Geopolitical Weekly n.161

Geopolitical Weekly n.161

Di Enrico Mariutti e Alberto Parisi
06.11.2014

Sommario: Burkina Faso, Israele, Mali, Pakistan

Burkina Faso

Dopo tre giorni di violente proteste di piazza, il 30 ottobre il Presidente Blaise Compaoré si è dimesso dopo 27 anni al potere, accettando formalmente le richieste avanzate dalle Forze Armate al fine di favorire una risoluzione pacifica della crisi. Le manifestazioni erano state promosse dal variegato fronte dell’opposizione per contrastare una riforma costituzionale che avrebbe permesso a Compaoré di candidarsi nuovamente e prolungare potenzialmente la propria presidenza di altri 15 anni. Già nel 2011, sull’onda delle Primavere Arabe, violente proteste popolari avevano scosso il Paese: Campaoré era riuscito a rimanere al potere grazie a concessioni politiche e promesse di riforme, in larga parte disattese.

Contestualmente all’annuncio delle dimissioni, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Nabéré Honoré Traoré, ha comunicato di aver assunto la guida del Paese. Le divisioni interne alle Forze Armate hanno però portato il 1 novembre a un avvicendamento al vertice dello Stato, con l’assunzione della carica di Presidente ad interim da parte del tenente colonnello Isaac Zida, vice comandante della Guardia Presidenziale, unità militare d’élite meglio addestrata e più influente rispetto al resto delle Forze Armate.

L’ascesa dei militari ha però scontentato i manifestanti e l’opposizione parlamentare, che attraverso il suo leader più autorevole, Zéphirin Diabré, ha chiesto uno sviluppo democratico della fase di transizione. Una sollecitazione in tal senso è venuta anche dall’Unione Africana, che ha posto all’Esercito un ultimatum di due settimane per trasferire il potere ad autorità civili. Il Presidente ad interim Zida ha comunicato la sua intenzione di non voler mantenere il controllo del Paese ed è stato raggiunto un accordo con i partiti politici per indire elezioni generali nel novembre 2015, anche se non c’è al momento intesa su chi dovrà guidare il governo fino al voto. Nell’eventualità che i vertici delle Forze Armate decidano invece di allungare i tempi per la riconsegna del potere, si potrebbero verificare proteste popolari ancor più violente, oltre all’interruzione del fondamentale sostegno economico e finanziario degli organismi di cooperazione regionale e internazionale al Paese.

Elemento fondamentale nello sviluppo della crisi è stata anche la posizione assunta dall’ex madrepatria francese: sembra che Parigi abbia sostenuto le dimissioni di Compaorè, pur dimostrandosi contraria alla presa del potere da parte dei militari. Al momento la Francia starebbe esercitando la propria influenza per una transizione pacifica nella quale sia forte il ruolo del politico più vicino ai propri interessi, Zéphirin Diabré, che per anni è stato presidente della multinazionale dell’energia francese Areva per l’Africa e il Medio Oriente.

Il Burkina Faso ha un’importanza geopolitica ed economica rilevante nella regione, essendo il primo produttore di cotone e il quarto d’oro dell’Africa, con ricchi giacimenti minerari ancora non sfruttati. Svolge inoltre un importante ruolo di mediatore nelle trattative tra autorità maliane e ribelli tuareg, oltre a ospitare una base militare francese utilizzata nell’ambito dell’Operazione Barkhane contro i gruppi jihadisti nel Sahel.

Israele

Mercoledì 5 ottobre a Gerusalemme un attacco terroristico ha ucciso un poliziotto e ferito altre 13 persone. L’attentatore, un palestinese proveniente dal campo profughi di Shuafat che sul suo profilo Facebook si definiva come un membro di Hamas, si è lanciato con un auto contro un gruppo di pedoni per poi essere ucciso dalle forze dell’ordine israeliane quando, uscito dal veicolo, ha cercato di avventarsi contro i presenti con una spranga.

L’attacco in questione ha contribuito ad infiammare ulteriormente il clima di violenza e tensione che ha caratterizzato Gerusalemme Est negli ultimi mesi, legato agli strascichi delle operazioni militari israeliane della scorsa estate e alla politica assertiva di Tel Aviv in merito agli insediamenti in Cisgiordania. A contribuire all’inasprimento delle posizioni israeliane c’è stata la decisione, da parte delle autorità, di chiudere la Spianata delle Moschee a tutti gli arabi maschi di età inferiore ai 50 anni in seguito agli scontri tra Polizia israeliana e manifestanti palestinesi scoppiati a causa del tentativo di omicidio del rabbino Yehuda Glick, avvenuto il 29 ottobre, e della conseguente uccisione del suo attentatore. Inoltre, ad innalzare ulteriormente il livello di tensione è stata una marcia di solidarietà al rabbino Glick da parte di attivisti israeliani, proprio sulla Spianata.

