La lenta transizione cubana
Americhe

La lenta transizione cubana

Di Federico Francesconi
23.07.2015

Cuba ha rappresentato e rappresenta ancora un’enclave comunista a soli 150 km dalle coste degli Stati Uniti, che hanno sempre manifestato grande interesse per l’isola, la cui vicinanza con la Florida le conferisce rilievo strategico.

Con tali presupposti storici appare evidente la sorpresa e le positive reazioni nel mondo all’annuncio, dello scorso 17 dicembre, del presidente americano Barack Obama del ripristino dei rapporti con l’Avana e lo smantellamento del sistema delle sanzioni. Dopo 53 anni, alcuni molto sofferti, la crisi è stata archiviata e con essa tutti i suoi corollari.

Con tale svolta epocale le relazioni fra le due Nazioni gradualmente miglioreranno dando luogo a scenari diversi rispetto a quelli vissuti nei decenni passati, in cui diffidenze, sospetti e ostilità reciproche sono stati alimentati da due ideologie diametralmente opposte. Tuttavia, è evidente che sulla normalizzazione delle relazioni, interrotte dal 1961, pesi il macigno di più di mezzo secolo di embargo.

I prodromi del disgelo si sono manifestati qualche mese fa e concretati con la liberazione di alcuni prigionieri e lo scambio degli stessi da parte dei due Paesi. Cuba ha rilasciato Alan Gross, imprenditore americano in carcere da cinque anni con l’accusa di spionaggio; mentre gli Stati Uniti hanno rilasciato tre agenti dell’intelligence cubana, liberati per motivi umanitari e condannati per spionaggio nei confronti di gruppi anti-castro a Miami.

Va rilevato che, alla ripresa delle relazioni bilaterali, un ruolo non secondario è stato interpretato dal Pontefice e dalla diplomazia vaticana. Papa Francesco ha tra l’altro scritto ai due Capi di Stato nello scorso ottobre e ospitato a Roma l’incontro delle due delegazioni. L’intervento del Pontefice ha avuto una duplice valenza: per un verso umanitaria, per venire incontro alla popolazione in difficoltà per l’embargo, per l’altro in una prospettiva di ricerca della pace laddove possibile. Il fatto poi che il Papa fosse sudamericano ha facilitato molto il dialogo fra le parti. Francesco visiterà sia Cuba che gli Usa nel prossimo settembre. Dopo Giovanni Paolo II nel 1998 e Benedetto XVI nel 2012, sarà il terzo Pontefice ad andare all’Avana.

Papa Francesco non ha nascosto fin del suo insediamento la sua appartenenza alla “patria grande”, a quell’America latina che non vuole essere il “cortile di casa” della Casa Bianca. La diplomazia vaticana, che intrattiene relazioni continue ed ininterrotte con Cuba da ottant’anni, ha incaricato i suoi migliori nunzi apostolici a negoziare per la normalizzazione dei rapporti con gli Stati Uniti. Il cardinale Beniamino Stella, già ambasciatore a Cuba ed in Colombia, ha avuto modo di confrontarsi con Raul Castro e con il cardinale dell’Avana Jaime Ortega, molto vicino a Bergoglio, mediatore intelligente tra i gruppi di opposizione e il regime. La cultura cattolica del popolo cubano ha certamente contribuito al disgelo religioso di Raul Castro di fondo indubbiamente cristiano, ma ostentatamente materialista secondo il dettato ideologico della sua militanza al comunismo praticato. Un vero e proprio disgelo religioso oltre che politico, che ha condotto Raul Castro ad invitare il Pontefice a visitare l’isola (invito rivolto anche al patriarca Kirill capo della chiesa russo-ortodossa).

Il suggello formale di questo riavvicinamento è stato rappresentato dalla stretta di mano fra Barack Obama e Raul Castro l’11 Aprile del 2015 in occasione del summit delle Americhe che si è tenuto a Panama, segnando il primo incontro fra i capi di stato dei rispettivi Paesi. Si è quindi di fronte alla volontà determinata di riaprire sedi diplomatiche - anche se Obama sa perfettamente che l’organo deputato a farlo è il Congresso, in maggioranza repubblicano, che tenterà verosimilmente di porre dei veti.

