06 DICEMBRE 2013
Geopolitical Weekly n.131
DI Fabiana Urbani e Salvatore Rizzi

Sommario: Egitto, Libano, Lituania, Repubblica Centrafricana, Thailandia

Egitto

Il primo dicembre scorso, l’Assemblea Costituente egiziana ha approvato la bozza della nuova Costituzione, che dovrebbe sostituire la precedente Carta fondamentale adottata nel dicembre 2012 sotto la  Presidenza Morsi. L’Assemblea, composta da 50 personalità nominate dal Presidente ad interim Adli Mansur e presieduta dall’ex Segretario generale della Lega Araba Amr Moussa, era stata formata lo scorso settembre per  redigere il nuovo testo costituzionale nel quadro della transizione politica attualmente guidata dai militari. La bozza sarà sottoposta a referendum entro il prossimo gennaio. Nel nuovo testo vengono concessi ampi poteri ai vertici militari, come la possibilità di scegliere il Ministro della Difesa e di giudicare i civili nei tribunali militari; vengono invece fortemente indeboliti i Fratelli Musulmani, vincitori delle scorse elezioni legislative e presidenziali attraverso il loro partito Giustizia e Libertà, dal momento che si vieta la formazione di partiti politici d’ispirazione religiosa. Per questo motivo, i sostenitori della Fratellanza hanno organizzato diverse manifestazioni contro la bozza costituzionale. Il nuovo testo potrebbe favorire i militari, da sempre potere forte e ago della bilancia dei rapporti politici in Egitto, in vista delle prossime elezioni presidenziali, per le quali potrebbe concorrere anche il Generale al-Sisi, attuale Ministro della Difesa.

Libano

Hassan al-Laqis, uno degli uomini ai vertici dell’ala militare di Hezbollah, è stato assassinato nella notte di giovedì nei pressi di Beirut. L’uomo è stato sorpreso da un gruppo di uomini armati mentre faceva ritorno, attorno a mezzanotte, alla propria abitazione e freddato a colpi d’arma da fuoco. Laqis era uomo vicino al Segretario Generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ed era stato responsabile per il movimento di programmi per lo sviluppo di droni e per l’approvvigionamento di sistemi d’arma.

L’omicidio è stato in un primo momento rivendicato da Ahrar al-Sunna, gruppo fondamentalista sunnita finora ignoto. La dinamica del delitto, tuttavia, fa pensare a un’operazione di professionisti più che a un atto di matrice jihadista. Nel comunicare la morte di Laqis, Hezbollah ha subito accusato Israele, il quale ha però respinto fermamente la responsabilità dell’accaduto. L’eliminazione di Laqis potrebbe però anche rientrare nel più ampio quadro del coinvolgimento delle milizie sciite libanesi nella crisi siriana a sostegno di Bashar al-Assad. In questo senso, l’omicidio di Laqis potrebbe essere letto come una forma d’intimidazione nei confronti di Hezbollah da parte delle forze antagoniste impegnate nella guerra civile siriana. Già nel recente passato, con l’attentato del 19 novembre scorso all’Ambasciata iraniana a Beirut (in un quartiere-roccaforte di Hezbollah), il movimento sciita aveva subito direttamente le conseguenze del proprio impegno in Siria.

Lituania

Si è concluso il 29 novembre a Vilnius il terzo vertice del Partenariato Orientale promosso dall’Unione Europea. Nato nel 2008 su proposta polacca e svedese, il Partenariato puntava ad avvicinare a Bruxelles sei Paesi ex-sovietici: Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldavia e Ucraina. L’obiettivo dell’iniziativa era quello di incoraggiare un rafforzamento dei legami politici ed economici con i Paesi dell’Europa orientale, creando una zona di libero scambio e promuovendo la tutela dei principi dello Stato di diritto. Al summit nella capitale lituana, tuttavia, soltanto la Georgia e la Moldavia hanno firmato l’Accordo di Associazione con l’Unione Europea, mentre l’Azerbaigian ha sottoscritto l’accordo di facilitazione per i visti. L’Ucraina ha rinunciato alla firma dell’intesa pochi giorni prima dell’apertura del summit, in seguito alla bocciatura delle proposte di legge per la scarcerazione della leader dell’opposizione Yulia Tymoshenko, condizione richiesta da Bruxelles per proseguire i negoziati, preferendo riavvicinarsi a Mosca per motivi di opportunità politica ed economica. Il mancato accordo con Kiev è arrivato dopo il fallimento delle trattative con l’Armenia, che aveva già scelto di avviare il processo di integrazione nell’Unione Eurasiatica proposta dalla Federazione Russa. Con la Bielorussia, invece, la ratifica degli accordi è congelata dal 1997 a causa della situazione interna del Paese, guidato dal regime autoritario del filorusso Aleksandr Lukašenko. Il sostanziale fallimento del summit di Vilnius ha provocato tensioni con Mosca, accusata da Bruxelles di esercitare forti pressioni sulle ex repubbliche sovietiche per allontanarle dall’orbita europea, cooptandole nel suo progetto di integrazione tra Federazione Russa, Bielorussia, Kazakistan e altri Paesi dello spazio post-sovietico. 

