18 LUGLIO 2014
Geopolitical Weekly n.153
DI Andrea Ferrante e Anna Miykova

Filippine

Giovedì 10 luglio, l’imam australiano Musa Cerantonio è stato arrestato all’aeroporto di Lapu-Lapu, nell’isola filippina di Cepu, unitamente a due cittadini filippini che lo accompagnavano. Le autorità locali hanno formalmente accusato Cerantonio di aver condotto attività di proselitismo radicalista nelle Filippine, dove, attraverso messaggi di propaganda diffusa sui social network, avrebbe cercato di reclutare combattenti jihadisti pronti ad unirsi alle fila dello Stato islamico (IS) in Iraq e in Siria. Presente nel Paese dal 2013, il predicatore australiano avrebbe stabilito un contatto con Abu Sayyaf, gruppo affiliato ad al-Qaeda attivo nel Paese da circa venti anni, ha riportato l’attenzione sul possibile riacutizzarsi della minaccia islamista radicale nel Paese.

Infatti, già nelle scorse settimane le autorità filippine avevano registrato una ripresa dell’attività del gruppo e  solo l’intervento delle Forze Armate, nella provincia di Sulu e nell’isola di Basilan, aveva permesso di sgominare alcune cellule pronte a mettere a punto nuovi rapimenti nel sud dell’arcipelago. Nonostante l’efficacia della strategia anti-terrorismo adottata da Maila, e il conseguente indebolimento di cui è stato vittima Abu Sayyaf in questi ultimi anni, i recenti sviluppi sembrerebbero indicare un nuovo fermento nel panorama jihadista locale. Tuttavia, lo storico legame di Abu Sayyaf con il network del terrorismo internazionale e, in particolare, con altri gruppi islamisti di matrice radicale presenti nel sudest asiatico lascia presupporre come tale rinvigorimento potrebbe avere importanti ripercussioni non solo sulla sicurezza interna ma soprattutto sulla possibilità di una nuova ripresa del fenomeno terroristico in tutta la regione.

Francia

Domenica 12 luglio, il Ministro della Difesa Jean-Yves Le Drian ha ufficializzato la decisione del Governo di lanciare una nuova operazione antiterrorismo nella fascia del Sahel in sostituzione della missione Serval, avviata nel gennaio 2013 per supportare l’Esercito del Mali nella lotta all’insorgenza jihadista nel nord del Paese. La nuova missione, denominata “Operazione Barkhane”, intende costituire uno strumento di più ampio contrasto al terrorismo e all’instabilità regionale e potrà contare su un notevole dispiegamento di uomini e mezzi (3000 soldati, 200 blindati, 20 elicotteri, 10 aerei da trasporto tattico, 6 caccia e 3 droni da ricognizione) in partenariato con i Paesi della regione. Infatti, i militari francesi, che opereranno dalle basi di Niamey in Niger e N’Djamena in Ciad, affiancheranno gli Eserciti di Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad. Risulta particolarmente rilevante come, nonostante il quartier generale del “operazione Barkhane” sia stato istituito a N’Djamena, l’Eliseo abbia mantenuto la maggioranza delle proprie forze (1000 soldati) a Gao, nel nord del Mali, dando un forte segnale di continuità nel sostegno militare e politico a Bamako, soprattutto in vista dell’accordo militare tra i due Paesi che potrebbe concedere a Parigi la base settentrionale di Tessalit, punto strategico di controllo per l’Africa nord-occidentale. In questa prospettiva, il rinnovato impegno francese potrebbe essere volto a riconfermare il suo ruolo centrale nello scacchiere africano e a dissipare le critiche interne riguardo al disinteresse della classe dirigente nei confronti delle ex-colonie e della minaccia terroristica fuori dai confini nazionali. A questo proposito, un intervento ad ampio spettro per stabilizzare la fascia sahelo-sahariana si è reso necessario soprattutto alla luce degli effetti della crisi maliana del 2012. Infatti, benché in maniera latente, l’insorgenza dei Tuareg e delle organizzazioni jihadiste affiliate ad Al-Qaeda continua ad andare avanti, come testimoniato dai recenti attacchi suicidi a Gao e Kidal. In questo senso, i costanti rischi di radicalizzazione salafita dei gruppi ribelli rappresenta una seria minaccia per la sicurezza dell’intera regione, già affetta dai fenomeni dei traffici illeciti e della criminalità organizzata difficilmente arginabili dai governi locali.

Israele

A dieci giorni dall’inizio dell’operazione delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) a Gaza, denominata “Protective Edge”, mezzi blindati e corazzati di Tel Aviv sono penetrati all’interno della Striscia con lo scopo di neutralizzare le infrastrutture e miliziani di Hamas, responsabili del ripetuto lancio di razzi sul territorio israeliano. Ad oggi, il bilancio della crisi è di circa 250 vittime e più di 1.500 feriti tra la popolazione palestinese, e una vittima israeliana, un volontario rimasto ucciso da un colpo di mortaio mentre si adoperava per la distribuzione dei generi alimentari alle IDF Aviv disposte lungo il confine.

