21 GIUGNO 2013
Geopolitical Weekly n.117
DI Francesca Manenti e Alessandra Virgili

Afghanistan

Il 18 giugno, il governo degli Stati Uniti ha dichiarato la propria disponibilità ad intavolare un dialogo diretto con i talebani, per cercare una soluzione politica che ponga fine all’insorgenza in Afghanistan. Le trattative si dovrebbero svolgere a Doha, in Qatar, presso l’ufficio di rappresentanza dei talebani all’estero (l’Islamic Emirate of Afghanistan): sarebbe il primo incontro pubblico tra il governo statunitense e i leader talebani, dopo lo stallo dei negoziati preliminari nel marzo 2012.
Benché i talebani non si siano rifiutati apertamente di coinvolgere il governo di Kabul nelle trattative, il Presidente Karzai ha dichiarato che l’Alto Consiglio di Pace (HCP), l’organo governativo preposto ai negoziati, non parteciperà all’incontro di Doha. Il Presidente afghano rifiuta, infatti, un negoziato etero diretto, che si svolga al di fuori del proprio territorio nazionale, rivendicando un ruolo di primo piano per il proprio governo nella gestione dei colloqui. La volontà espressa da Washington di portare avanti il negoziato anche in assenza della delegazione afghana, ha creato tensioni tra Karzai e gli Stati Unti, con il Presidente afghano che è arrivato a sospendere il quarto round del Bilateral Security Agreement (BSA), il negoziato per il raggiungimento dell’accordo di partnership strategica che disciplina la presenza statunitense in Afghanistan dopo il 2014. Rimane quindi da valutare quali ripercussioni potrebbe avere la scelta di iniziare i colloqui in un momento così delicato per il futuro assetto del Paese.
Giunta il giorno successivo all’annuncio del definitivo passaggio di consegne della gestione della sicurezza tra le truppe NATO della International Security Assistance Force (ISAF) e le Afghan National Security Forces (ANSF), la crisi tra Karzai e gli Stati Uniti ha messo in secondo piano la notizia dell’handover, che rappresenta il vero coronamento della presenza occidentale in Afghanistan. Inoltre, la volontà di Washington di aprire i colloqui pur rinunciando a porre come precondizione il cessate il fuoco dell’insorgenza – a poche ore dalla dichiarazione, quattro soldati statunitensi di ISAF sono rimasti uccisi da fuoco indiretto nella base di Bagram e cinque agenti della polizia afghana sono stati uccisi da un attacco green on blue nella regione di Helmand – potrebbe vanificare il percorso dell’Afghanistan verso una futura stabilità, in quanto sarebbe molto rischioso cercare un compromesso politico che prescinda dall’autorità centrale di Kabul e che non rispecchi le reali condizioni di sicurezza sul territorio

Corea del Nord

Pyongyang ha proposto di riaprire il dialogo sul nucleare con i partner internazionali, per allentare le tensioni militari e diplomatiche. Lo scorso 16 giugno, il Presidente nordcoreano, Kim Jong Un, ha offerto a Washington di aprire i negoziati per il raggiungimento di una “pace regionale”, dopo che, ultimamente, aveva adottato delle scelte che hanno fatto innalzare la tensione nell’area. Gli Stati Uniti non hanno ancora dato una risposta definitiva riguardo a tale proposta. Caitlin Hayden, portavoce del Consiglio Nazionale di Sicurezza degli Stati Uniti, si è limitata a sottolineare come la Penisola coreana debba principalmente dimostrare con i fatti la sua predisposizione all’allentamento delle tensioni. Infatti, il bluff diplomatico sembra essere ormai una costante del modus operandi di Pyongyang. L’escalation nella regione ha raggiunto il suo culmine il 30 marzo scorso, quando la Corea del Nord ha dichiarato lo “stato di guerra” con il Sud e si è detta pronta a riaccendere il reattore nucleare di Yongbyon. In successione, si è assistito allo schieramento da parte del Presidente Kim Jong Un di due missili balistici a medio raggio denominati MUSUDAN, con gittata che potrebbe arrivare a raggiungere i 4.000 km, in quello che è sembrato essere un test, poi abortito, con l’obiettivo di mandare un segnale preciso agli altri attori dell’area. A questo è seguito la reazione di Washington si è fatta sentire dopo poche ore, con lo schieramento di batterie anti missili THAAD nella base militare di Guam, in maniera tale da rafforzare il dispositivo difensivo in favore dell’alleata Corea del Sud. Le provocazioni di Pyongyang sono, poi, proseguite con la chiusura, il 26 aprile, del sito industriale di Keasong, dove andava avanti una sorta di cooperazione produttiva con il Sud, e, il 10 giugno, il ritiro dall’impegno a negoziare con Seoul.
Il rilancio da parte della Corea del Nord del dialogo può essere stato uno dei primi frutti del summit del 7 e 8 giugno scorsi, che ha visto protagonisti Obama e il Presidente cinese, Xi Jinping. In quell’occasione, infatti, i due Presidenti hanno affrontato anche la crisi nordcoreana.

