28 FEBBRAIO 2014
Geopolitical Weekly n.140
DI Stefano Sarsale

Sommario: Egitto, Israele, Somalia, Ucraina

Egitto

Il primo ministro ad interim Hazem el-Beblawi ha presentato le sue dimissioni lunedì 24 febbraio. Nel suo discorso alla stampa, el-Beblawi non ha specificato le motivazioni che lo hanno indotto a questa decisione, ma l’instabilità in cui riversa attualmente il Paese ha certamente contribuito alla sua scelta. Il governo da lui presieduto non è infatti riuscito a gestire gli sviluppi delle ultime settimane che hanno visto il moltiplicarsi di scioperi e manifestazioni, ma anche episodi di violenza come l’attentato della scorsa settimana ad bus turistico di Taba, da parte di Ansar Bayt al-Maqdis. La decisione del gabinetto è stata presentata al Presidente ad interim Mansour, nel corso di una riunione alla quale ha partecipato anche il feldmaresciallo al-Sisi, comandante in capo delle Forze Armate ed ex Ministro della Difesa del gabinetto el-Beblawi. A questo punto, qualora al-Sisi dovesse anche rassegnare le proprie dimissioni da capo delle Forze Armate è possibile prevedere un prossimo annuncio della sua candidatura alle imminenti elezioni presidenziali previste per il mese di aprile. Al-Sisi potrebbe essere uno dei favoriti per la vittoria, vista la sua grande popolarità, l’appoggio dell’Esercito e l’attuale mancanza di rivali plausibili.

Israele

Lunedì 24 febbraio, velivoli israeliani hanno bombardato due convogli che trasportavano missili superficie-superficie lungo la frontiera tra Libano e Siria. L’attacco è avvenuto vicino alle città di Janta e Yahfoufa, zone note per ospitare le strutture logistiche e addestrative di Hezbollah. Il movimento sciita libanese ha prontamente accusato Tel Aviv di aver colpito il suo territorio, aprendo alla possibilità di una rappresaglia contro Israele. Al contrario, il governo Netanyahu ha negato qualsiasi coinvolgimento nella vicenda, intimando ad Hezbollah di desistere da qualsiasi azione ostile, pena la reazione da parte delle Forze Armate Israeliane. Non è la prima volta che l’aviazione israeliana colpisce, in territorio siriano, convogli di armi sofisticate, come missili anti-aerei SA-17, missili antinave P-800 Yakhont e missili guidati Fateh-110. Si tratta di sistemi in grado di alterare l’equilibro delle forze regionale e costituire una minaccia alla sicurezza di Israele. Per questo motivo le Forze Armate di Tel Aviv hanno condotto raid in territorio siriano, ossia per impedire che questi sistemi entrassero in possesso delle forze siriane, sia governative sia ribelli, o delle milizie di Hezbollah.

Somalia

Venerdì 21 febbraio, un commando di militanti di al-Shabaab, movimento terrorista affiliato ad al-Qaeda, ha attaccato il palazzo presidenziale “Villa Somalia”, nel cuore della capitale Mogadiscio. Nel conflitto a fuoco tra miliziani jihadisti e forze di sicurezza somale Shabaab sono rimaste uccise 12 persone, 9 delle quali erano membri del commando. Il Presidente Hassan Sheik Mohamud è rimasto illeso. L’attacco è probabilmente diretta conseguenza dell’annuncio, da parte del governo, di voler attaccare le roccaforti di al-Shabab nel sud del Paese e distruggere definitivamente le sue strutture. L’attacco al palazzo presidenziale segue l’attentato di 2 settimane fa all’aeroporto di Mogadiscio, che ospita gli uffici delle principali organizzazioni internazionali, nel quale sono rimaste uccise 5 persone. Nonostante i proclami del governo somalo e l’impegno della missione dell’Unione Africana AMISOM, il cui contingente è stato recentemente aumentato di circa 4000 uomini, al-Shabaab continua a controllare ampie regioni della Somalia ed a colpire regolarmente i convogli militari, i palazzi istituzionali e le personalità politiche rilevanti del Paese. 

Ucraina

A partire dal 25 febbraio la regione meridionale della Crimea, popolata in maggioranza da russi, è stata teatro di una violenta ribellione popolare contro il nuovo governo ucraino. I manifestanti, dichiaratamente filo-russi, hanno contestato le modalità di destituzione del Presidente Yanucovich e si sono scagliati contro il nuovo esecutivo guidato da Turcinov e Yatsenyuk, giudicato pericolosamente nazionalista e lesivo degli interessi della popolazione russofona. Gli episodi di violenza più significativi hanno riguardato le città di Sebastopoli, sede della più grande base extra-territoriale russa  nonché del quartier generale della Flotta del Mar Nero, e di Simferopol, capitale della regione. In quest’ultima città, i manifestanti filo-russi hanno occupato il Parlamento locale, eletto il leader del partito “Unità Russa”, Sergei Aksyonov, quale nuovo Premier e infine approvato l’indizione di un referendum popolare per il prossimo 25 maggio. La consultazione referendaria, che si dovrebbe svolgere lo stesso giorno delle presidenziali ucraine, avrà il compito di decidere l’annessione della Crimea alla Federazione Russa. Negli avvenimenti di Sebastopoli e Simferopol, caratterizzati da scontri tra la comunità russa e quella tatara, sembra esserci stata la partecipazione delle Forze Armate russe. Infatti, l’occupazione dei palazzi istituzionali crimeani è stata compiuta da gruppi armati ben equipaggiati e disciplinati ma privi di qualsiasi insegna o riconoscimento. Inoltre, gli aeroporti di Simferopol e Sebastopoli sono caduti sotto ilo controllo di formazioni armate non meglio indentificate, presumibilmente composte da milizie locali coadiuvate da elementi militari del Cremlino. Difronte a quanto accaduto, Kiev ha denunciato un’aggressione armata da parte della Russia e ha richiesto la convocazione urgente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Oltre ai movimenti in Crimea, Mosca, all’indomani della deposizione di Yanucovich, ha ordinato provocatorie esercitazioni militari nei distretti al confine con l’Ucraina orientale. Appare evidente come la Russia non ritenga legittima la destituzione di Yanucovich e tema che l’instaurazione di un governo eccessivamente nazionalista e filo-europeista determini il passaggio dell’Ucraina nella sfera d’influenza europea, causando un grave danno agli interessi economici e strategici del Cremlino. In un clima così teso e politicamente polarizzato, il rischio di una escalation militare appare sempre più concreto, al pari della prospettiva di secessione non solo della Crimea ma anche delle regioni orientali ucraine, tradizionalmente legate a Mosca.