04 GIUGNO 2013
Geopolitical Weekly n.114
DI Francesca Manenti e Alessandra Virgili

Myanmar

Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione in Myanmar, dove l’USDP (Partito dell’Unione per la Solidarietà e lo Sviluppo) detiene il potere, ha criticato fortemente, in questi giorni, l’atteggiamento estremamente xenofobo delle autorità birmane nei confronti dei Rohingya, un’etnia di religione musulmana, presente maggiormente nella parte occidentale del Paese.
La leader dell’NLD (Lega Nazionale per la Democrazia) ha alzato i toni del dibattito, dopo la decisione, da parte delle autorità locali di Rakhine, provincia nella parte ovest del Myanmar, di intensificare il provvedimento che prevede un programma di pianificazione familiare nei confronti della minoranza. Secondo le autorità locali il rafforzamento della legge sui “due figli”, che dal 1994 impone il limite di due figli per famiglia e che vale solo per il gruppo etnico dei Rohingya, dovrà riguardare, principalmente, le aree con i tassi di nascita più alti, che possono peggiorare le tensioni etniche. Lo scorso anno ci sono stati violentissimi scontri tra buddisti e musulmani Rohingya . Il potenziamento del provvedimento, il cui significato e i cui mezzi non sono ancora stati chiariti, a parte la possibilità per gli uomini appartenenti alla minoranza musulmana di avere una sola moglie, riguarderà maggiormente due comuni, Maung Daw e Bu Thi Daung, nello Stato di Rakhine, dove vive la maggioranza delle famiglie Rohingya, circa 800.000 persone.
La disposizione, che le autorità locali hanno identificato come freno alla poligamia e all’intensificarsi dei conflitti etnici, altro non è che il perpetuarsi della lunga discriminazione nei confronti del gruppo Rohingya, uno dei gruppi più perseguitati al mondo. I suoi membri non godono di cittadinanza birmana e sono classificati dalle autorità come “Bengalesi”, in riferimento al pensiero, diffuso, dell’appartenenza di questa comunità al vicino Bangladesh.
Il provvedimento sul controllo delle nascite prima, il suo rafforzamento dopo, gli scontri etnici, che si protraggono dal giugno del 2012, e le violenze sistematiche potrebbero essere un vero e proprio tentativo di “pulizia etnica”. Si può pensare che alla base di questo tentativo ci siano, oltre a ragioni di carattere etnico-religioso, motivi economici. Il sottosuolo in questa zona, infatti, racchiude giacimenti di petrolio e gas naturale. A questo si aggiunge un progetto, già avviato, che prevede la costruzione di un oleodotto sino-birmano, il Myanmar-Cina Crude Pipeline, e che partirebbe dallo snodo portuale di Kyaukpyu, terminando nella provincia cinese dello Yunnan. Il desiderio dei birmani potrebbe essere quello di rimanere i soli a godere dei risultati di tale possibilità di sviluppo e crescita economici.

