31 OTTOBRE 2013
Geopolitical Weekly n.126
DI Staff Ce.S.I

Arabia Saudita

La settimana scorsa l’Arabia Saudita ha rifiutato il proprio seggio tra i membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, decisione inedita nella storia dell’organizzazione. A spiegare la presa di posizione di Riyadh è stato, alcuni giorni dopo, l’influente principe Bandar bin Sultan al-Saud, per parecchi anni Ambasciatore a Washington, che nel luglio del 2012 ha assunto l’incarico di direttore dell’intelligence saudita. Parlando con alcuni funzionari europei a margine di una riunione sulla crisi siriana, Bandar ha sottolineato l’inefficienza del Consiglio di Sicurezza nella gestione del conflitto in Siria e del riavvio del processo di pace israelo-palestinese, ma ha anche messo in rilievo le divergenze venutesi a creare tra Riyadh e gli Stati Uniti dopo la decisione americana di abbandonare i piani per un’operazione militare contro il regime di Bashar al-Assad. In effetti, il capo dell’intelligence saudita sembra essersi impegnato in prima linea nel sostegno all’opposizione siriana a partire dalla scorsa estate, pressando il governo di Riyadh, per un incremento degli aiuti militari nei confronti dei ribelli, e Washington, per l’organizzazione di un’azione militare in grado di ribaltare gli equilibri di forza nell’ambito del conflitto siriano. Dopo l’accordo sull’asse Washington-Mosca-Damasco per la dismissione dell’arsenale chimico siriano, l’Arabia Saudita è oggi portatrice della linea più intransigente tra i Paesi che appoggiano le forze anti-Assad. Una linea sposata anche, di recente, da una parte della Coalizione Nazionale Siriana – organismo nato a Doha nel novembre scorso come ombrello per le forze dell’opposizione, su cui i sauditi esercitano un innegabile influenza – che ha annunciato di voler boicottare la conferenza di Ginevra II per la ricerca di una soluzione diplomatica al conflitto.

Cina

Il 28 ottobre un’auto è esplosa dopo essersi schiantata a forte velocità contro le barriere di sicurezza a piazza Tienanmen, uccidendo i tre occupanti e provocando due vittime e decine di feriti fra i turisti presenti. La piazza è un sito altamente sensibile per via della repressione delle proteste del 1989 ed è considerata uno dei luoghi più sorvegliati al mondo. Le persone all’interno della vettura, due donne e un uomo, appartenevano alla irrequieta minoranza uigura, i cui membri, musulmani turcofoni originari della turbolenta provincia dello Xinjiang, lamentano discriminazione culturale e religiosa da parte delle autorità di Pechino. Queste hanno compiuto alcuni arresti di uiguri sospetti nella capitale e stanno investigando l’incidente come un attacco terroristico. Le misure di sicurezza nella capitale dello Xinjiang, Urumqi, sono state rafforzate.

Israele

Mercoledì 30 ottobre le autorità israeliane hanno rilasciato 26 prigionieri palestinesi detenuti nella prigione di Ofer, che erano stati condannati all’ergastolo per l’omicidio di cittadini israeliani compiuti tra gli anni ’80 e ’90. È stato il secondo gruppo di detenuti liberato nell’arco di tre mesi, come parte di un piano di più ampio respiro, iniziato ad agosto, che dovrebbe portare alla liberazione di 104 prigionieri nei prossimi mesi. Il progetto di scarcerazione, infatti, era stato deciso dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu lo scorso 30 luglio, in occasione dell’incontro con il Segretario di Stato John Kerry per il rilancio del processo di pace tra Israele e Palestina. Le aperture di Netanyahu hanno suscitato dure critiche tra le frange più conservatrici dello spettro politico israeliano, che hanno visto la decisione del Primo Ministro come una potenziale minaccia per la sicurezza di Israele. La liberazione dei prigionieri, infatti, era dovuta passare attraverso il rigetto da parte della Corte Costituzionale dell’appello presentato dai familiari delle vittime nelle scorse settimane. Nonostante il dichiarato interesse per portare avanti i preparativi per l’istituzione di un tavolo di trattativa, un effettivo progresso per la riapertura dei negoziati sembra scontrarsi con la necessità del Primo Ministro israeliano di mediare tra i gesti, seppur simbolici, di apertura nei confronti del governo palestinese e la strenua opposizione della destra conservatrice di Tel Aviv. L’annuncio di ulteriori 1.500 insediamenti nell’area di Rabat Shlomo, in Cisgiordania, giunto a poche ore dalla liberazione dei 26 prigionieri sembrerebbe, di fatto, rispondere ad una logica di compensazione delle concessioni fatte al governo palestinese che, sebbene sia necessaria a Netanyahu per non alienarsi il sostegno politico interno, rappresenta, di fatto, l’ostacolo principale ad una rapida ripresa del processo di pace.

Somalia

Lo scorso 29 ottobre due alti esponenti del gruppo terrorista islamico al-Shabaab sono stati uccisi da un raid aereo condotto da un velivolo a pilotaggio remoto MQ-1 Predator statunitense. L’attacco è avvenuto vicino al villaggio di Jilib, nei pressi di Barawe, circa 350 chilometri a sud di Mogadiscio, uno dei principali avamposti di al-Shabaab nel Paese. Una delle vittime è Ibrahim Alì Abdi, conosciuto anche con lo pseudonimo di Anta Anta, considerato uno dei principali esperti del gruppo nella fabbricazione di esplosivi e perciò sospettato di aver contribuito a vari attacchi suicidi e dinamitardi nel Corno d’Africa, tra cui quello del 2008 contro le Nazioni Unite e quello de 2012 contro il palazzo presidenziale, entrambi a Mogadiscio. Inoltre, Anta Anta è sospettato di aver ricoperto un ruolo determinante anche nell’attacco contro il centro commerciale Westgate Mall di Nairobi dello scorso settembre. Si tratta di un successo per l’intelligence e la Difesa statunitensi dopo le critiche seguite al fallimento, a inizio ottobre, del raid delle Forze Speciali a Barawe. In quell’occasione, lo scopo era di neutralizzare Abdukadir Mohamed Abdukadir, detto “Ikrima”, uno dei leader più influenti di al-Shabaab e responsabile delle operazioni nel Corno d’Africa, riuscito a sfuggire al raid.