Il leader di Fatah, Abu Mazen, ha sottolineato l’estrema pericolosità della decisione di Tel Aviv, mentre Hamas, nel festeggiare l’attentato, ha incitato la popolazione palestinese a proseguire la propria mobilitazione violenta contro le Forze di sicurezza israeliane.

La degenerazione delle violenze e l’inasprimento dei toni del confronto tra Israele e Palestina  hanno coinvolto anche il Re di Giordania, che storicamnete ricopre il ruolo di guardiano della Spianata, che ha ritirato l’ambasciatore a Tel Aviv in segno di protesta.

Mali

A meno di un mese dagli attacchi condotti contro il contingente della Missione delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA), che avevano provocato la morte di dieci soldati, il Mali sta vivendo una nuova fase di recrudescenza di scontri e attentati. Il 29 ottobre un paracadutista francese è morto durante un blitz condotto dalle Forze Armate di Parigi nella valle di Tigharghar, valico strategico lungo il confine tra Mali e Algeria. Nel corso dell’operazione sono stati uccisi circa 20 combattenti, parte di un gruppo di almeno 30 miliziani presumibilmente legati ad al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), insediatisi nell’area dopo una breve fase di assenza seguita all’offensiva francese. Inoltre, il 2 novembre, due soldati maliani sono rimasti vittime di un’esplosione avvenuta a un checkpoint nella località di Almoustrate, 120 chilometri dalla città di Gao.

Le violenze dell’ultimo mese evidenzierebbero come i gruppi jihadisti presenti nel nord del Mali, quali AQMI, il Movimento per l’Unicità e il Jihad in Africa Occidentale (MUJAO) e le frange radicali tuareg, avrebbero ripreso con preoccupante intensità le azioni di terrorismo e guerriglia, dimostrando di aver riacquisito parte del proprio potenziale operativo dopo le perdite subite nel corso dell’intervento militare francese. La presenza dei peacekeeper del contingente MINUSMA, che non ha ancora raggiunto il pieno dispiegamento delle forze, è al momento insufficiente per garantire la sicurezza nel Paese, mentre più efficace, seppur limitata ad azioni mirate di controterrorismo, è l’Operazione Barkhane dell’Esercito francese, che dall’agosto di quest’anno vede 3.000 soldati dislocati tra Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger.

Il riacutizzarsi del conflitto coincide con una fase di stallo nei colloqui in corso tra governo centrale ed esponenti della comunità tuareg: in attesa di sviluppi positivi per una soluzione politica del conflitto che nel 2012 portò all’insurrezione armata nel nord, i gruppi islamisti radicali starebbero alzando il livello dello scontro per consolidare le proprie posizioni e far ottenere ai clan tribali alleati un maggiore potere negoziale con le autorità centrali.

Pakistan

Domenica 2 novembre presso il valico di Wagah, al confine tra India e Pakistan, un attentato suicida, avvenuto nel corso di una cerimonia militare congiunta tra le Polizie di Frontiera indiana e pakistana, ha causato la morte di una cinquantina di persone e il ferimento di altre 150 circa.

Nonostante le stringenti misure di sicurezza abbiano impedito all’attentatore di raggiungere la parata e lo abbiano bloccato all’ultimo check point prima del confine, l’esplosione ha coinvolto molti spettatori che stavano rientrando dalle cerimonia.

L’attentato sembrerebbe giungere in risposta all’operazione militare Zarb-e-Azb, lanciata lo scorso giugno dalle Forze Armate pakistane nelle Aree Tribali (Federally Administrative Tribal Areas - FATA), e principalmente nell’Agenzia del Nord Waziristan, enclave storica della militanza talebana nel Paese. Al momento, tuttavia, permane ancora una grande incertezza sugli esecutori dell’attacco. L’episodio, infatti, è stato contemporaneamente rivendicato da due gruppi differenti, Jundallah (I Soldati di Allah), operativo soprattutto nella città meridionale di Karachi, e Jamaat-ul-Ahrar, movimento capeggiato da Qasim Korasani e fuoriuscito lo scorso agosto dal Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP), gruppo ombrello fondato nel 2007 da Baitullah Meshud per riunire l’insorgenza talebana nel Paese. La duplice rivendicazione sembrerebbe confermare il momento di profonda disomogeneità che la militanza pachistana sta attraversando da ormai diversi mesi. La mancanza di un riconoscimento trasversale alle diverse realtà dell’insorgenza nei confronti dell’attuale leadership del TTP, infatti, ha portato ad una progressiva presa di distanze di molti comandanti talebani dal gruppo e, conseguentemente, alla nascita di nuove cellule autonome e indipendenti. Nonostante la spinta centrifuga all’interno del movimento dei talebani pachistani stia assottigliando le fila del TTP, tuttavia la moltiplicazione di realtà comunque afferenti all’insorgenza nel Paese sembrerebbe poter rappresentare un ulteriore fattore di criticità per la sicurezza interna.

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