10 MAGGIO 2013
Geopolitical Weekly n.111
DI Francesca Manenti e Alessandra Virgili

Israele

La Israeli Army Radio nella giornata di martedì 7 maggio ha riferito che il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu avrebbe incontrato il Ministro per le costruzioni Uri Ariel per comunicargli la momentanea sospensione dei progetti di nuovi insediamenti nei territori di Gerusalemme Est. La notizia non è stata smentita, né commentata dal Ministro israeliano.
Il progetto di nuove costruzioni in Cisgiordania risale allo scorso novembre. A quando, cioè, la Palestina aveva ottenuto, attraverso il voto favorevole espresso dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, lo status di “Stato osservatore non membro”. A seguito di quel riconoscimento, Israele aveva annunciato la costruzione di 3.000 nuove unità nell’insediamento di Maleh Adumin. La proposta di posticipare l’effettiva realizzazione degli insediamenti sembrerebbe un passo in avanti da parte del governo di Tel Aviv verso la ripresa dei negoziati con i palestinesi. Il congelamento degli insediamenti, infatti, è sempre stato posto dal Presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas come condizione necessaria per la riapertura del dialogo
La notizia, infatti, ha preceduto di qualche ora l’incontro tra il Segretario di Stato USA Kerry e il Ministro della Giustizia israeliano Tzipi Livni, incaricata dal proprio governo di portare avanti il processo di pace con la Palestina. La tempestività del Primo Ministro sembrerebbe voler agevolare il colloquio, avvicinando Israele alla posizione dell’Amministrazione Obama.
Se la convergenza di Israele e Stati Uniti sulla questione palestinese sembra porre le basi per un progresso nel processo di pace in Medio Oriente, resta però da valutare l’influenza che i partiti della coalizione guidata da Netanyahu - una coalizione di centro destra, di cui fa parte anche Focolare ebraico, sostenitore della politica di occupazione che esclude il riconoscimento della giurisdizione palestinese sui territori della Cisgiordania - eserciteranno sulle scelte del governo.
Poche ore dopo l’annuncio del Premier israeliano, infatti, il Ministro della Difesa Moshe Yaalon ha approvato la costruzione di 296 unità nel distretto di Beit El, vicino a Ramallah. L’impossibilità che quest’area rientri nei territori che Israele annetterebbe in seguito alla conclusione dei negoziati con l’autorità palestinese, lascia pensare che il via libera al progetto sia di fatto parte del “pacchetto di compensazioni” previsto dal Premier per quei coloni costretti ad abbandonare le proprie abitazioni nell’insediamento di Ulpana, in seguito alla sentenza della Corte Suprema che ne sanciva l’irregolarità.
Il 2 maggio, inoltre, il Premier Netanyahu ha ribadito che qualsiasi accordo di pace con le autorità palestinesi sarebbe sottoposto a referendum popolare prima di essere definitivamente approvato, estendendo la legge approvata nel 2010- la quale richiede una maggioranza di due terzi o il voto favorevole di un referendum popolare per il ritiro degli insediamenti israeliani dai territori del Golan e di Gerusalemme est- anche alla Cisgiordania.

Nella giornata di martedì Imran Khan, leader del Pakistan Tehereek-e Insaf (PTI), ha avuto un incidente, cadendo dal montacarichi che lo stava portando al palco durante il suo comizio elettorale nella città di Lahore. Ricoverato in ospedale per la ferita riportata alla testa, l’ex giocatore di cricket è ormai fuori pericolo. 

Nawaz Sharif, candidato del Pakistan Muslim League (PML-N) e favorito per la vittoria delle elezioni, ha espresso la propria solidarietà a Khan, sospendendo gli impegni della campagna elettorale.
In una competizione per le urne segnata dall’incertezza e dalla violenza- 44 attenti, che hanno provocato circa 70 morti, tra cui Saddiq Zaman Khattak, candidato del Awami National Party (ANP)- ci si chiede ora quale possano essere le conseguenze dell’incidente.
Il partito di Khan è considerato vicino all’Esercito: il candidato potrebbe quindi essere espressione di quel potere militare che ha governato la vita politica pakistana per circa 60 anni. Al contrario Sharif, favorito nei sondaggi per la vittoria, si è sempre dimostrato critico nei confronti delle ingerenza delle Forze Armate nella vita politica del Paese.
Benché Sharif fosse considerato il front runner in vista delle elezioni di domenica, l’episodio accaduto a Khan potrebbe ora rimescolare le carte.
La copertura mediatica che è stata data all’evento e la popolarità di cui il candidato già godeva per la sua passata carriera da sportivo, infatti, aprono la strada all’ipotesi che la vicenda possa tradursi in un maggior ritorno di consensi durante le votazioni di domenica.
Le elezioni dell’11 maggio sono un evento importante per la storia politica del Pakistan. Il Paese è chiamato ad eleggere con suffragio universale i 342 membri dell’Assemblea Nazionale dopo che, per la prima volta dopo più di 60 anni, il precedente governo democraticamente eletto ha portato a termine il proprio mandato quinquennale.