Libano

Due razzi, probabilmente Grad provenienti dalla regione sudorientale della Siria, hanno colpito nella giornata di domenica il distretto di Dahiye, alla periferia di Beirut, e il villaggio di al-Hermel, nel nord del Paese, entrambi roccaforte delle milizie di Hezbollah. L’attacco, non ancora rivendicato ufficialmente, è stato compiuto il giorno dopo la dichiarazione da parte del leader del Partito di Dio, Hassan Nasrallah, del pieno sostegno che il gruppo sciita garantirà al regime di Bashar al Assad contro i gruppi di ribelli. E’ stata la prima volta che il Segretario Generale del Partito di Dio ha ammesso il coinvolgimento delle proprie milizie nel conflitto siriano, suscitando i timori del governo di Beirut per una possibile contagio delle violenze oltre il confine. Il leader sunnita libanese, ex Primo Ministro, Saad al-Hariri, avrebbe definito la posizione di Hezbollah “un suicidio politico e militare”. Un aumento delle tensioni, d’altra parte, si è registrato già nelle scorse settimane a Tripoli nei quartieri di Jabal Mohsen e di Bab al-Tabbaneh, in cui gli scontri tra gruppi sciiti, lealisti al Presidente siriano, e sunniti, sostenitori dei ribelli, dall’inizio del mese, hanno causato 29 morti e circa 200 feriti. Tripoli è considerato un punto fondamentale per il flusso di armi e di combattenti da e per la Siria, e inevitabilmente risente in modo significativo delle dinamiche della guerra civile in corso. In particolare, gli scontri dei giorni scorsi sarebbero stati una conseguenza del sostegno di Hezbollah alle forze di Assad durante l’assedio alla città di Qusayr. Riconquistata dalle forze lealiste, Qusayr rappresenta un punto strategico per entrambe le parti: stando al confine con il Libano, è di primaria importanza sia per i rifornimenti destinati ai ribelli, sia per l’afflusso di miliziani sciiti in sostegno ad Assad. Inoltre, si trova sulla direttrice di collegamento tra Damasco e Homs, e la sua totale riconquista permetterebbe ai lealisti di controllare una regione che va dalla capitale fino alla regione costiera di Latakia, roccaforte di Assad. Gli scontri a Qusayr, in cui sono rimasti uccisi numerosi combattenti di Hezbollah, hanno palesato la consistenza delle milizie sciite libanesi impegnate in Siria. Secondo le stime dell’intelligence francese, recentemente pubblicate, il numero di militanti si attesterebbe intorno alle 3.000 unità. Nelle scorse ore, gli Stati Uniti hanno chiesto l’immediato ritiro delle milizie libanesi dal territorio siriano.

Il ruolo che Hezbollah sembra essersi ritagliato all’interno della guerra in Siria aggrava, di fatto, la questione sicurezza nella regione, aumentando il pericolo di un contagio delle violenze oltre i confini. La volontà resa nota da Nasrallah di sostenere il governo del Presidente Assad fino al raggiungimento di una soluzione al conflitto, potrebbe, infatti, spingere Israele a prendere contromisure per cercare di limitare il coinvolgimento delle milizie libanesi, com’era avvenuto nei mesi scorsi – due raid all’inizio di maggio contro il centro di ricerche a Jamaraya e contro un carico di missili Fateh-110 all’aeroporto internazionale di Damasco.
Il progressivo deterioramento delle condizioni di sicurezza, inoltre, ha portato le autorità libanesi a concentrare le proprie Forze Armate nelle zone di confine con la Siria, accrescendo così il pericolo di instabilità nel resto del Paese. Nella giornata di domenica, infatti, un missile proveniente da Marjayoun, città meridionale del Libano, avrebbe raggiunto il territorio israeliano, nei pressi della città di Metulla. Non è ancora stata chiarita la dinamica dell’attacco.

Niger

La scorsa settimana due attentati suicidi hanno colpito una base militare ad Agadez e la miniera francese per l’estrazione di uranio ad Arlit, uccidendo 24 soldati, 11 militanti e alcuni civili. L’assalto è terminato solo in seguito all’intervento delle Forze Armate francesi presenti nel sito, che hanno preso parte alle operazioni su richiesta del governo nigerino. Gli attacchi, giunti in seguito alla dichiarazione del Presidente Hollande di una cooperazione tra Francia e autorità nigerine nella lotta al terrorismo, sono stati rivendicati dal leader del movimento di “Coloro che firmano con il sangue”(in arabo al-Muwaqqioun bi-Dima), l’algerino Mokthar Belmokhtar, che ha dichiarato di aver agito in coordinazione con il Movimento per l’Unità e il Jihad nell’Africa Occidentale (MUJAO) per colpire le Forze francesi che presidiavano la miniera. La motivazione sarebbe stata l’intervento delle Forze Armate di Parigi in Mali. 
E’ ipotizzabile, a questo punto, una sempre maggiore convergenza operativa tra i due gruppi, quello di MUJAO e il nuovo gruppo ribelle di Belmokhtar, “Coloro che firmano con il sangue”, nella realizzazione degli attacchi. La collaborazione tra i due gruppi armati non sarebbe nuova. Già nel 2012 un battaglione di MUJAO, denominato Osama Bin Laden, operò di concerto con un’unità di AQIM, nella battaglia di Gao, in Mali, prima dell’intervento francese nel 2013.
Inoltre, aspetti in comune si possono cogliere tra l’attentato in Niger e quello del 16 gennaio scorso in cui sono stati attaccati i pozzi di gas ad In Amenas, in Algeria, dove sono morti cittadini algerini e lavoratori stranieri. L’attentato è stato, anch’esso, rivendicato da Belmokhtar, mentre i rapimenti sono stati rivendicati dal leader del MUJAO, Omar Oud Hamaha. Gli ostaggi e l’uso simultaneo di più attentatori suicidi sono aspetti che compaiono in entrambi i casi. Anche la similarità dei luoghi colpiti, siti ad alta sicurezza e d’interesse occidentale, potrebbe andare a confermare la convergenza tra i due gruppi terroristici.

