16 MAGGIO 2014
Geopolitical Weekly n.145
DI Andrea Ferrante e Anna Miykova

Sommario: Siria, Sud Sudan, Thailandia, Vietnam 

 

Siria

L’implementazione degli accordi siglati nei primi giorni di maggio tra la Siria del Presidente Bashar Al-Assad e il vasto fronte di opposizione ha portato al ritiro delle truppe ribelli da Homs, a tre anni esatti dall’inizio dell’assedio nella città-simbolo della guerra civile siriana. Nell’ambito del “cessate il fuoco” previsto dagli accordi, circa 1.200 ribelli hanno abbandonato l’area della “Old City”, fatta eccezione per il distretto di Waer, nell’area nord-occidentale, ancora sotto il controllo degli insorti. La “tenuta” di Homs si potrebbe rivelare estremamente preziosa per il regime di Assad, nell’ottica di rafforzare la fascia occidentale che dalla capitale Damasco passa per Qalamoun, Qusayr, e giunge sino alla città di Latakia.

La messa in sicurezza del confine libanese, dunque, potrebbe consentire alle truppe fedeli al regime di concentrarsi sulle restanti aree contese, situate prevalentemente nel nord del Paese, tra cui figurano la città Aleppo e la regione di Latakia, dove nelle ultime settimane si è concentrata una vasta offensiva delle truppe lealiste nel tentativo di riguadagnare alcune posizioni strategiche che, nelle scorse settimane, erano state conquistate dai ribelli.

Al momento, per il regime di Assad le prospettive a breve-medio termine appaiono quelle di uno spostamento graduale del nucleo centrale del conflitto verso il nord del Paese, al fine di ricucire lo strappo creato dall’avanzata ribelle e di trarre guadagno da eventuali successi militari a fini propagandistici.

Sud Sudan

Poche ore dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco siglato il 9 maggio ad Addis Abeba tra il presidente sudsudanese Kiir e il capo dei ribelli Riek Machar, si sono registrati nuovi violenti scontri nei pressi di Bentiu, capitale dello Stato di Unity, e nello Stato di Upper Nile dove sono morte circa 30 persone. Al momento, non è chiaro da chi sia stato provocato lo scontro poiché entrambe le fazioni hanno riferito di aver reagito per legittima difesa accusando la controparte di aver violato l’accordo. In ogni caso, la ripresa delle ostilità e la profonda frammentazione del contesto sudsudanese rendono difficile una risoluzione del conflitto nel breve termine. A preoccupare maggiormente è la forte recrudescenza degli scontri che contrappongono le forze governative appartenenti all’etnia maggioritaria dei dinka, da cui proviene il presidente Kiir, e le forze eterogenee dei ribelli costituite da formazioni paramilitari, milizie tribali e attivisti politici appartenenti alla comunità nuer e ad altre etnie minoritarie. I combattimenti, accompagnati da massacri su base etnica e atrocità contro i civili perpetrate da entrambi i campi, non si sono mai placati dall’insorgere delle prime ostilità nel dicembre del 2013. Basti pensare che il precedente cessate il fuoco, faticosamente negoziato e firmato il 23 gennaio, non è mai stata osservato. Alla luce dei fatti, appare evidente che il governo di Juba è stato militarmente e politicamente incapace di gestire la crisi e non ha saputo implementare un accordo di pacificazione civile e politica. Inoltre, la totale mancanza di sicurezza, alimentata dai flussi incontrollati di migliaia di rifugiati o di miliziani dai Paesi limitrofi, e l’instabilità interna rischiano di provocare il crollo del giovane Stato sudsudanese e delle sue istituzioni.