La Casa Bianca in primis, ma anche l’UE, auspicherebbero che Cuba introducesse un sistema economico di tipo liberista, non pianificato, e che i diritti politici e civili fossero garantiti. L’isola dovrebbe diventare un paese aperto e dialogante. Ma le trasformazioni, dopo anni di chiusura, richiedono tempo e ricerca di equilibri. Certo è noto che Cuba non sia una Nazione libera e che sia necessaria una transizione graduale, moderata ed indolore per traghettare il paese in un’altra dimensione. Il potere reale del Paese è tuttora nelle mani del partito comunista, nonostante la presenza di un’Assemblea Popolare. Il diritto di voto si esercita esclusivamente nella scelta di candidati presenti in un’unica lista: quella del partito comunista. La democradura (simbiosi di democrazia e dittatura), originale paradigma del potere controlla ogni ganglio del Paese ed esercita una forte censura sui mezzi di comunicazione. Tale divieto non ha impedito però la diffusione di alcuni blog indipendenti, che si sono affermati come strumento d’informazione alternativa. Tra di essi posto di rilievo ha assunto Generacion y, diretto da Yoani Sanchez, che rappresenta la più conosciuta voce d’opposizione al regime e, per tale ragione, è stata arrestata diverse volte. La censura si estende anche ad altre forme di comunicazione, dall’arte alla musica e alla letteratura. Le opere giudicate controrivoluzionarie possono provocare l’arresto dell’autore.

Va annotato, tuttavia, che con l’assunzione del potere da parte di Raul Castro nel 2006, sono state introdotte alcune riforme del sistema economico, dando prospettive molto più ampie al mercato. La novità più significativa è rappresentata dalla possibilità per i cittadini di vendere e comprare case ed automobili e da un deciso ampliamento delle professioni. Sicuramente Raul Castro ha gettato nell’ultimo decennio le basi per l’avvio di una progressiva liberalizzazione del Paese. Le modifiche apportate sono il sintomo che qualcosa sta cambiando seppure lentamente. L’isola che, a parte il sistema sanitario (paragonabile per efficienza a quello dei Paesi industrializzati), e quello pedagogico (dove l’istruzione è garantita fino a 12 anni gratuitamente) ha versato negli anni in condizioni d’indigenza assoluta.

Finita la guerra fredda Cuba, a livello geopolitico, ha perso il suo tradizionale alleato sovietico e ha subìto un pesante isolamento diplomatico per tutto l’arco degli anni ’90, il cosiddetto “periodo speciale”. Così ha intessuto, non solo per le comuni affinità culturali ma anche perché preclusa per altre vie, rapporti con governi sudamericani di sinistra, vicini per vocazione culturale e politica, come il Venezuela che rappresenta ancor oggi il primo partner commerciale e il principale fornitore delle risorse energetiche: petrolio in primis. Solo di recente l’ultima roccaforte comunista ha dato segnali di apertura verso il mondo esterno, come se le avvisaglie di un cambiamento fossero presenti a livello embrionale ma non ancora mature per manifestarsi compiutamente.

Raul Castro con questa nuova ventata di riforme vorrebbe rendere più facile per i suoi connazionali ottenere il permesso di viaggiare all’estero, espandere l’accesso ai beni di consumo, liberalizzare e decentralizzare il settore agricolo. Linee politiche certamente ben viste dall’Occidente. L’auspicio degli USA e dell’UE è proprio quello di cercare una nuova via per Cuba, anche aiutandola a voltare pagina dopo 50 anni d’indigenza e d’isolamento. L’Occidente vorrebbe che l’isola sviluppasse un processo di democratizzazione attraverso una transizione controllata, più che ad un cambiamento sistemico. Certo i cubani potrebbero inserirsi nell’arena internazionale edulcorando i rapporti con gli Usa e superando i tradizionali ostacoli che si frappongono fra i due Paesi come l’embargo, la presenza nel territorio statunitense di oltre un milione d’immigrati e la presenza della base di Guantanamo, campo di prigionia in cui sono detenuti presunti terroristi.

