20 DICEMBRE 2011
Esito elettorale della stagione riformista in Marocco
DI Gabriella Isgrò

Passato relativamente sottotraccia rispetto alle attesissime e immediatamente successive elezioni egiziane, il voto parlamentare del 25 novembre nel “moderato” Marocco riveste un’importanza tutt’altro che secondaria. L’esito del primo test elettorale dopo la stagione riformista nel Paese più avanzato dell’area rappresenta, infatti, un passaggio chiave per verificare il complessivo grado di attecchimento del fenomeno dell’islamismo politico emerso all’indomani della “primavera araba”. Fino ad ora, i dati sono tutti a sostegno di questo innovativo trend. Non è un caso che, sulla scia del successo di Ennahda in Tunisia, i risultati della votazione anticipata nella monarchia marocchina attestino, ancora una volta, la vittoria di una formazione islamica. Sorprende, tuttavia, che ciò sia avvenuto anche in un Paese generalmente riconosciuto come un’enclave moderna, stabile e filo-occidentale.

L’iter che ha condotto il Marocco all’epilogo del voto ha certamente caratteristiche proprie: lambito dalle rivolte popolari che hanno colpito duramente gli stati vicini, il Paese è riuscito a canalizzare l’ondata di protesta in un’azione riformistica interna, vale a dire direttamente gestita dalla monarchia regnante. A differenza delle altre dinastie al potere da decenni e finite decapitate dal vortice rivoluzionario, quella marocchina ha saputo resistere, opponendo con prontezza e tempestività alle manifestazioni di piazza un concreto piano di riforme, che vanno dall’incremento del salario minimo garantito al decentramento amministrativo, attraverso la concessione di una maggiore autonomia alle istituzioni politiche e giudiziarie. La nuova costituzione “democratica” lanciata in extremis da re Mohammed VI, e approvata per via referendaria lo scorso primo luglio, dovrebbe assicurare al Parlamento da ultimo eletto poteri mai avuti prima. E in attesa del promesso rafforzamento delle autorità istituzionali, la popolazione sembra essere rimasta fedele alla Corona. D'altronde, la monarchia marocchina è cosa ben diversa dai regimi dittatoriali caduti sotto l’urto della rivoluzione araba, primi fra tutti, quelli di Libia ed Egitto. Invero, dal suo insediamento, all’età di trentacinque anni, l’attuale sovrano ha compiuto graduali ma significativi passi in avanti nel programma di ammodernamento del Paese, che è necessariamente passato attraverso un’azione mitigatrice dell’assolutismo monarchico che aveva invece contraddistinto il potere del padre, Hassan II.

Nel panorama politico mediterraneo, il Marocco costituisce un esempio di riformismo moderato, ormai avviatosi a un progressivo processo di apertura esterna. Con un mercato tra i maggiormente integrati in Europa e nel resto del mondo, il sistema economico marocchino si presenta, inoltre, come uno dei più dinamici della regione. Eppure, lo sviluppo di questo stato è risultato minato da profonde contraddizioni interne che hanno, di fatto, determinato un modello di crescita sbilanciato a danno proprio delle fasce di popolazione più povere. Forti disuguaglianze sociali, l’alto tasso di disoccupazione e l’iniqua distribuzione delle risorse nazionali sono alla base delle manifestazioni di dissenso organizzate dal Movimento 20 febbraio e portate avanti da Giustizia e Benevolenza, gruppo islamista ufficialmente non riconosciuto dalle autorità, ma comunque fortemente presente e attivo nella società locale.

Il voto anticipato ha costituito una tappa obbligata in vista del compimento della stagione riformistica attualmente in corso nel Paese. Il Parlamento designato dal risultato elettorale avrà il delicato compito di implementare le riforme di recente introdotte con la legge di revisione costituzionale. Inoltre, il rinnovato (e più ampio) ruolo del primo ministro dovrebbe segnare, nel rispetto della tradizionale dicotomia tra monarchia e governo, un accrescimento della capacità d’influenza politica del leader del partito di maggioranza ai fini della concreta attuazione del programma riformistico. La precedente vasta adesione popolare manifestata in occasione del referendum sulla costituzione, pari al 72% degli aventi diritto, è stata, tuttavia, smentita dalla scarsa partecipazione al voto per il rinnovo della Camera dei Rappresentanti.