Golfo di Guinea

Il 18 giugno scorso, l’IMB (International Maritime Bureau) ha affermato che, nel primo trimestre 2013, gli attacchi pirati, in Africa, sono stati 66, in netto calo rispetto ai 102 dello stesso periodo nel 2012. Il dato interessante, però, è stato che gli episodi di pirateria in Africa occidentale hanno superato quelli avvenuti lungo le coste della Somalia. Il maggior numero di incidenti (15 attacchi, di cui 3 sequestri) si è verificato, infatti, nel Golfo di Guinea (di cui 11 in Nigeria, 3 in Costa D’Avorio e 3 in Congo). Attacchi pirata sono avvenuti anche in Togo e nel Benin. Sono solamente 5, invece, gli incidenti registrati in Somalia. Lo stesso Capo di Stato Maggiore della Marina italiana, l’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi, qualche giorno fa, ha sottolineato come, in Somalia, i risultati delle missioni Atlanta, Ocean Shield e le iniziative marittime nazionali, come i nuclei militari di Protezione, del 2° Reggimento San Marco, fossero stati molto positivi.
La situazione della pirateria nel Golfo di Guinea è, dunque, diventata significativa. Mentre in Somalia le attività dei pirati si contraddistinguono per l’obiettivo di ottenere un riscatto dopo aver preso in ostaggio gli equipaggi delle navi in transito, la situazione sociale e di sicurezza nei Paesi che si affacciano sul Golfo di Guinea ha permesso degli sviluppi diversi del fenomeno della pirateria. Maggiormente legati alla criminalità organizzata, infatti, i pirati nella regione dell’Africa occidentale non si accontentano dei riscatti, ma, attaccando soprattutto le petroliere che transitano nell’area, ricca di idrocarburi, non disdegnano di vendere direttamente il greggio al mercato nero.
Per adesso, la comunità internazionale è ancora rimasta abbastanza indifferente a tale fenomeno. Ma l’importanza della regione e la necessità di proteggere le tratte per l’approvvigionamento di idrocarburi che passano dal Golfo di Guinea richiedono, necessariamente, un’attenzione sempre maggiore verso il fenomeno della pirateria nell’area.

Iran

Le elezioni tenutesi lo scorso 14 giugno hanno visto la vittoria del candidato pragmatico conservatore, Hassan Rouhani, unico membro del clero in corsa per le presidenziali. 
Impegnato nella vita politica iraniana dagli anni della Rivoluzione, Rouhani è stato eletto con il 51% dei voti, grazie anche all’endorsement ricevuto da parte dei due ex Presidenti, Mohammad Kathami e Hashemi Rafsanjani, che ha permesso di catalizzare il voto dei riformisti sul nome di Rouhani dopo il ritiro del candidato riformista, Mohammad Reza Aref. I risultati elettorali sono stati accolti con grande entusiasmo da parte della popolazione, che è scesa spontaneamente in piazza per celebrare l’annuncio della vittoria di Rouhani e, conseguentemente, la fine del mandato di Ahmadinejad, che lascerà ufficialmente il proprio incarico ad agosto.
La sfida imminente per Rouhani sarà riuscire a mantenere l’agenda annunciata in campagna elettorale – liberazione dei prigionieri politici, in primis, ma anche apertura del Paese verso l’Occidente e risanamento dell’economia – e stabilire un dialogo con l’establishment conservatore iraniano, che fa capo a Khamenei, passo indispensabile per poter implementare con successo qualsiasi riforma all’interno del sistema istituzionale. La vera discriminante per il futuro politico dell’Iran nei prossimi quattro anni è proprio il rapporto che Rouhani riuscirà ad instaurare con l’Ayatollah Khamenei: è, infatti, la Guida Suprema ad avere, fra l’altro, competenza costituzionale in materia di sicurezza e politica estera, sottraendo, di fatto, al Presidente la possibilità di prendere decisioni significative sul dossier nucleare e sui rapporti con l’Occidente, Stati Uniti in particolare. Inoltre, l’influenza indiretta che Khamenei riesce ad esercitare anche tramite il potere giudiziario ed esecutivo, potrebbe impedire a Rouhani di rispettare le promesse fatte in campagna elettorale, erodendo la base di fiducia che il nuovo Presidente sembra aver conquistato. La prima sfida sarà proprio sulla promessa di scarcerare due leader dell’opposizione, Hussein Mousavi e Mehdi Karroubi, sottoposti a un duro regime di arresti domiciliari decretato dalla magistratura e dal Parlamento, per esplicita volontà di Khamenei.