10 GENNAIO 2014
Geopolitical Weekly n.133
DI Staff Ce.S.I.

Sommario: Cambogia, Iraq, Siria, Turchia

 

Cambogia

Soldati appartenenti all’Unità Commando Speciale 911 sono intervenuti venerdì tre gennaio per sedare le proteste organizzate da un gruppo di lavoratori del settore tessile davanti alla fabbrica Yak Jin, nella periferia di Phon Penh, uccidendo quattro persone e arrestandone 23. Lo sciopero di massa dei lavoratori del tessile era iniziato a fine dicembre, in seguito alla decisione del governo di non accordare l’aumento del minimo salariale richiesto dai sindacati. La risolutezza dell’intervento delle Forze di sicurezza cambogiane e la temporanea messa al bando di qualsiasi forma di manifestazione pubblica, formulata dal Ministro dell’Interno, Sar Kheng, nelle ore successive agli scontri, hanno suscitato molte critiche nei confronti del governo: le Nazioni Unite hanno sollecitato le autorità ad accertare la responsabilità delle violenze ed annunciato l’arrivo, nei prossimi giorni, dell’Inviato Speciale dell’Ufficio Diritti Umani dell’ONU per la Cambogia, Surya Subedi.

Il malcontento sociale registrato nelle ultime settimane si va ad inserire in un contesto già fortemente destabilizzato dalle contemporanee manifestazioni del Cambodia National Rescue Party (CNRP), partito di opposizione che contesta i risultati delle ultime elezioni, tenutesi lo scorso 18 luglio, da cui è emerso vincitore il Cambodian People’s Party (CCP), il partito del Primo Ministro Hun Sen. A fine dicembre, il lavoratori in sciopero si sono uniti ai manifestanti del CNRP nel chiedere le dimissioni del Primo Ministro Hun Sen. In un momento in cui la popolarità del CCP è ai minimi storici, un’eventuale convergenza tra le manifestazioni politiche antigovernative e le proteste dei lavoratori potrebbe portare a un’ulteriore erosione del consenso di cui beneficia il partito di governo: già alle ultime elezioni, lo scarto tra CCP e CNRP era stato di soli 300 mila voti.

Iraq

Nel corso dei primi giorni di gennaio, una vasta offensiva qaedista – appoggiata da una forte componente tribale sunnita in lotta contro le autorità di Baghdad – ha portato lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS) a prendere il controllo di Falluja e di parte di Ramadi, nella provincia occidentale di Anbar. All’origine di questi ultimi sviluppi vi è la decisione del governo iracheno di ordinare lo sgombero, il 30 dicembre scorso, di un campo di dimostranti a Ramadi: i manifestanti accusavano l’esecutivo guidato da Nouri al-Maliki di discriminare la comunità sunnita irachena in favore della minoranza sciita, della quale lo stesso Premier fa parte. A gennaio, i dimostranti hanno ricevuto il sostegno dei miliziani dell’ISIS, molti dei quali di rientro dalla Siria, dove il gruppo ha recentemente dovuto abbandonare alcune delle proprie più importanti postazioni.

Largamente favorita dal controllo qaedista di buona parte dei punti di frontiera con la Siria, l’avanzata dell’ISIS in Iraq si è così innestata sul retroterra delle sempre più acute tensioni settarie che caratterizzano lo scenario del Paese. Nel contempo, un ruolo non marginale è rivestito dai leader tribali della provincia di Anbar, alcuni schieratisi apertamente con i miliziani qaedisti, altri – gli stessi che negli anni delle operazioni americane avevano collaborato con il generale David Petraeus, all’epoca capo delle Forze Armate statunitensi in Iraq, contribuendo a fiaccare l’insurrezione jihadista – rimasti a sostegno di Baghdad. È proprio su questi ultimi che il Governo Maliki punta ora per riprendere il controllo di Falluja. Qualora la mediazione tribale dovesse fallire, l’Esercito procederà nei prossimi giorni al lancio di un’offensiva militare. A Ramadi, dove la presenza dell’ISIS appare meno radicata, le Forze Armate irachene sono già passate all’azione recuperando terreno nei confronti dei qaedisti.

