17 LUGLIO 2013
Geopolitical Weekly n.120
DI Francesca Manenti e Alessandra Virgili

Filippine

Il governo di Manila e rappresentati del Moro Islamic Liberation Front (MILF), il maggiore movimento islamico del Paese, nella giornata del 14 luglio hanno raggiunto un accordo per la spartizione delle risorse naturali estratte nel territorio della futura regione autonoma di Bangsamoro, nell’isola di Mindanao. I leader del MILF riceveranno il 75% degli introiti derivanti dalla riscossione delle tasse e dall’estrazione di risorse minerarie, quali oro e rame; i profitti legati allo sfruttamento del patrimonio energetico saranno invece spartiti al 50% con il governo centrale. L’accordo, raggiunto dopo sei giorni di trattative condotte a Kuala Lumpur, è il secondo passo del processo di riconciliazione iniziato lo scorso ottobre. In quell’occasione il Presidente, Benigno Aquino, e il leader del MILF, Murad Ebrahim, avevano firmato l’accordo quadro di riferimento - il Framework Agreement on Bangsamoro (FAB) - per l’implementazione delle misure da adottarsi entro il 2016 affinché la regione, a maggioranza musulmana, diventi definitivamente autonoma. Rimangono tuttavia ancora da discutere la portata di tale autonomia e la modalità con cui si dovrà provvedere al disarmo dei circa 12.000 combattenti che hanno preso parte ad un conflitto che si protrae da più di quarant’anni. Infatti, nato nel 1977 come movimento per la creazione di uno stato islamico indipendente, il MILF ha da allora rappresentato una fonte di instabilità per la sicurezza del Paese.

Portare a termine con successo le trattative di riconciliazione, e la conseguente creazione di una regione autonoma amministrata dai leader del gruppo di ispirazione islamica, potrebbe rappresentare per Manila un punto di partenza per la stabilizzazione dei rapporti con gli altri movimenti separatisti presenti nell’isola di Mindanao, il Moro National Liberation Front (MNLF) e il gruppo Abu Sayyaf, di presunta affiliazione qaedista.

 

Iraq

Più di 2.500 iracheni sono morti dal mese di aprile ad oggi durante l’ultima ondata di violenze che ha sconvolto il Paese. Il livello di violenza si è innalzato al suo punto più alto dal 2008. Gli ultimi avvenimenti risalgono allo scorso 15 luglio quando una serie di più ordigni è esplosa in tutto il Paese, causando circa 28 morti. La più violenta esplosione di domenica scorsa è avvenuta presso i quartieri generali di alcuni partiti politici a sud di Bassora, uccidendo otto persone, mentre altre sei vittime sono state causate da esplosioni a nord di Mossul. Ordigni esplosivi hanno colpito anche la moschea di Musayyib ed un mercato di Kerbala. Il 14 luglio già altre esplosioni avevano colpito due moschee sunnite a Baghdad, dove fedeli si erano adunati a pregare dopo il momento del digiuno imposto dal Ramadan.
Il bilancio che si può fare del Paese negli ultimi mesi è, quindi, un bilancio all’insegna dell’instabilità sia sotto il punto di vista politico che della sicurezza. La violenza nel 2013 è in aumento ed ostacola la ripresa dell’economia del Paese, che possiede la terza più grande riserva di greggio del mondo, impedendone la stabilizzazione e il processo di ricostruzione istituzionale a più di 10 anni dalla caduta di Saddam Hussein.

 

Israele

Dopo gli ultimi sconvolgimenti politici egiziani che hanno portato alla destituzione del Presidente Mohammed Morsi da parte delle Forze Armate, le autorità israeliane hanno in più occasioni incitato Washington a non sospendere il programma annuale di aiuti militari al Cairo, da 1,3 miliardi di dollari. Secondo la legge americana, ogni tipo di aiuto, militare ed economico, deve essere sospeso in caso di rovesciamento del potere politico. Gli Stati Uniti non hanno ancora formalmente determinato se la rimozione di Morsi dalla Presidenza egiziana sia stata o meno dovuta ad un reale colpo di Stato. Lo stesso Presidente americano, Barack Obama, ha usato con attenzione la parola “golpe” in relazione agli eventi in Egitto. Non è nell’interesse di Washington, infatti, effettuare immediati cambiamenti nei programmi di assistenza all’Egitto, provocando così ulteriore destabilizzazione allo Stato egiziano.
Le pressioni di Israele sono dovute al timore che la sospensione degli aiuti americani possa turbare ancora la sicurezza del Paese, specialmente in riferimento alla Penisola del Sinai. Il Sinai ha visto, negli ultimi mesi, l’aumento dell’insorgenza beduina e degli scontri tra qaedisti e Forze di sicurezza egiziane, soprattutto dopo la rivoluzione del Febbraio 2011 e la conseguente destituzione del Presidente egiziano Hosni Mubarak.
Washington, intanto, fa sapere che consegnerà, entro le prossime settimane, quattro F-16 all’Egitto. Gli aerei da combattimento fanno parte di un accordo più ampio, già pattuito, di consegna di venti aerei, dodici dei quali già arrivati in Egitto. Probabilmente entro la fine di quest’anno gli Stati Uniti consegneranno all’Egitto gli ultimi quattro velivoli.

Repubblica Democratica del Congo

Il Sottosegretario Generale dell’ONU per le missioni di pacekeeping, Herve Ladsous, ha annunciato che l’ONU inizierà ad utilizzare velivoli a pilotaggio remoto, nell’ambito della Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo (MONUSCO). L’impiego dei droni sarebbe previsto per il prossimo settembre e permetterà migliori prestazioni nelle attività di ricognizione e sorveglianza nella parte orientale del Paese, in cui dall’aprile 2012 è in corso lo scontro tra le Forze del governo centrale (FARDC) e le milizie tutsi del Movimento 23 marzo (M23). Già lo scorso gennaio, il Dipartimento per le Operazioni di peacekeeping delle Nazioni Uniti (DPKO) aveva chiesto al Consiglio di Sicurezza di appoggiare la richiesta di utilizzo di velivoli UAV nell’ambito di MONUSCO, ma la proposta aveva trovato l’opposizione del Ruanda, risolvendosi in un nulla di fatto.
La complessità della crisi congolese ha portato le Nazioni Unite a dover adottare delle misure eccezionali e assolutamente innovative per il tradizionale dispiegamento dei suoi Caschi Blu: il futuro utilizzo di droni segue l’istituzione di una Brigata di Intervento Rapido (BIR), che, di fatto, ha dotato MONUSCO - missione nata con funzione di stabilizzazione e protezione umanitaria - di una componente militare con compiti di law enforcement.
Creata dalla risoluzione 2098 del Consiglio di Sicurezza, la BIR è composta da circa 3.000 soldati provenienti da Sudafrica, Tanzania e Malawi e porta avanti interventi mirati contro le milizie tutsi, autonomamente o in sinergia con le Forze Armate di Kinshasa. L’ultimo scontro risale alla notte tra il 14 e il 15 luglio vicino a Goma, capitale della provincia settentrionale di Kivu, durante il quale sarebbero rimasti uccisi 100 ribelli.