Niger

La scorsa settimana due attentati suicidi hanno colpito una base militare ad Agadez e la miniera francese per l’estrazione di uranio ad Arlit, uccidendo 24 soldati, 11 militanti e alcuni civili. L’assalto è terminato solo in seguito all’intervento delle Forze Armate francesi presenti nel sito, che hanno preso parte alle operazioni su richiesta del governo nigerino. Gli attacchi, giunti in seguito alla dichiarazione del Presidente Hollande di una cooperazione tra Francia e autorità nigerine nella lotta al terrorismo, sono stati rivendicati dal leader del movimento di “Coloro che firmano con il sangue”(in arabo al-Muwaqqioun bi-Dima), l’algerino Mokthar Belmokhtar, che ha dichiarato di aver agito in coordinazione con il Movimento per l’Unità e il Jihad nell’Africa Occidentale (MUJAO) per colpire le Forze francesi che presidiavano la miniera. La motivazione sarebbe stata l’intervento delle Forze Armate di Parigi in Mali. 
E’ ipotizzabile, a questo punto, una sempre maggiore convergenza operativa tra i due gruppi, quello di MUJAO e il nuovo gruppo ribelle di Belmokhtar, “Coloro che firmano con il sangue”, nella realizzazione degli attacchi. La collaborazione tra i due gruppi armati non sarebbe nuova. Già nel 2012 un battaglione di MUJAO, denominato Osama Bin Laden, operò di concerto con un’unità di AQIM, nella battaglia di Gao, in Mali, prima dell’intervento francese nel 2013.
Inoltre, aspetti in comune si possono cogliere tra l’attentato in Niger e quello del 16 gennaio scorso in cui sono stati attaccati i pozzi di gas ad In Amenas, in Algeria, dove sono morti cittadini algerini e lavoratori stranieri. L’attentato è stato, anch’esso, rivendicato da Belmokhtar, mentre i rapimenti sono stati rivendicati dal leader del MUJAO, Omar Oud Hamaha. Gli ostaggi e l’uso simultaneo di più attentatori suicidi sono aspetti che compaiono in entrambi i casi. Anche la similarità dei luoghi colpiti, siti ad alta sicurezza e d’interesse occidentale, potrebbe andare a confermare la convergenza tra i due gruppi terroristici.