Siria

Gli ultimi sviluppi del conflitto siriano hanno visto duri scontri tra lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), principale gruppo qaedista attivo sul terreno, e una serie di formazioni dell’opposizione il cui fulcro è costituito dal Fronte Islamico, coalizione di forze islamiste nata alla fine dello scorso anno grazie ai sovvenzionamenti provenienti dal Golfo. Negli scorsi giorni, le milizie dell’ISIS hanno dovuto abbandonare le proprie posizioni nei principali centri urbani in cui mantenevano una forte presenza: Aleppo, Raqqa e Deir ez-Zour. Queste ultime due città, in particolare, erano finite negli scorsi mesi sotto il pieno controllo dell’ISIS, il quale vi aveva istituito una propria amministrazione basata su una rigidissima interpretazione della sharia, assai spesso invisa alla popolazione locale.

Della coalizione anti-ISIS fanno parte, tra le altre, anche formazioni di origine e ispirazione qaedista quali Ahrar al-Sham e il Fronte al-Nusra. Di quest’ultimo gruppo, inizialmente l’unico braccio di al-Qaeda in Siria, fanno parte i miliziani, prevalentemente di origine siriana, che non hanno aderito alla fusione con l’ISIS - il cui nucleo cardinale è costituito invece da combattenti stranieri, in particolare, iracheni  - preferendo invece avvicinarsi, nelle ultime settimane, ai salafiti del Fronte Islamico. La fuga di buona parte delle milizie dell’ISIS da Aleppo, Raqqa e Deir ez-Zour, pur indebolendo grandemente la principale forza qaedista attiva nel teatro siriano, rischia di avere ulteriori effetti destabilizzanti sulla regione, come mostra l’offensiva condotta nella provincia irachena di Anbar di una parte dei combattenti di ISIS di ritorno dalla Siria.

Turchia

Il Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan ha predisposto lo scorso sette gennaio la rimozione di circa 400 ufficiali di polizia, 350 dei quali nella sola città di Ankara, completando così il piano di riassegnazione che, dalla fine di dicembre, ha interessato le Forze dell’ordine in 15 province. Il provvedimento sembra essere la risposta del governo all’indagine per corruzione e traffico illecito che l’autorità giudiziaria aveva predisposto nelle scorse settimane e nella quale erano stati coinvolti esponenti del mondo politico ed economico vicini al Primo Ministro. Quello che appare come scontro tra due poteri istituzionali potrebbe invece essere riconducibile al progressivo deterioramento dei rapporti tra il partito di Erdogan, Giustizia e Sviluppo (AKP), e Hizmet, il movimento ispirato agli insegnamenti del leader religioso Fethullah Gulen, molto influente nella sfera giudiziaria. Benché in passato i sostenitori di Gulen abbiano avuto un ruolo determinante per l’ascesa al governo dell’AKP, divergenze sulla gestione delle manifestazioni di Gezi Park, dello scorso giugno, e il tentativo del Primo Ministro di chiudere le scuole private afferenti al movimento hanno progressivamente allontanato le rispettive agende. La dialettica tra i due esponenti dell’islamismo moderato turco potrebbe però avere importanti conseguenze politiche per l’AKP e il suo leader. A pochi mesi dalle elezioni presidenziali, previste per il prossimo agosto, e con le elezioni generali programmate per giugno 2015, l’alienazione del sostegno di Hizmet e la conseguente perdita di una consistente percentuale di voti potrebbe mettere a repentaglio non solo un’eventuale candidatura di Erdogan alla presidenza della Repubblica, ma anche il successo elettorale dell’AKP per la prima volta dal 2001.