Lo scontro militare tra Israele e Hamas, deflagrato al termine di un mese di tensioni e manifestatosi veementemente con l’invasione delle truppe di Tel Aviv non sembra al momento affievolirsi, nonostante il tentativo egiziano di mediare una possibile cessazione del fuoco, fallito a causa della ferma opposizione da parte di Hamas. Nella giornata di mercoledì 17 luglio, in seguito all’uccisione di 4 bambini palestinesi colpiti da un razzo israeliano sulla spiaggia di Gaza, è stato raggiunto, invece, un accordo tra le parti limitatamente all’osservazione di una tregua “umanitaria” della durata di 5 ore, sponsorizzata dall’inviato speciale delle Nazioni Unite, Robert Serry. Alla conclusione della tregua, peraltro spezzata già in mattinata da alcuni colpi di mortaio partiti dalla Striscia, le Forze israeliane hanno ripreso i raid aerei e le incursioni terrestri. A differenza delle precedenti operazioni militari, questa volta gli obbiettivi delle IDF è, nello specifico, la rete di tunnel che collega i territori palestinesi con quelli israeliani e che permette il by-passaggio dei check-point e delle misure di sicurezza e interdizione di Tel Aviv da parte dei miliziani della Striscia di Gaza.

L’ostinata resistenza di Hamas lascia immaginare che si sia ancora lontani da un’intesa per un “cessate il fuoco” duraturo. Questa circostanza appare riconducibile alla volontà dell’organizzazione di ottenere maggiori concessioni: in particolar modo, l’apertura stabile del valico di Rafah verso l’Egitto, fondamentale sbocco per l’afflusso dei rifornimenti a Gaza, e il rilascio degli esponenti di Hamas arrestati durante le operazioni dell’Esercito israeliano nei territori, il mese scorso.

Se da un lato è possibile ipotizzare che l’attuale crisi di Gaza favorisca un rafforzamento della leadership di Hamas all’interno di una Striscia posta sotto assedio, dall’altro il gruppo islamista rischia di pagare il prezzo delle tensioni prodotte dall’elevato numero di vittime e dal rifiuto della tregua proposta dagli egiziani.

Ucraina

Il 17 luglio il Boeing 777 MH-17 della Malaysia Airlines è precipitato nei pressi della cittadina di Hrabove, nell’oblast di Donetsk, a circa 50 km dal confine russo-ucraino, causando la morte dei 295 passeggeri. Nello specifico, il velivolo, diretto a Kuala Lumpur, si trovava nello spazio aereo ucraino e procedeva in direzione di quello russo, sorvolando l’area del Donbass, controllata dai separatisti filo-russi. Per quanto la dinamica dell’incidente debba ancora essere accertata, i primi dati disponibili fanno sospettare che il velivolo possa essere stato abbattuto da un missile superficie-aria lanciato da un sistema missilistico BUK (NATO SA-11”Gadfly” SA-17 ”Grizzly”). Infatti, il Boeing malese sembra essere stato colpito ad una quota di 10.000 metri, altezza raggiungibile soltanto da un tale complesso sistema d’arma. Al momento, la responsabilità dell’accaduto potrebbe essere attribuita alle milizie filo-russe della Repubblica Popolare di Donetsk (RPD). Infatti, nelle settimane precedenti all’incidente, i miliziani erano entrati in possesso di una batteria di SA-11 SA-17, oltre ad aver intensificato le operazioni anti-aeree contro le Forze Armate ucraine, come testimoniato dall’abbattimento, il 14 luglio scorso, di un aereo-cargo An-26 dell’Esercito nei pressi della cittadina di Davido-Nikolsk. Come se non bastasse, le autorità di Kiev hanno esibito prove circa presunte conversazioni telefoniche tra i comandanti delle milizie nelle quali si parlava del tragico incidente. Inoltre, lo stesso comando militare della RPD aveva rivendicato, nei minuti immediatamente successivi alla scomparsa del velivolo dai radar, il presunto abbattimento di un altro An-26. Tuttavia, tale rivendicazione è scomparsa dai canali telematici poco dopo l’ufficializzazione della caduta del Boeing malese. L’abbattimento del MH-17 costituisce il più grave incidente sinora avvenuto dall’inizio dell’insurrezione nelle regioni orientali ucraine nonché di un evento in grado di cambiare l’inerzia del conflitto. Infatti, se fino ad ora lo scontro aveva una dimensione regionale, l’uccisione di centinaia di cittadini provenienti da diverse parti del Mondo (Paesi Bassi, Germania, Francia, Australia, Malesia, Regno Unito) è destinata ad aumentare la rilevanza mediatica globale dell’insurrezione. Europa e Stati uniti hanno fermamente condannato l’accaduto, schierandosi apertamente in favore di Kiev e condannando la Russia, ritenuta responsabile della tragedia a causa del suo sostegno ai separatisti. In ogni caso, l’enorme danno d’immagine subito da Mosca rischia di comprometterne gli spazi di manovra politica a livello internazionale. Da par loro, sia i separatisti del Donbass che il Cremlino hanno negato qualsiasi coinvolgimento nella vicenda, affermando che la responsabilità è esclusivamente di Kiev. A livello politico, dunque, si rischia un ulteriore inasprimento dei rapporti tra Europa, Stati Uniti Ucraina e Russia, già ulteriormente peggiorati dal nuovo round di sanzioni deciso da Washington e diretto a società e banche strategiche russe, quali Gazprombank, il ramo finanziario di Gazprom, e Rosneft, il gigante petrolifero russo. All’indomani della tragedia, il governo ucraino sembra aver guadagnato ulteriore legittimazione internazionale nel proseguo dell’operazione anti-terrorismo nel Donbass, che presumibilmente continuerà fino alla completa sconfitta dell’insurrezione. Appare particolarmente preoccupante l’avvicinarsi della battaglia di Donetsk, quando le Forze Armate di Kiev dovranno affrontare i separatisti barricati nella popolosa città orientale. In questo caso esiste il rischio concreto di alti danni collaterali, come distruzione di infrastrutture critiche e morti di civili. Infine, l’incidente del Boeing malese e le sue conseguenze politiche e militari rischiano di erodere definitivamente i margini di trattativa tra separatisti e governo centrale, rendendo molto difficile una risoluzione politica e pacifica del conflitto.