24 OTTOBRE 2014
Geopolitical Weekly n.159
DI Enrico Mariutti e Alberto Parisi

Sommario: Canada, Iraq e Siria, Nigeria, Filippine

 

Canada

Il 22 ottobre un uomo armato ha fatto irruzione all’interno del Parlamento canadese a Ottawa, aprendo il fuoco nell’ingresso dell’edificio per essere poi ucciso da un addetto alla sicurezza. Prima dell’irruzione lo stesso uomo aveva esploso dei colpi nel vicino National War Memorial, ferendo a morte un soldato. L’attentatore sarebbe un cittadino canadese convertitosi all’Islam, Michael Zehaf-Bibeau, già oggetto di indagini per la sua vicinanza ideologica al fondamentalismo e al quale era stato ritirato il passaporto per evitare che si unisse a gruppi jihadisti all’estero. L’episodio giunge a due giorni dall’omicidio di due soldati canadesi a St-Jean-sur-Richelieu (Quebec), compiuto da un altro cittadino canadese convertito all’Islam, Martin Couture Rouleau, anch’egli noto alle autorità canadesi per la sua vicinanza al radicalismo islamico. Tra le cause che potrebbero aver contribuito a spingere all’azione i due attentatori vi è probabilmente il sostegno manifestato dal premier Stephen Harper all’operazione militare di Israele nella Striscia di Gaza e l’adesione del Canada alla coalizione contro lo Stato Islamico, per le cui operazioni in Iraq sono stati inviati sei aerei da combattimento CF-18 Hornets, due velivoli da ricognizione CP-140 Aurora, un aereo da rifornimento in volo CC-150 Polaris e circa 70 unità appartenenti alle Forze Speciali.

Benché i due atti terroristici non sembrerebbero collegati tra loro né frutto di un’azione strutturata da parte di organizzazioni terroristiche di matrice islamica, tuttavia, essi rappresentano una chiara risposta da parte di singoli individui al messaggio lanciato dai gruppi jihadisti, in particolare al richiamo dello Stato Islamico, per portare avanti la propria lotta ai governi occidentali.

Filippine

Venerdì 17 settembre Abu Sayyaf, gruppo armato filippino afferente all’Islam di matrice radicale, ha liberato i due ostaggi tedeschi, Viktor Stefan Okonek e Henrike Dielen, rapiti lo scorso aprile al largo dell’isola di Jolo, nel sud delle Filippine. Nonostante le smentite del governo filippino, che nelle ore precedenti allo scadere dell’ultimatum aveva addirittura paventato la possibilità un intervento militare per liberare i due ostaggi, sembrerebbe che il governo tedesco abbia pagato un riscatto di circa 5,6 milioni di dollari per ottenerne la liberazione.

Abu Sayyaf, che porta avanti la propria lotta contro le autorità di Manila per istituire uno Stato Islamico indipendente nei territori meridionali delle Filippine (l’isola Mindanao e l’arcipelago di Sulu), aveva chiesto, tra le condizioni per la liberazione dei due ostaggi, il ritiro del sostegno tedesco alle operazioni della coalizione internazionale in Medio Oriente. Nei mesi scorsi, infatti, il gruppo, da sempre vicino al network del terrorismo internazionale, aveva annunciato la propria adesione allo Stato Islamico (IS) in Sira e in Iraq, di fatto accreditandosi come parte della rete del Califfo Al-Baghdadi, e facendo temere per la sorte dei due ostaggi.

La scelta di rilasciare i due cittadini tedeschi nonostante le richieste circa il disimpegno della Germania dal teatro mediorientale siano state palesemente disattese sembra ora lasciar presupporre che la volontà dei militanti filippini di essere riconosciuti come membri operativi della rete di IS sia principalmente funzionale ad incrementare l’efficacia della propria azione. In un momento in cui il gruppo di al-Baghdadi sembra essersi ormai accreditato come la nuova realtà jihadista per eccellenza nel panorama internazionale, infatti, sposare la causa del Califfato appare la scelta più conveniente per molti gruppi radicali che guardano al ricco network di mezzi e di risorse a disposizione di IS come ad una preziosa occasione per portare avanti la propria agenda nazionale.  