La bassa affluenza alle urne, rappresentata da un risicato 45% della popolazione, seppure superiore a quella del 37% registrata nel 2007, conferma il preannunciato spettro astensionistico in un panorama politico che rimane ancora confuso e frammentato. Ciononostante, e a dispetto dei recenti sondaggi che gli davano, al massimo, il 9% delle preferenze, è uscito nettamente - e inaspettatamente - vittorioso dal voto il partito Giustizia e Sviluppo (Parti de la Justice et du Développement, PJD) di Abdelilah Benkirane. Il PJD, movimento che s’ispira all'AKP di Erdogan, è passato dai quarantasette deputati del parlamento uscente a una maggioranza piena di 107 seggi su 395. Si tratta di un successo assoluto - e ben oltre le migliori aspettative - per un gruppo da sempre attivo sulla scena nazionale ma confinato al fronte dell’opposizione da oltre vent’anni. Del resto, la decisione di accelerare di un anno il processo elettorale ha certamente danneggiato i gruppi di recente formazione, che più degli altri hanno scontato le ovvie difficoltà nell’organizzarsi in tempi brevi e soprattutto nel radicarsi in una società caratterizzata da un profondo scetticismo verso la politica nazionale in generale. Sembrerebbe questa la sorte toccata al Movimento 20 febbraio, rivelatosi alla fine incapace di proporre un programma credibile nonché di dar vita, con altri partiti, a un fronte comune. Al di là delle specifiche motivazioni, quel che è certo è che il risultato sancisce, ancora una volta, una chiara proclamazione di fiducia a favore di un movimento islamico. A far breccia nella disillusa popolazione marocchina sembra sia stata proprio la guerra alla corruzione proclamata come obiettivo prioritario dal manifesto di Giustizia e Sviluppo. Corruzione, nepotismo e clientelismo rimangono, infatti, le principali falle di un sistema socio-governativo inefficiente, in cui il centro di potere continua a essere il Makhzen, ovvero la rete di relazioni clientelari facente capo alla corte reale. Proprio su questo malcontento ha fatto leva il partito di Benkirane. Un cambiamento radicale, nel segno dell’islam, è stato identificato come l’unica alternativa possibile a una classe dirigente autoreferenziale, inaffidabile e troppo lontana dalle esigenze reali dei cittadini. La scarsa fiducia nelle istituzioni statali, inevitabilmente affiliate al Palazzo, e considerate dall’opinione pubblica marocchina, le sole responsabili del sotto sviluppo del Paese, ha favorito di fatto la scelta di un così netto ricambio politico.

Come prevedibile, la nomina reale del nuovo premier è ricaduta sull’islamico Abdelillah Benkirane. Il leader del partito Giustizia e Sviluppo si prepara, quindi, alle consultazioni necessarie per formare il nuovo governo. Il consenso elettorale, per quanto significativo, non consente, infatti, al movimento vincente di governare da solo. Il Pjd ha già dichiarato di essere pronto alla creazione di un “blocco democratico” assieme all’Istiqlal (Indipendenza) del primo ministro uscente, Abbas el Fassi, aggiudicatosi 60 seggi, all’Unione socialista delle forze popolari che invece ne ha ottenuto 39 e, infine, all’ex Partito comunista risultato titolare di 18. Una coalizione di questo tipo assicurerebbe la conquista di almeno 224 seggi in parlamento, una larga maggioranza con cui poter governare. Esattamente, come un mese fa in Tunisia, la vittoria del partito islamico è stata salutata in patria e all’estero come il trionfo della democrazia e dell’islam moderato. E al momento, non sussistono elementi per poter ritenere vero il contrario. Il rischio di una deriva islamista sembrerebbe esclusa, anche in relazione alle peculiarità del sistema socio-politico marocchino. La vera sfida rimane quella di mettere in atto il vasto piano di riforme promesso dal Re.