In tema di terrorismo, torna conto rilevare, fra l’altro, la dichiarazione del presidente Obama volta ad elidere Cuba dalla black list (inserita dal 1982) che raccoglie quei Paesi ritenuti fiancheggiatori e patrocinatori del terrorismo internazionale. Tale proponimento assume una rilevanza del tutto particolare se si considera la sensibilità con la quale la Casa Bianca riguarda il delicato argomento, e non solo dall’11 settembre 2001. L’affermazione costituisce un inequivocabile indicatore dell’ampia apertura (di fiducia) che Obama ha offerto a Raul Castro nella prospettiva di una normalizzazione, in primo luogo nel contesto americano, dei rapporti con l’Isola (Todos somos americanos, l’esclamazione del presidente USA è auto-esplicativa). Un’apertura ampia che trova pronta e sensibile l’Unione Europea che, come noto, ha salutato collegialmente e con partecipazione lo storico evento del riavvicinamento.

Su Cuba, Bruxelles segue le linee guida dell’alleato nord-americano, ribadite più volte sia con l’adozione della “posizione comune” del 2006, in cui si incoraggiava l’isola ad intraprendere un processo che la conducesse verso una democrazia pluralista ed al miglioramento dello standard di vita dei cubani, senza utilizzare misure coercitive (piano ”Country Strategy Paper” del 2010).

Giova comparare il caso cubano con altre realtà comuniste, o ex-comuniste, che hanno conosciuto negli ultimi anni processi di transizione: primi fra tutti quelle dell’Europa centro-orientale e della Cina. Nel caso dell’Europa centro-orientale si è registrato un sostegno alla democrazia e all’economia di mercato anche per il ruolo svolto dall’UE che nel processo d’integrazione ha cooptato e sostenuto tali Paesi e ha rappresentato àncora istituzionale e polo di riferimento. In queste Nazioni la spinta alla democratizzazione è stata decisa e sostenuta da società sottomesse che avevano saputo mantenere vivo il fuoco del patriottismo e la voglia di libertà. Con tali premesse non potevano che darsi istituzioni democratiche e spinte verso il libero mercato in economia. Il caso della Cina, di contro, costituisce un unicum. Ha saputo produrre una crescita spettacolare, pur mantenendo saldamente un governo comunista, Par di rilevare che in economia la meritocrazia e il decentramento fiscale si siano sostituiti in qualche modo ai cliché dello stato di diritto e della separazione dei poteri. Si può solo immaginare quali traguardi economici potrebbe conseguire Pechino se sul piano politico assumesse compiutamente i profili della democrazia e su quello economico le geometrie del libero mercato. La crescita cinese è fenomeno che rappresenta un caso di studio. Una sorta d’ibrido statuale dove alla rigidità monopartitica si coniuga l’eccellenza di un’economia a caratura occidentale.

Pertanto, è difficile ipotizzare per Cuba un futuro del tipo descritto per la grande nazione comunista dell’est asiatico. Tanto diverse risultano le culture di fondo e la storia dei due Paesi e così lontane le aree d’interesse. Gli elementi a disposizione non consentono un’analisi che conduca a scenari verosimili, Per ora si può prevedere che, nel complesso, l’Isola caribica rientri nell’ambito che appare più naturale: quello occidentale cui fondamentalmente appartiene per vocazione. Il tempo che verrà segnerà le tappe del viaggio di rientro di Cuba in tale sfera della quale per vocazione storica fa parte, aprendosi alle innumerevoli possibilità che la globalizzazione saprà offrirle.

Ma soprattutto ci si augura che il passaggio effettivo fra democradura e democrazia avvenga in un lasso di tempo compatibile con la velocità degli eventi, riconsegnando al popolo cubano il bene più prezioso: la libertà di decidere e di esprimersi.

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