Siria

L’Unione Europea ha deciso di non prolungare l’embargo della vendita di armi in Siria, che scadrà il 31 maggio. L’impossibilità di trovare una soluzione conciliatoria tra le diverse posizioni dei governi europei – sospensione dell’embargo e invio immediato di armi; conferma temporanea e possibilità di inviare mezzi e tecnologie; estensione del provvedimento almeno fino ad agosto – porterà i singoli Stati a decidere autonomamente alla scadenza del divieto. Al momento nessuna decisione è stata presa per disciplinare una possibile fornitura di armi ai ribelli: i Paesi membri, tuttavia, si sono impegnati a non inviare alcun armamento almeno fino ad agosto, in previsione della conferenza di pace che dovrebbe tenersi in giungo a Ginevra, e portare intorno al tavolo delle trattative sia il Presidente Assad che i leader della Coalizione Nazionale Siriana. La Conferenza (Ginevra II) sarà sponsorizzata da Stati Uniti e Russia: nelle scorse settimane, infatti, il Segretario di Stato John Kerry e il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov si sono incontrati per organizzare l’incontro, da cui dovrebbe scaturire una soluzione condivisa per la transizione della Siria fuori dal conflitto, nonostante molti siano i punti ancora da concordare – in primis il ruolo che il Presidente siriano potrà avere all’interno del nuovo governo di transizione. 
L’esito del vertice europeo potrebbe però complicare i negoziati tra le parti. Un duro monito è infatti arrivato dalla Russia, che ha interpretato la decisione dell’UE come un placet a Gran Bretagna e Francia – i due Stati promotori della proroga delle sanzioni – per iniziare le forniture di armi ai gruppi dell’opposizione, vanificando qualsiasi possibilità di portare a termine i tentativi di dialogo. Mosca, in risposta, sarebbe pronta a consegnare alle forze di Assad un carico di missili antiaerei S-300P (nome NATO SA10 Grumble/SA20 Gargoyle), con una gittata che può arrivare fino a 150 chilometri a un’altitudine di quasi 30.000 metri, potenziando, di fatto, la capacità offensiva delle Forze Armate siriane. Se ciò dovesse essere confermato, altamente probabile sarebbe un intervento di Israele nella questione: data le alte prestazioni del sistema russo, che, di fatto, comporterebbero un enorme balzo in avanti per la difesa dei cieli siriani, il governo di Tel Aviv potrebbe prendere delle contromisure. Il Ministro della Difesa israeliano Moshe Yaalon, nei giorni scorsi ha dichiarato che Israele sta valutando con attenzione lo sviluppo della vicenda e, in caso di necessità, sarebbe pronto a rispondere in modo adeguato per scongiurare una possibile minaccia alla propria sicurezza.

Sudan

Il Sud Sudan, il 28 maggio scorso, ha ribadito l’impegno a favore della pace con il vicino Sudan. Il Ministro dell’Informazione sudsudanese, Barnaba Marial Benjamin, ha ribadito il desiderio di instaurare il dialogo tra i due Paesi. Questo è avvenuto all’indomani di alcune dichiarazioni del Presidente sudanese, Omar Hasan Ahmad al-Bashir, ad una TV statale. Il Presidente, il 27 maggio, aveva minacciato di chiudere “per sempre” l’oleodotto che trasporta il petrolio dal Sud Sudan al terminal sudanese di Port-Said, sulla costa del Mar Rosso, se Juba avesse continuato a supportare i ribelli che operano sul suolo sudanese, contro le forze di Khartoum.
Il riferimento del Presidente voleva essere mirato ad un gruppo armato, il Fronte Rivoluzionario del Sudan (SRF), che, formato e supportato dal JEM (Movimento per la Giustizia e l’Eguaglanza) e l’SLA (Esercito per la liberazione del Sudan), entrambi movimenti di ribelli in Darfur, e dall’Splm-N (Movimento popolare di Liberazione del Nord Sudan), opera oggi maggiormente nel Sud Kordofan e nel territorio del Nilo Azzurro per rovesciare il Governo.
L’atteggiamento del Sud Sudan è però poco chiaro e ci sono seri dubbi sulla concretezza delle parole del Presidente sudsudanese, Salva Kiir Mayardit. Dopo la proclamazione dell’indipendenza, nel 2011, vi erano già stati tentativi di avvicinamento. Un primo segno di disgelo c’era stato a luglio del 2012, quando, a margine del Summit dell’Unione Africana ad Addis Abeba, il Presidente del Sudan aveva incontrato il Presidente sudsudanese. L’incontro è stato succeduto da un secondo tentativo di riavvicinamento tra i due Paesi, vale a dire l’importante accordo sul petrolio, che abbassava le tasse pagate dal Sud Sudan allo Stato sudanese per il trasporto del greggio.