Iraq e Siria

Nella giornata di martedì lo Stato Islamico (IS) ha intensificato gli attacchi nella capitale irachena: la Green Zone di Baghdad (la zona internazionale della città) è stata colpita da almeno due colpi di mortaio, caduti a meno di 500 metri dall’Ambasciata USA senza fare vittime. Nella stessa giornata, quattro autobombe sono esplose nella capitale e in un villaggio alle porte della città, con un bilancio complessivo di oltre 30 morti e decine di feriti.

L’offensiva jihadista si fa sempre più violenta su Baghdad, con i miliziani di IS che hanno gradualmente rafforzato le loro posizioni intorno alla città, agevolati dall’impreparazione dell’Esercito e dall’efficacia delle tattiche delle milizie. Le difficoltà delle Forze Armate irachene sono apparse evidenti in occasione della fallita offensiva su Baiji (130 km a nord di Baghdad), centro di importanza strategica a causa della presenza della più grande raffineria di petrolio nazionale. 

Per quanto riguarda il fronte siriano di Kobane, nonostante il sempre maggiore impegno della coalizione internazionale, lo Stato Islamico ha continuato le proprie attività. Ad oggi, permane una situazione di stallo tra lo schieramento jihadista e quello curdo. Infatti, per quanto i bombardamenti aerei statunitensi abbiano indebolito le milizie jihadiste, queste sono lungi dall’essere sconfitte e ritirarsi dal fronte al confine turco-siriano. La decisione del Presidente turco Erdogan di permettere ai miliziani curdi di utilizzare il terriotrio di Ankara per raggiungere il fronte di Kobane potrebbe, nei prossimi giorni, cambiare gli equilibri, dando maggior respiro alle forze che stanno combattendo contro lo Stato Islamico.

Nigeria

Il 17 ottobre le autorità nigeriane hanno annunciato di aver concordato una tregua con il gruppo jihadista Boko Haram. L’accordo, che sarebbe stato raggiunto attraverso negoziati tenutisi in Ciad, prevedrebbe anche la liberazione delle 200 studentesse rapite dal gruppo islamista circa sei mesi fa. Da parte della leadership di Boko Haram non c’è stata però alcuna conferma dell’accordo.

Inoltre, gli attacchi armati del 19 ottobre e il rapimento di altre 40 ragazze il 23 dello stesso mese, tutti perpetrati nei remoti villaggi del nord-est del Paese, sembrerebbero smentire l’entrata in vigore della tregua e l’effettività delle trattative con il governo di Abuja. Di contro, la liberazione di 27 ostaggi detenuti da Boko Haram, avvenuta l’11 ottobre in Camerun, è stata portata come prova, da parte delle autorità nigeriane, del fatto che il movimento estremista avrebbe già onorato alcuni impegni nell’ambito dei negoziati. Queste e altre contraddittorie notizie evidenzierebbero le difficoltà del dialogo tra le autorità nigeriane, sotto pressione a causa del crescente malcontento e sfiducia popolari nei confronti delle lacune della strategia contro-terrorismo nazionale, e una formazione terroristica non monolitica, quale Boko Haram, la cui leadership non riesce a controllare totalmente l’operato dei comandanti locali, rendendo difficile l’impetrazione di qualsiasi forma di accordo con le istituzioni nigeriane.

Il governo di Abuja, costretto a scegliere tra l’apertura di una trattativa con Boko Haram, che però conferirebbe legittimità e prestigio alla formazione terroristica, e il rischio che il rapimento delle studentesse si trasformi in una tragedia dalle conseguenze politicamente destabilizzanti, avrebbe optato per il dialogo con i jihadisti. In ogni caso, qualsiasi soluzione possa avere la crisi innescata dal rapimento delle giovani, la difficoltà delle autorità centrali nel parlare alle comunità musulmane del nord del Paese, dove è crescente il sostegno a Boko Haram, e l’inefficacia della soluzione militare perseguita negli ultimi mesi, non permetterebbe alla Nigeria di giungere a una pacificazione del conflitto nel breve e medio termine.