10 OTTOBRE 2014
Geopolitical Weekly n.157
DI Enrico Mariutti e Alberto Parisi

Sommario: Cambogia, Mali, Siria, Somalia, Yemen

 

 

Cambogia

Lo scorso 4 ottobre, nella capitale Phon Penh un gruppo di manifestanti nazionalisti cambogiani è sceso in piazza per rivendicare l’appartenenza alla Cambogia della Kampuchea Krom, regione attualmente parte del Vietnam meridionale. I manifestanti farebbero parte della KKF (Khmers Kampuchea-Krom Federation), l’organizzazione che raccoglie le minoranze etniche cambogiane nella regione del Delta del Mekong. L’episodio, culminato con il rogo di alcune bandiere davanti all’Ambasciata vietnamita, è solo l’ultimo episodio di una protesta iniziata lo scorso giugno, in seguito alle dichiarazioni da parte di un ex funzionario diplomatico riguardo alla storica sovranità del governo vietnamita sull’area contesa.

Benché il pretesto della mobilitazione sia un’antica disputa territoriale tra i due Paesi, il riacutizzarsi delle proteste potrebbe essere stato incentivato anche dal tentativo del governo di Hanoi di rafforzare la propria posizione nella regione. Tale agenda, infatti, potrebbe essere invisa sia a i nazionalisti cambogiani sia al governo di Pechino, la cui influenza in Cambogia passa attraverso sia investimenti privati e finanziamenti pubblici sia la comunità cinese presente nel Paese, che svolge un ruolo chiave per la vita politica ed economica dello Stato.

Potrebbe non essere casuale, infatti, che la nuova fase delle proteste abbia avuto inizio a due giorni dal comunicato ufficiale con cui il Dipartimento di Stato statunitense ha annunciato l’ammorbidimento dell’embargo militare ai danni del Vietnam, nel quadro di una cooperazione volta al potenziamento della sicurezza marittima del Paese e della regione che permetta a Hanoi l’acquisto di sistemi aereo-navali di sicurezza.

Mali

Due distinti attentati hanno colpito nell’ultima settimana truppe del contingente della Missione delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA). Il 3 ottobre nove militari nigerini sono rimasti vittime di un agguato compiuto nella città di Gao da un commando in motocicletta, mentre il 7 ottobre il lancio di razzi contro una base militare nella città di Kidal ha ucciso un peacekeeper senegalese. Il primo attacco è stato rivendicato dal Movimento per l’Unicità e il Jihad in Africa Occidentale (MUJAO), mentre ancora non si è avuta alcuna rivendicazione per il secondo, che potrebbe essere ricondotto alla galassia jihadista attiva nel Paese, formata, oltre che dal MUJAO, da Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) e da frange radicali tuareg.

A 22 mesi dall’intervento militare francese contro i jihadisti che occupavano il nord del Paese e minacciavano la capitale Bamako, la situazione sul terreno è tuttora altamente instabile, anche se non si assiste ancora a una vasta mobilitazione insurrezionale pari a quella del 2012. Le principali cause di instabilità sono le tensioni alimentate dalle realtà tribali tuareg più estremiste e l’attività dei gruppi jihadisti, che ricorrono a tattiche terroristiche e di guerriglia difficili da contrastare. Le forze di sicurezza locali sarebbero mal equipaggiate e poco addestrate, mentre quelle internazionali, composte attualmente da un numero di effettivi pari a 9,298, risulterebbero insufficienti per un efficace controllo del territorio, tanto da spingere il governo di Bamako a chiederne un aumento.

La scelta di colpire i contingenti ONU potrebbe essere dimostrazione che a muoversi siano maggiormente le realtà jihadiste legate a network internazionali, mentre da parte tuareg l’insurrezione armata per l’indipendenza sarebbe in una fase di attesa, determinata dallo sviluppo  dei negoziati in corso con il governo centrale. Se il dialogo tra tuareg e autorità non dovesse avere un esito positivo, il rischio è che si possa tornare alla situazione che ha portato al conflitto apertosi nel 2012, con conseguenze ulteriormente destabilizzanti per la fragile area del nord del Mali e di tutto il Sahel.

Siria

A meno di un mese dall’inizio dell’assedio in cui ISIS ha stretto Kobane, il piccolo centro è in procinto di cadere.

Kobane, presidiata dal luglio 2012 dalle milizie curde del YPG (Unità di Protezione Popolare), è un agglomerato urbano di poche decine di migliaia di abitanti al confine tra Siria e Turchia. Dei tre principali varchi che separano i due paesi (Tell Abyad e Jarablus gli altri due), Kobane è l’unico non ancora sotto il controllo di ISIS.

Da tre settimane le milizie curde del YPG, affiancate da veterani del PKK (Partito Curdo dei Lavoratori) e sostenute dal supporto aereo della coalizione arabo-occidentale, tentano di respingere la violenta offensiva delle milizie del Califfato.

Forte di un’importante supremazia numerica e di buone capacità organizzative, ISIS sta mostrando una capacità tattica e una visione strategica in grado di mettere in difficoltà tanto le milizie curde quanto i vertici militari della coalizione: dispersi in un nugolo di piccole unità, con scarsi segni di riconoscimento e un’alta mobilità, i jihadisti rendono meno efficaci i raid aerei e mettono in crisi le milizie curde, addestrate secondo una dottrina militare in materia di guerriglia urbana meno raffinata, dotate di armi arretrate e con insufficienti munizioni.