Thailandia

Lo scorso 7 maggio, la Corte Costituzionale thailandese ha reso nota la sentenza che decreta la destituzione del Primo Ministro ad interim Yingluck Shinawatra, leader del movimento politico “Pheu Thai” (“Per i Thailandesi”), risultato essere il primo partito nelle elezioni generali del 2011. L’accusa è quella di abuso di potere, in relazione alla rimozione illegittima di un impiegato statale, fatto risalente a tre anni fa. La decisione si inserisce nel quadro di un conflitto istituzionale che negli ultimi anni ha visto numerose volte la Suprema Corte entrare in conflitto con l’esecutivo in carica. Già in altre occasioni, infatti, la massima autorità giudiziaria del Paese si era pronunciata in contrasto con le direttive politiche del governo. Tuttavia, il recente verdetto non sembra essere sostenuto da una chiara previsione costituzionale ed è stato oggetto di forti contestazioni da parte dei sostenitori di Shinawatra.

Da diversi mesi la Thailandia è un Paese politicamente paralizzato, sin da quando, lo scorso dicembre, il Parlamento è stato sciolto in seguito a un’ondata di tumulti popolari antigovernativi che hanno colpito principalmente Bangkok. Lo scontro politico-isituzionale in atto fa da cornice, in realtà, a un generale malcontento per gli scandali di corruzione e malgoverno che hanno costellato il decennio di dominio politico della famiglia Shinawatra.

La decisione del governo, lo scorso dicembre, di convocare le elezioni politiche per febbraio si è rivelata un flop, a causa del riuscito boicottaggio dell’opposizione e della dichiarazione di invalidità del voto emessa dalla Corte Costituzionale. La situazione è precipitata ulteriormente nelle ultime settimane, duranti le quali gli scontri di piazza tra le “Red Shirts”, i sostenitori di Shinawatra, per lo più provenienti dalle aree rurali del Paese, e le “Yellow Shirts”, gli oppositori, riuniti nel “Comitato per le riforme Popolari” (PDRC), hanno fatto scivolare pericolosamente la Thailandia nel caos e minacciano seriamente di far slittare la nuova convocazione elettorale prevista per il mese di luglio.

Ciò che ad oggi appare l’unico esito probabile della disputa in atto è la progressiva perdita di legittimazione delle già fragili istituzioni democratiche, in una realtà statuale che ha conosciuto 10 colpi di stato negli ultimi 60 anni di storia del Paese.

Vietnam

Nel corso di violente proteste contro il governo cinese verificatesi il 15 maggio nella provincia centrale di Ha Tinh, 20 operai hanno perso la vita e un complesso industriale siderurgico è stato dato alle fiamme. A distanza di un giorno dalle prime rivolte che hanno interessato il sud del Paese, circa 15 fabbriche di proprietà cinese o gestite da cittadini cinesi espatriati sono state incendiate e oltre 250 stabilimenti danneggiati. Alla base delle proteste vi è la decisione del governo cinese di installare, lo scorso 1 maggio, una piattaforma esplorativa e di effettuare trivellazioni sul fondale nei pressi delle isole Paracel, nel Mar Cinese Meridionale, che il Vietnam considera sua zona economica esclusiva (ZEE). Alle proteste di Hanoi, rimaste inascoltate, la Cina ha poi risposto con l’invio di 80 navi militari per pattugliare le acque al largo delle coste vietnamite.

Gli episodi di violenza degli scorsi giorni hanno contribuito a innalzare ulteriormente la tensione tra Pechino e Hanoi, la quale ha comunque mantenuto una politica di basso profilo limitandosi alla richiesta di ritiro della piattaforma e all’invio di motovedette per mostrare la sua presenza nell’area contesa. Tuttavia, qualora la Cina continui a ledere i diritti esclusivi di sfruttamento della ZEE vietnamita, non si può escludere il ricorso a metodi più duri per la risoluzione della disputa. Il Vietnam, a differenza di altri Paesi della regione, non fa parte di un’alleanza militare che possa dissuadere la politica aggressiva della Cina che mira a porre Hanoi di fronte al fatto compiuto e, dunque, finora il governo vietnamita ha potuto poco contro il muscolarismo cinese. Ciononostante, non è da escludere un’escalation della situazione dovuta proprio alla mancanza di alternative da parte di Hanoi.