attorno al passato dei contendenti, importante argomento di discussione per la popolazione tunisina, dal profondo significato simbolico e politico. Infatti, mentre Marzouki è stato un fervente oppositore dell’ex dittatore Ben Ali, Essebsi viene accusato dagli oppositori per una presunta vicinanza all’élite del disciolto partito di governo, il Rassemblement Constitutionnel Democratique (RCD), e per gli influenti ruoli di potere ricoperti nel corso della sua lunga carriera politica, soprattutto sotto la Presidenza Bourghiba.