Repubblica Centrafricana

Nella notte tra mercoledì 4 e giovedì 5 dicembre gli scontri tra le milizie di Séléka, i lealisti dell’ex Presidente Bozizé e i signori della guerra che da mesi si fronteggiano nella Repubblica Centrafricana hanno causato la morte di oltre un centinaio di persone nella capitale Bangui. La grave escalation di violenze nel Paese ha spinto il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ad approvare una risoluzione per autorizzare un intervento armato internazionale a guida francese.

Dal 24 marzo scorso il Paese è precipitato nel caos in seguito alla destituzione del Presidente  François Bozizé da parte delle milizie di Séléka e alla sua sostituzione con il loro leader Michel Djotodia. Le rivalità interne a Séléka e la difficoltà di trovare un accordo per spartizione dei ruoli di potere, ha determinato l’esplosione della colazione ribelle e il riversamento di centinaia di bande armate sul territorio del Paese. Ad oggi, queste bande di miliziani continuano a commettere violenze e saccheggi nei confronti dei civili. Per difendersi dai ribelli, la popolazione locale ha organizzato delle proprie milizie di autodifesa, ribattezzate “anti-balaka”, cioè “anti-machete”. Gli scontri tra milizie di Séléka e anti-balaka sono degenerate in uno conflitto interreligioso tra musulmani e cristiani, fatto assolutamente nuovo nella Repubblicana Centrafricana, che, pur nella sua cronica instabilità, non aveva mai vissuto uno scontro confessionale.

Thailandia

La nuova ondata di proteste contro il Primo Ministro thailandese Yingluck Shinawatra è arrivata ormai alla seconda settimana ma è destinata nel weekend ad una breve tregua. I protagonisti degli scontri di piazza, le cosiddette “camicie gialle”, esponenti ultramonarchici e antigovernativi, hanno deciso di rispettare i festeggiamenti del compleanno del Re Bhumibol Adulyadej. L’interruzione sarà temporanea e la protesta riprenderà alla fine dei festeggiamenti, dopo la grande tensione accumulatasi a Bangkok negli ultimi giorni. Dall’inizio di dicembre i manifestanti hanno iniziato a scontrarsi con la forze di polizia che respingevano gli assalti ai ministeri. Le “camicie gialle” sono schierate contro il Pheu Thai Party del Primo Ministro e sono vicine al partito di opposizione Democratic Party. La causa scatenante dei tumulti è da rintracciarsi nella legge di amnistia voluta dal Premier e della quale beneficerebbe suo fratello Thaksin Shinawatra. Questi è stato Primo Ministro fino al 2006 quando un colpo di Stato dei militari l’ha deposto; oggi è in esilio dopo una condanna per abuso e conflitto di interessi. I festeggiamenti del Re arrivano a placare temporaneamente anche le tensioni tra “camicie gialle” e i contromanifestanti delle “camicie rosse”,  gruppo di pressione politica filo-Thaksin. Le “camicie gialle” però hanno annunciato che continueranno a protestare finché non solo la legge di amnistia verrà ritirata ma anche Yingluck rassegnerà le dimissioni in quanto considerata un fantoccio del fratello esiliato. L’intento è di rovesciare il grande potere del Pheu Thai Party che da solo ha conquistato la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento alle elezioni del 2011, dando maggiore fiducia all’esecutivo di Yingluck e accelerando la presentazione dell’amnistia.