08 NOVEMBRE 2013
Geopolitical Weekly n.127
DI Salvatore Rizzi e Fabiana Urbani

Arabia Saudita

 Il viaggio del Segretario di Stato statunitense John Kerry in Arabia Saudita, nell’ambito di un lungo tour mediorientale, mira a riaffermare la natura strategica delle relazioni USA-Arabia Saudita, come dichiarato dal portavoce del Dipartimento di Stato Jen Psaki. L’alleanza, infatti, si è incrinata negli ultimi mesi a causa della timida apertura di Washington a Teheran, storico nemico di Riyadh, e per la diversità di vedute sulla gestione del dossier siriano. La guerra civile in Siria, infatti, riflette le tensioni tra sauditi e iraniani, che dietro lo scontro confessionale tra wahhabismo e sciismo nascondono mire egemoniche regionali. L’Arabia Saudita, delusa dall’abbandono del piano di un attacco militare contro Damasco da parte della Casa Bianca, continua a sostenere l’intervento armato in Siria e lo scorso 18 ottobre ha persino rifiutato il seggio di membro non permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per l’incapacità della comunità internazionale di trovare una soluzione al conflitto siriano. I rapporti tra Washington e Riyadh si erano già raffreddati a causa del diverso atteggiamento dei due alleati verso il golpe militare in Egitto, appoggiato dai sauditi ma accolto con titubanza dagli statunitensi. Anche la telefonata del 27 settembre scorso tra il Presidente Obama e Rouhani, primo contatto USA-Iran dal 1979, non è stata gradita dall’Arabia Saudita, impegnata nel contenimento dell’espansionismo di Teheran. Obiettivo di Kerry, dunque, è quello di rassicurare lo storico alleato sull’impegno statunitense nel containment iraniano e sulla risoluzione della crisi siriana.

Egitto

Il processo nei confronti del deposto Presidente egiziano Mohamed Morsi, iniziato il 5 novembre, è stato subito rinviato al prossimo 8 gennaio. L’accusa per il leader politico dei Fratelli Musulmani è di aver incitato alla violenza i suoi sostenitori nelle ore precedenti il golpe militare del 3 luglio scorso. Morsi, processato insieme ad altri 14 esponenti di spicco della Fratellanza, ha continuato a dichiararsi Capo dello Stato legittimamente eletto e a non riconoscere l’autorità del tribunale e del nuovo governo. La decisione di aggiornare la seduta ha evitato che le manifestazioni di protesta che nel frattempo erano iniziate fuori dal tribunale potessero portare a scontri violenti come quelli registrati nell’agosto scorso. La tensione tra il governo e i Fratelli Musulmani resta alta ed è alimentata dalla quasi totale chiusura al dialogo mostrata da entrambe le parti. In questo contesto, l’accanimento giudiziario nei confronti dei leader della Fratellanza rischia di dimostrarsi controproducente per le autorità del Cairo, come dimostra la decisione di tre giudici di rinunciare a presiedere al processo della Guida Suprema dei Fratelli Musulmani, Mohammed Badie. Nel frattempo, il governo appare impegnato a riposizionarsi in tema di politica estera, dopo che gli Stati Uniti hanno annunciato la sospensione degli aiuti militari diretti al Cairo. In questo senso, dopo la visita di una delegazione egiziana a Mosca, sembra profilarsi un avvicinamento alla Russia, utile, se non altro, a fornire al Cairo qualche carta in più sul tavolo negoziale con gli Stati Uniti.

Mali

Il 4 novembre, i tre principali gruppi ribelli tuareg del nord del Mali hanno annunciato la loro fusione con l’obiettivo di formare un fronte unico per il confronto con il governo di Bamako. L’annuncio è arrivato a pochi giorni dalla ripresa dei negoziati con le autorità centrali, più volti interrotti a causa della mancanza di un accordo tra governo e ribelli sul futuro assetto politico e giuridico della popolazione tuareg e dell’Azawad, il territorio settentrionale maliano da essi rivendicato come propria terra d’origine. La fusione tra Mnla (Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad), Maa (Movimento arabo dell’Azawad) e Hcua (Alto consiglio per l’unità dell’Azawad) mira a rafforzare il fronte anti-governativo, nonostante la tenuta di tale alleanza sia fortemente precaria e legata alla capacità negoziale che essa riuscirà a dimostrare nel processo di dialogo con Bamako. La soluzione della crisi, tuttavia, appare ancora lontana nonostante la firma dell’accordo di Ouagadougou, siglato lo scorso 18 giugno sotto l’egida della Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), e le elezioni presidenziali del 28 luglio scorso, che hanno sancito la vittoria di Ibrahim Boubakar Keita. Il governo centrale, infatti, continua a mantenere una posizione oltranzista nei confronti delle rivendicazioni tuareg. Nell’Azawad continuano intanto a registrarsi scontri e attentati terroristici, nonostante l’intervento armato a guida francese nel gennaio 2013 abbia sensibilmente indebolito i movimenti salafiti di Ansar al-Din ed al-Qaeda nel Maghreb islamico.

Repubblica Democratica del Congo

Il gruppo ribelle M23 ha annunciato di voler mettere fine alle ostilità con la Repubblica Democratica del Congo (RDC) dopo 20 mesi di scontri nel Nord Kivu. L’organizzazione, composta da militari di etnia tutsi precedentemente inquadrati nel National Congress for the Defence of the People (NCDP), prende il suo nome dalla data degli accordi di pace del 23 marzo 2009, quando il NCDP ha deciso di deporre le armi ed accettare i termini dell’accordo di integrazione nell’esercito della RDC. L’ultima e decisiva offensiva operata dall’Esercito congolese, con il supporto decisivo dell’United Nations Organization Stabilization Mission in the Democratic Republic of the Congo (MONUSCO) delle Nazioni Unite, è avvenuta nelle città di Tchanzu e Runyonyi, ultime roccaforti del M23 nell’est del Paese. La resa delle milizie è collegata al ruolo degli Stati confinanti la RDC, l’Uganda e il Ruanda, che, in maniera diversa, hanno sostenuto l’insurrezione tutsi garantendo ai guerriglieri supporto logistico, addestrativo e finanziario.