14 MARZO 2014
Geopolitical Weekly n.142
DI Stefano Sarsale

Sommario: Arabia Saudita, Israele, Libia, Ucraina

 

Arabia Saudita

Venerdì 7 marzo, il Ministero degli Interni, guidato dal Principe  Mohammed bin Nayef, ha designato i Fratelli Musulmani alla stregua di un gruppo terroristico. Già considerata illegale all’interno del Paese, la Fratellanza si aggiunge ora al “libro nero” del governo accanto ai gruppi di ispirazione qaedista come al-Nusra e ISIS (Stato Islamico d’Iraq e del Levante), implicati nella guerra civile siriana. La decisione è l’ultima misura adottata da Ryadh sia per scongiurare la diffusione di un’interpretazione dell’Islam diversa da quella statale, sia per impedire l’ascesa di una influente formazione sociale e politica nel Paese. Inoltre, la politica di contrasto a fenomeni giudicati come terroristici ha trovato ulteriore conferma nell’approvazione del decreto reale dello scorso 3 febbraio che sancisce la reclusione fino a 20 anni per tutti i cittadini colpevoli di aver combattuto con formazioni jihadiste all’estero. In questo modo, il governo ha cercato di porre un limite al numero di giovani sauditi che lasciano il Paese per unirsi ai tanti movimenti estremisti mondiali, in particolare quelli coinvolti  nel conflitto siriano.

L’inasprimento della posizione saudita contro i Fratelli Musulmani si inserisce nel più ampio contesto della contrapposizione con il Qatar per la leadership nella regione del Golfo. Infatti, i finanziamenti qatarini alla Fratellanza sono stati tradizionalmente causa di forte tensione con l’Arabia Saudita che, al contrario, ha cercato di impedire il consolidarsi del movimento nella regione. Quest’azione decisa ha permesso all’Arabia Saudita di raccogliere i consensi delle altre monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) che considerano la politica estera del Qatar non in linea con i principi del CCG. A testimonianza di ciò, il 5 marzo, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrain hanno deciso di richiamare i loro ambasciatori di stanza a Doha.

Israele

Nella giornata di mercoledì 12 marzo circa 60 razzi provenienti dalla Striscia di Gaza  hanno colpito il territorio israeliano. L’attacco, rivendicato dalla Brigata al-Quds, gruppo facente parte del Jihad Islamico in Palestina (JIP),  è stata la risposta al raid israeliano di martedì nel quale sono rimasti uccisi tre militanti. Israele ha risposto colpendo 29 postazioni dei combattenti palestinesi dalle quali sono partiti gli attacchi. Per cercare di frenare l’escalation, l’Egitto ha mediato un accordo sul cessate il fuoco tra Israele ed il gruppo jihadista, ma la tregua è durata meno di 24 ore. Infatti, nella tarda serata di giovedì 13 sono stati sparati altri 18 razzi e in risposta, l’Aviazione israeliana ha bombardato un campo di addestramento delle Brigate al-Qassam, braccio armato dell’organizzazione politica palestinese Hamas.

Quanto accaduto mette in rilievo la tensione nell’area, nonostante il disimpegno unilaterale di Israele dalla Striscia di Gaza da ormai due anni e i colloqui di pace in corso. Appare evidente che i fatti di questa settimana potrebbero non giovare al processo di pace e resta il timore che Israele possa attuare nuove azioni di forza per garantire la propria sicurezza.

Libia

L’11 marzo, il Primo Ministro Ali Zeidan è stato sfiduciato dal Congresso Generale del Popolo di Tripoli (Parlamento libico) e sostituito con il Ministro della Difesa, Abdullah Al-Thani, che dovrebbe rimanere in carica per le prossime due settimane, fino alla nomina del nuovo Premier.

Il voto del Parlamento è stato notevolmente influenzato dalla cattiva gestione del caso della petroliera nordcoreana Morning Glory. La nave, nonostante non fosse autorizzata a salpare, ha forzato il blocco della guardia costiera libica ed ha lasciato illegalmente il porto di Es Sider, nell’est del Paese. La Morning Glory era carica di petrolio estratto irregolarmente dalle milizie autonomiste della Cirenaica, che da alcuni mesi gestiscono la produzione e la commercializzazione del greggio nelle regioni orientali del Paese. Tali gruppi armati non riconoscono l’autorità di Tripoli e hanno instaurato, sin dalla caduta del regime di Gheddafi, il controllo e l’amministrazione diretta del territorio e delle risorse petrolifere cirenaiche. Tuttavia, al di là del caso specifico della petroliera nordcoreana, il governo di Zeidan era soggetto a forti critiche a causa dell’incapacità di attuare misure efficaci per la stabilizzazione del Paese. Infatti, a distanza di tre anni dalla fine della guerra civile, la Libia non ha istituzioni politiche generalmente riconosciute e forze di sicurezza in grado di garantire il controllo del territorio. A questo si aggiunge che il Paese è in balia di milizie tribali e formazioni di ispirazione jihadista con legami qaedisti entrambi collusi con i network criminali che gestiscono i traffici illeciti rivolti verso sia l’Europa che l’Africa. 

Ucraina

L’Unione Europea (UE) e il G7 hanno dichiarato che l’eventuale annessione della Crimea alla Federazione Russa costituirebbe una violazione al diritto internazionale e per questa ragione, il referendum di domenica 16 marzo è da considerarsi illegittimo e illegale qualsiasi sia il suo risultato. Negli ultimi giorni UE e Stati Uniti hanno preso in considerazione la possibilità di applicare sanzioni economiche contro la Russia per tentare di dissuadere il Presidente Putin dal proseguire le operazioni in Crimea e riconoscere l’esito del referendum. 

Il Congresso americano, a seguito dell’incontro del 12 marzo tra il Presidente Barack Obama e il Primo Ministro ucraino Arseni Iatseniuk, ha approvato misure contro funzionari e banche russe coinvolti nella questione crimeana, mentre l’UE si è dichiarata pronta ad inasprire le sanzioni contro il Cremlino, aggiungendo alle restrizioni sui visti e al congelamento degli assetti finanziari misure di interdizione commerciale e finanziaria.

Le sanzioni, a cui la Russia si è dichiarata pronta a rispondere, sono state accompagnate dalla radicalizzazione dello scontro diplomatico internazionale e dal preoccupante e provocatorio susseguirsi di esercitazioni militari russe ai confini ucraini. Inoltre, le aree orientali ucraine, in particolare Donetsk, sono state oggetto di scontri tra manifestanti filo-russi e filo-ucraini, terminati con 4 morti e diversi feriti. Nonostante la crescente tensione delle ultime ore, la Comunità Internazionale continua a cercare una soluzione pacifica alla crisi, rifulgendo qualsiasi possibilità di intervento armato.