07 MARZO 2014
Geopolitical Weekly n.141
DI Stefano Sarsale

Sommario: Cina, Israele, Nigeria, Pakistan

 

Cina

Un gruppo di 8 uomini armati di coltelli ha attaccato, sabato 1 marzo, una stazione della metro a Kunming, nella provincia meridionale cinese dello Yunnan, provocando 29 morti, tra cui 4 assalitori  e circa 140 feriti. Tra i fermati nelle ore successive alle violenze, c’è anche il capo della banda, Abdurehim Kurban, membro alla comunità locale degli Uiguri, la minoranza musulmana presente nella regione occidentale del Xinjiang. L’attacco, benché non rivendicato, rischia di peggiorare i rapporti tra minoranza uigura e maggioranza han, già molto tesi a causa dell’insorgenza dei primi nella regione occidentale dello Xinjiang. Frequenti, infatti, sono stati i casi di violenze attribuiti alla minoranza turcofona, che da anni lotta per istituire lo Stato indipendente del Turkestan Orientale nel Xinjiang. Ad esempio, lo scorso novembre, le autorità cinesi hanno attribuito al Movimento Islamico per il Turkestan Orientale, afferente alla minoranza, l’attentato a Piazza Tianmen che ha causato la morte di cinque persone. Il secessionismo della comunità uigura rappresenta un fattore critico per la sicurezza del Paese, come testimoniato dai frequenti attacchi che i gruppi estremisti hanno sferrato contro le forze di polizia cinesi e la popolazione civile di etnia han.

Israele

Mercoledì 5 marzo, l’Israeli Defense Forces (IDF) ha intercettato, nei pressi di Port Sudan, sul Mar Rosso, una nave civile battente bandiera di Panama, la KLOS-C, che trasportava un carico di armi provenienti dall’Iran e presumibilmente diretto verso il territori della Striscia di Gaza. Secondo la ricostruzione di Tel Aviv, il carico, composto da armenti di fabbricazione siriana, sarebbe partito dal porto iraniano di Bandar Abbas, sul Golfo Persico, e avrebbe fatto scalo ad Umm Qasr, in Iraq, per poi riprendere il viaggio verso il Mar Rosso. Sempre secondo la ricostruzione delle autorità israeliane, le armi, tra cui alcuni razzi terra-terra M-302, sarebbero state destinate ai gruppi militanti palestinesi della Striscia di Gaza. In passato, Teheran è stato uno dei principali finanziatori di Hamas, l’organizzazione islamica palestinese che governa la Striscia dal 2007. Nonostante i rapporti si fossero raffreddati in seguito alle divergenze tra Hamas e Teheran sulla crisi siriana, negli ultimi mesi la visita in Iran di Jibril Rajoub, membro del Comitato Centrale di Fatah e inviato ufficiale del Presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, potrebbe dar seguito ad un rafforzamento della relazione. Inoltre, lo scorso 5 febbraio, il governo iraniano ha incontrato una delegazione di alti rappresentanti del Jihad Islamico Palestinese, gruppo militante attivo nei territori della Cisgiordania. Benché sia Teheran sia Hamas abbiano smentito il proprio coinvolgimento nella vicenda, il sequestro di armi rischia di complicare il tentativo iraniano di normalizzare i rapporti con il resto della Comunità Internazionale, sui quali pesa l’ostracismo riguardo il dossier nucleare.

Nigeria

Gli attentati della setta islamica salafita Boko Haram continuano a destabilizzare le regioni settentrionali della Nigeria. Da sabato 1 marzo, infatti, sono stati quattro gli attacchi portati a termine dal gruppo nello Stato del Borno: due, nella sola giornata di sabato, contro la città di Maiduguri e il vicino villaggio di Mainok e, nei giorni successivi, contro la città di Mafa e il villaggio di Jakana. Il bilancio finale è stato di circa 176 vittime. Il perdurare dell’instabilità legata alle violenze di Boko Haram mette in evidenza la mancanza di una strategia anti-terrorismo da parte del governo. Nonostante i raid aerei compiuti dalle Forze Armate nei giorni scorsi contro alcune istallazioni e campi di addestramento del gruppo nello Stato di Yobe, infatti, i governatori delle regioni settentrionali continuano a lamentare il comportamento poco professionale dei militari, che difronte ai raid bokoharamisti sono scappati senza opporre alcuna resistenza. In questo contesto, aumenta inevitabilmente la pressione sul governo del Presidente Goodluck Jonathan, i cui sforzi per arginare la crisi di sicurezza nel Paese non hanno fino ad ora prodotto alcun risultato. Il recente cambio dei vertici delle Forze Armate, deciso da Jonathan il mese scorso, infatti, sembra essere legato non tanto alla definizione di una strategia di difesa più efficace contro la minaccia terroristica quanto all’intento di garantirsi il sostegno dell’Esercito in vista delle elezioni politiche del 2015.  

Pakistan

Mercoledì 5 marzo, il governo pachistano ha ripreso i negoziati con Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), nella città nordoccidentale di Akora Khattak, nella provincia di  Khyber-Pakhtunkhwa. I colloqui tra i Talebani Pakistani e Islamabad, iniziati ufficialmente lo scorso 7 febbraio, erano stati sospesi la scorsa settimana in seguito alla rivendicazione, da parte del gruppo, dell’esecuzione di 23 Rangers pakistani lo scorso 16 febbraio. L’incontro è avvenuto nelle ore successive all’annuncio, da parte del portavoce del TTP Shahidullah Shahid, della disponibilità di sospendere ogni ostilità per un mese.

Nonostante la riapertura del tavolo negoziale, la politica di distensione nei confronti dell’insorgenza talebana, promossa dal Primo Ministro Nawaz Sharif, non sembra al momento produrre i risultati sperati. Nei giorni successivi alla dichiarazione del cessate il fuoco, infatti, un attentato contro una corte ad Islamabad e un’esplosione contro un convoglio di militari nel distretto di Hangu, nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa, hanno causato la morte di circa 17 persone, tra cui sei militari. I due episodi sono stati rivendicati, rispettivamente, da Ahrar ul-Hind, gruppo di recente formazione apparentemente indipendente dal network talebano pakistano, e dal gruppo Ansar ul-Mujahideen, affiliato al TTP. L’eterogeneità del panorama insurrezionale talebano e il perdurare degli scontri tra  miliziani e Forze Armate rappresentano il principale ostacolo alla politica di dialogo promossa da Sharif. L’Esercito, infatti, che nelle settimane passate aveva iniziato una campagna aerea contro alcuni rifugi dei militanti nei territori nordoccidentali delle Agenzie Tribali, ha sempre espresso il proprio scetticismo sull’efficacia della soluzione diplomatica per contrastare la minaccia dell’insorgenza nel Paese.