25 LUGLIO 2014
Geopolitical Weekly n.154
DI Andrea Ferrante e Anna Miykova

Sommario: Israele, Libia, Nigeria

 

Israele

A poco più di una settimana dall’avvio dell’intervento terrestre, proseguono le operazioni militari israeliane all’interno della Striscia di Gaza. Le pressioni internazionali per il raggiungimento di una tregua stanno trovando l’opposizione sia israeliana, con le autorità di Tel Aviv determinate a portare avanti le azioni nella Striscia finché non sarà stata smantellata per intero la rete di tunnel usati dai militanti palestinesi per giungere oltre il confine israeliano, sia di Hamas, che non pare intenzionato a recedere dalle condizioni poste per il “cessate il fuoco”. Queste prevedono il rilascio di militanti del movimento da parte delle autorità israeliane e il sollevamento del blocco egiziano al valico di Rafah. Dall’inizio dell’operazione “Protective Edge” hanno perso la vita oltre 800 cittadini palestinesi e 34 israeliani.

L’intensificazione degli sforzi internazionali per il raggiungimento di un “cessate il fuoco” non si sono al momento rivelati efficaci. Nel corso della settimana, l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani e il re saudita Abdallah si sono incontrati a Jeddah per cercare di individuare una soluzione all’impasse e favorire il raggiungimento di una tregua. Nonostante l’avvio del dialogo tra Qatar, sostenitore di Hamas, e Arabia Saudita, favorevole ai tentativi di negoziazione avviati dall’Egitto, potrebbe costituire un importante passo per l’interruzione delle violenze, la difficoltà dei rapporti tra i due Paesi del Golfo potrebbe giocare a sfavore del processo di pace. 

Di fronte alla precarietà della situazione nella Striscia di Gaza, la Comunità Internazionale potrebbe ipotizzare l’adozione di nuove strategie per impedire il deterioramento ulteriore della crisi e prevenire lo scoppio di nuove violenze in futuro. Ad esempio, una soluzione innovativa potrebbe essere il dispiegamento di una forza d’interposizione internazionale lungo il confine con Israele ed Egitto per prevenire l’avvio di nuove escalation delle tensioni tra le due parti, lavorare a una smilitarizzazione della Striscia e permettere una riapertura del valico di Rafah sotto controllo internazionale, con migliori capacità di sorveglianza sul transito di merci e individui.

Libia

Proseguono da circa due settimane a Tripoli gli scontri armati per il controllo dell’aeroporto internazionale Mitiga tra le milizie di Zintan, che controllano la struttura dai giorni della rivoluzione del 2011, e un fronte composto da vari gruppi armati di orientamento islamista, tra cui il Libyan Revolutionaries’ Operation Room e formazioni provenienti da Misurata. Le violenze, che hanno causato ad oggi circa 50 vittime, potrebbero continuare ancora a lungo, nonostante i tentativi di mediazione da parte delle autorità governative.

Le tensioni tornano a crescere anche nel capoluogo della Cirenaica, Benghazi: mercoledì 23 luglio, un attentato suicida al quartier generale delle Forze di Sicurezza ha ucciso almeno 4 soldati leali al Generale ribelle Khalifa Haftar. Solo ventiquattr’ore prima, un conflitto sviluppatosi per le strade della città tra miliziani islamisti e truppe governative aveva causato 16 vittime e più di 80 feriti.

Nonostante l’offensiva del Generale Haftar abbia accentuato la polarizzazione tra le fazioni islamiste e quelle secolari, cercare di tracciare confini ideologici chiari tra le forze attive in Libia sembra oggi un esercizio vacuo: il conflitto libico va oggi piuttosto inteso come una lotta tra milizie per il controllo del territorio, in un momento in cui peggiora il vuoto di potere in seno al Paese e perdura l’inattività delle Forze di Sicurezza nazionali. La precaria condizione delle Forze Armate libiche pare aver declassato la questione della sicurezza nazionale a una guerra fra attori “privati”, investendo della responsabilità di difesa dell’apparato istituzionale chi dimostra di poter esercitare un minimo controllo sul Paese.

Nigeria

Lo scorso 21 luglio, un commando di miliziani di Boko Haram hanno attaccato ed assunto il controllo della città di Damboa, nello Stato nord-orientale del Borno, causando la morte di numerosi civili e la fuga di oltre 15.000 persone contrarie alla causa islamista radicale del movimento. Si tratta del primo caso, dall’inizio dell’insurrezione bokoharamista nel 2009, in cui il gruppo conquista un centro urbano e ufficialmente rivendica il controllo di una porzione di territorio nazionale, ponendosi in diretta competizione con Abuja. In questo senso, appare significativo come la presa di Danboa sia stata favorita non solo dalla sempre maggiore difficoltà del governo centrale e delle Forze Armate nel controllare le remote aree nel nord del Paese, lasciando intere città completamente sguarnite e in balia dei miliziani bokoharamisti, ma anche dal sostegno di una parte della popolazione locale, scontenta nei confronti del governo e disposta ad le attività di Boko Haram. Alla luce della progressiva penetrazione nel tessuto sociale e dell’evidente rafforzamento del movimento, l’occupazione di Damboa rappresenta un punto di svolta per l’insorgenza jihadista nigeriana perché, per la prima volta, il movimento ambisce a territorializzarsi e mostra la volontà di imporsi progressivamente come un centro di potere alternativo al Governo centrale. Questa ipotesi appare plausibile soprattutto se si osservano i simili recenti sviluppi dell’insorgenza jihadista in Mali, Libia, Yemen e Iraq. In questo senso, il controllo di Damboa, che è uno snodo viario e commerciale fondamentale nella regione, potrebbe servire lo scopo di controllare i traffici locali, aumentando gli introiti di Boko Haram e contemporaneamente consentendogli di proteggere le proprie basi operative della vicina foresta di Sambisa, dove sembrerebbero essere detenute le 200 adolescenti cristiane rapite lo scorso aprile.