L’offensiva di ISIS su Kobane e nel resto del Nord-Est della Siria sembra tesa al ricongiungimento delle due aree controllate dalle milizie del Califfato, l’entroterra siriano e il Nord dell’Iraq. L’ambizione dei jihadisti potrebbe essere quella di consolidare il proprio controllo territoriale su Iraq e Siria, onde avere una maggiore capacità di proiezione su tutti i teatri regionali, dalla Turchia, al Libano.

La Turchia, l’unica apparentemente in possesso di forze sufficienti a contrastare l’avanzata delle milizie jihadiste, sta prendendo tempo, rimandando l’intervento e vincolandolo a condizioni precise. Dietro alla cautela turca potrebbe trovarsi il timore di legittimare l’autonomismo curdo, l’intenzione di evitare il contagio del jihadismo oppure la convinzione di non avere assetti militari adatti alla situazione. Quel che è certo è che la posizione turca, contestata tanto dai Paesi arabi quanto dagli alleati NATO, si fa sempre più difficile da sostenere per Ankara, dato il montare della rabbia all’interno della comunità curda in Turchia e l’evolversi delle operazioni militari lungo il confine.

Somalia

L’operazione “Oceano Indiano”, lanciata lo scorso agosto dall’esercito nazionale somalo (SNA) insieme ai contingenti della missione dell'Unione Africana in Somalia (AMISOM) ha raggiunto il suo obbiettivo primario il 5 ottobre, grazie alla conquista del centro portuale di Barawe, controllato dal 2006 dal gruppo terrorista affiliato ad al-Qaeda al-Shabaab. Il successo dell’offensiva su Barawe è stata possibile anche grazie al supporto di intelligence francese e di alcuni raid aerei da parte di droni statunitensi.

Barawe, situata 220 chilometri a sud-est della capitale Mogadiscio, era il centro politico di maggior importanza per al-Shabaab, oltre che uno snodo economico fondamentale per il traffico di armi e merci. La città svolgeva anche un ruolo rilevante come base militare per l’addestramento dei miliziani.

La conquista di Barawe, portata a termine con l’impiego esclusivo di truppe somale e di AMISOM, rappresenta il maggior successo militare nella storia delle missioni di peace-enforcement dell’Unione Africana.

La perdita di Barawe arriva in un momento di grandi difficoltà per al-Shabaab: al leader Ahmed Abdi Godane, ucciso il mese scorso in un raid statunitense, è succeduto Ahmad Umar, una figura oscura di cui si conosce solo il ruolo di comandante militare, l’appartenenza al clan Isaaq e la parentela con il defunto emiro. La sua elezione sembrerebbe rispondere più a logiche claniche che a un aperto e diffuso sostegno di tutta l’organizzazione.  

La sconfitta di Barawe e l’avvicendamento al vertice potrebbero portare a un ulteriore ridimensionamento dei consensi, ad una diminuzione della ricchezza e ad una decurtazione del territorio controllato da al-Shabaab in Somalia. Ne consegue che l’organizzazione potrebbe ricalibrare  la struttura di potere, gli equilibri interni e il centro stesso delle proprie attività in favore delle sue propaggini estere: al momento la branca più matura per donare nuovo slancio alle attività terroristiche di al-Shabaab sembrerebbe quella kenyota.

Yemen

Il vuoto di potere prodotto dall’arrivo a Sana’a dei militanti Houthi, gruppo ribelle di confessione sciita zaydita radicato nelle province settentrionali dello Yemen, sta aprendo nuovi spazi per l’organizzazione jihadista al-Qaeda nella Penisola Arabica, attiva nel consolidamento del proprio potere nelle province del Sud dello Yemen e nella conduzione di attacchi contro le Forze di Sicurezza dello Yemen e contro gli stessi ribelli Houthi.

Il 9 ottobre, un attentatore suicida si è fatto esplodere nel centro di Sana’a durante una manifestazione del gruppo sciita, uccidendo oltre 40 persone. Nelle stesse ore, nella provincia centro-orientale dello Hadramawt, un altro attentatore ha attaccato un checkpoint dell’Esercito vicino la base militare di al-Mukalla, assassinando circa 20 soldati. Nonostante al momento non siano ancora pervenute rivendicazioni, è possibile affermare con certezza che AQAP e l’organizzazione alleata Ansar al-Sharia, già attive nelle scorse settimane in attacchi ai danni delle Forze Armate e degli Houthi, siano i responsabili degli eccidi.

Non contribuisce a migliorare il clima d’instabilità l’assenza di accordo sulla nomina del nuovo Primo Ministro: nell’ultima settimana, i ribelli Houthi hanno reso noto la propria contrarietà alla nomina di Ahmed Awad bin Mubarak come Premier, proposta nell’ambito di un accordo di pace moderato dalle Nazioni Unite. Forti del loro potere militare e del controllo di edifici governativi e caserme militari, gli Houthi sembrano intenzionati a continuare il loro assedio a Sana’a finché non otterranno le condizioni loro più favorevoli. Il clima di progressiva settarizzazione, la fragilità e la frammentazione delle Forze Armate e la sostanziale immobilità del Presidente Hadi sono destinate ad aggravare la crisi politica e di sicurezza in Yemen: la predominanza di interessi tribali e regionali su quelli statali continuerà a rendere impossibile l’avviamento di un processo di consolidamento delle istituzioni nazionali, ostaggio di poteri in conflitto e di ripetuti fallimenti nel dialogo tra le parti.