Siria

Nella notte tra il 4 e il 5 maggio, missili israeliani hanno colpito un centro di ricerche militari nella periferia a nord di Damasco, a Jamaraya, ritenuto uno dei centri nevralgici per la gestione dell’arsenale chimico del regime. Il blitz di maggio è stato il secondo in tre giorni; durante la notte tra il giovedì e il venerdì c'era già stato un attacco israeliano con l’obiettivo di distruggere un carico di missili Fateh-110 destinato probabilmente agli Hezbollah libanesi.
Né il premier israeliano Netanyah né le Forze Armate hanno commentato l'accaduto, ma funzionari militari del Ministero della Difesa hanno fatto sapere che Israele continua a seguire con attenzione gli sviluppi della situazione in Siria, con particolare interesse sul contrabbando e sul trasferimento di armi verso il Libano.
Le autorità siriane, da parte loro, vedono questi attacchi come una dichiarazione di guerra. In un’intervista alla “CNN”, il vice Ministro degli Esteri siriano, Faisal al Mekdad, ha annunciato che la Siria potrebbe rispondere agli strike israeliani con “i suoi modi ed i suoi tempi”, mentre il Ministro dell’Informazione siriano, Omran al Zoubi, ha sottolineato che “gli ultimi raid israeliani possono aprire le porte a qualsiasi possibilità”.
Israele ha rafforzato le sue misure di sicurezza in tutte le ambasciate e ha schierato altre due batterie del sistema anti-missile “Iron-Dome” per proteggere il proprio territorio da eventuali atti di rappresaglia.
L'ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite, Mohammad Khazaei, ha chiesto alle Nazioni Unite l’apertura di un'inchiesta sugli ultimi attacchi israeliani in Siria, sottolineando come questi ultimi abbiano violato il diritto internazionale, trattandosi “ingiustificabili e provocatorie” aggressioni ad uno Stato sovrano.
Nel frattempo, dopo aver esaminato le denunce presentate da Israele sull’utilizzo di armi chimiche in Siria, le Nazioni Unite hanno fatto sapere di non avere prove concrete per valutare la veridicità delle accuse. Smentendo, in tal modo, le affermazioni di Carla Del Ponte, ex procuratore del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia e membro della commissione sulla violazione dei diritti umani in Siria, la quale aveva denunciato l’utilizzo di armi chimiche non da parte del regime di Bashar al-Assad, ma delle forze dell’opposizione.

Somalia

Martedì 7 maggio si è tenuta a Londra la Conferenza internazionale sulla Somalia, per la prima volta co-presieduta dal Primo Ministro inglese David Cameron e dal Presidente somalo Hassan Sheik Mohamud. L’affluenza di delegati appartenenti a 50 Paesi ed organizzazioni internazionali e la scelta dei temi affrontati durante i lavori- sicurezza; giustizia e polizia; accountability e gestione delle risorse finanziarie da parte dello Stato; processo politico- hanno rappresentato una grande opportunità per il governo di Mogadiscio di rilanciare la propria immagine all’interno della comunità internazionale.
Per la prima volta dallo scoppio della guerra civile del 1992, infatti, nel settembre scorso la Repubblica Federale di Somalia si è dotata di un nuovo assetto istituzionale. Estinto di fatto il mandato del Governo Federale di Transizione (GFT), il nuovo Parlamento- una Camera Alta di 56 membri e una Camera Bassa di 275, tutti non eletti ma nominati dal Comitato Tecnico Indipendente- si è insediato ufficialmente alla fine di agosto.
La credibilità che l’esecutivo si sta costruendo in questi mesi, desta la fiducia della comunità internazionale, che cerca nelle autorità di Mogadiscio un interlocutore che possa consolidare la stabilità della regione del Corno d’Africa. Il riconoscimento del governo da parte del Fondo Monetario Internazionale lo scorso 12 aprile, permetterà alla Repubblica somala di riprendere i contatti con i donatori, le istituzioni finanziarie e le banche di sviluppo, benché penda ancora sulle finanze del Paese il debito da 352 milioni di dollari della presidenza Barre. Anche l’ONU sarebbe intenzionata a rivedere i flussi di aiuti destinati alla Somalia, finanziando soprattutto progetti per lo sviluppo piuttosto che programmi di aiuto umanitario.
L’impegno giunto al termine della Conferenza da parte di Gran Bretagna e Stati Uniti di donare complessivamente circa 320 milioni di dollari, parte dei quali destinati al rafforzamento delle forze di polizia e alla formazione di uno stabile sistema di giustizia, dimostra come, nonostante il trend positivo innescatosi negli ultimi mesi, la priorità per il governo di Mogadiscio rimanga la questione sicurezza.
Oltre alla frammentazione territoriale che mina la stabilità del governo centrale, infatti la grande minaccia è rappresentata ormai dal 2004 da al Shabaab, gruppo terroristico affiliato ad al Qaeda. Nonostante i successi registrati dalla missione internazionale ANISOM, che hanno permesso di espellere il gruppo dalle basi di Mogadiscio, Kisymaio e Baidoa, le milizie salafite portano avanti un’azione di guerriglia per destabilizzare le autorità ed imporre la legge islamica. L’ultimo attentato rivendicato dal gruppo risale infatti al 5 maggio, quando nella capitale un veicolo carico di esplosivo ha cercato di colpire il convoglio su cui si pensava viaggiasse il ministro degli interni insieme ad alcuni funzionari qatarini, rimasti illesi.
Quello di domenica è stato l’ultimo di una serie di sanguinosi attentati dall’inizio del 2013.