15 LUGLIO 2015
Riflessioni e prospettive dell'accordo Iran 5+1
DI Francesca Manenti

Martedì 14 luglio, l’Iran e il gruppo dei P5+1 hanno concluso a Vienna uno storico accordo che disciplinerà la rimodulazione del tanto discusso programma nucleare di Teheran per i prossimi otto anni. La firma del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) conclude così una lunga trattativa che, iniziata nel novembre del 2013, ha tenuto impegnate per oltre un anno e mezzo le diplomazie internazionali per cercare di trovare una soluzione condivisa tra la risolutezza iraniana nel difendere il diritto di sviluppare una capacità nucleare nazionale e la volontà della Comunità Internazionale di scongiurare l’esistenza di una dimensione militare del programma di ricerca di Teheran.

Benché i dettagli tecnici dell’intesa fossero già stati definiti nei mesi scorsi (e sugellati dall’intesa raggiunta a Losanna lo scorso 2 aprile), i negoziatori internazionali solo nelle ultime ore sono riusciti effettivamente a trovare un accordo sui reali due punti cardine attorno al quale è stato sviluppato il negoziato: il sollevamento delle sanzioni, prioritario per il governo di Teheran, e la questione dell’accesso concesso agli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) a siti sospettati di essere connessi con l’attività nucleare iraniana. Secondo quanto stabilito dall’accordo, tutte le sanzioni imposte all’Iran a causa del suo programma di ricerca nucleare saranno sollevate a partire dall’implementazione delle disposizioni previste dal JCPOA. Tale revoca, dunque, implicherà una ripresa degli investimenti e delle attività d’import/export in settori strategici quali il settore bancario e finanziario, energetico e petrolchimico, minerario e tecnologico, nonché cantieristico e dei trasporti, non solo dando respiro alle ormai stremate finanze iraniane, ma soprattutto consentendo all’Iran di inserirsi in un fitto tessuto di partnership e rapporti internazionali in grado di agevolare lo sviluppo del potenziale economico nazionale.

Per quanto concerne l’accessibilità ai siti rilevanti, il JCPOA istituzionalizza un bilanciato meccanismo di verifica che se, da un lato, permette agli ispettori di richiedere l’accesso alle aree considerate sensibili, dall’altro concede al governo iraniano la possibilità di negare tale permesso e di adire ad una Commissione Congiunta (formata da rappresentati di tutti gli Stati parte del negoziato P5+1) per dirimere la controversia. Nonostante questa procedura estenda, di fatto, la possibilità di controllo sull’attività nucleare di Teheran, restano tuttavia esclusi dall’intesa le aree considerate strategiche per gli interessi nazionali iraniani, in primis le zone militari e, dunque, il tanto discusso sito di Parchin (il complesso militare considerato dalla Comunità Internazionale un possibile sito di sperimentazione nucleare non dichiarato). L’accessibilità alla base militare sarà oggetto di un accordo ad hoc stipulato tra IRAN e AIEA, parte integrante di una road map tecnica di più ampio respiro che dovrebbe consentire all’Agenzia, entro il prossimo 15 ottobre, di fare definitivamente chiarezza sull’esistenza di una celata attività nucleare a scopo bellico. La comprovata difficoltà nel trovare una convergenza al tavolo negoziale in merito ad una questione tanto spinosa quanto l’accesso alla base militare, causa già in passato dei numerosi rinvii delle scadenze fissate, dunque, sembrerebbe aver spinto i negoziatori a rinviare la questione al dialogo, tecnico, Iran-AIEA. Tale disposizione è solo uno dei punti di un sistematico meccanismo di verifica che permetterà alla Comunità Internazionale, attraverso l’AIEA, di monitorare costantemente il rispetto da parte iraniana degli impegni presi a Vienna. La trasparenza dell’attività nucleare di Teheran nei prossimi anni, infatti, sarà la variabile fondamentale per creare quel rapporto di fiducia tra le parti coinvolte nel negoziato che non solo permetterà di implementare con successo l’accordo, ma che, soprattutto, potrebbe agevolare un più ampio rilancio dei rapporti tra Iran e Comunità Internazionale.

Il raggiungimento di un accordo win-win per tutte le parti coinvolte, in primis per l’Iran e per gli Stati Uniti, da sempre principali sostenitori del successo di questo dialogo, infatti, potrebbe effettivamente rappresentare il primo passo di una storica apertura che potrebbe avere importanti ripercussioni sia sugli equilibri in Medio Oriente sia all’interno dello stesso Iran.

A livello regionale, per la prima volta in più di trent’anni, la Repubblica Islamica di Iran si troverebbe ad essere non solo non più marginalizzata rispetto agli Stati circostanti, ma persino un attore su cui la Comunità Internazionale potrebbe fare riferimento per gli equilibri in uno scenario tanto strategico quanto complicato, come quello mediorientale. Un più strutturato meccanismo di dialogo con l’Iran, infatti, permetterebbe a Teheran di diventare un interlocutore privilegiato con cui discutere punti di comune priorità, quali il contributo allo sforzo internazionale nella lotta contro la minaccia jihadista, in primis dello Stato Islamico, sia il sostegno al vicino iracheno nel difficile processo di ricostituzione del proprio assetto di governo.

Il reinserimento dell’Iran all’interno della Comunità Internazionale, inoltre, potrebbe avere significative ripercussioni anche sugli equilibri interni al Paese, in particolare sui rapporti di forza tra l’establishment ultra-conservatore e le forze pragmatiche, rappresentante dall’attuale governo Rouhani. Gli effetti positivi che il sollevamento delle sanzioni dovrebbero avere sull’economia nazionale, da un lato, e i possibili ulteriori benefici che una maggior internazionalizzazione porterebbero al sistema Paese, infatti, potrebbero andare a migliorare sensibilmente le condizioni di vita della popolazione iraniana. La riduzione della sperequazione sociale e, in particolare, il rafforzamento di una classe media, in maggioranza giovane e istruita, potrebbero rappresentare due importanti fattori per il consolidamento del consenso popolare nei confronti dell’attuale governo. L’entusiasmo con cui è stata festeggiata a Teheran la conclusione dell’intesa, nelle ore immediatamente successive all’annuncio ufficiale del JCPOA, è stato solo un primo segnale di quale sia il consenso per l’operato della squadra di Rouhani. L’implementazione dell’accordo e, con esso, l’avvio di rapporti più strutturati con partner internazionali, dunque, potrebbe tradursi in un effettivo incremento di consensi a favore dell’attuale Presidente. In vista dei più imminenti appuntamenti elettorali previsti per il 2016 (le elezioni parlamentari e il rinnovo dell’Assemblea degli Esperti), un eventuale ampliamento del bacino elettorale per il fronte moderato sarebbe decisivo per ampliare lo spazio di manovra dell’attuale governo, soprattutto in un momento in cui le forze conservatrici si trovano ad attraversare una fase di profonda divergenza al proprio interno. Il plauso espresso dalla Guida Suprema, Ali Khamenei, per la gestione da parte dei negoziatori iraniani del tavolo di Vienna, infatti, ha permesso al Governo Rouhani di riscuotere consensi all’interno di quella frangia del fronte reazionario stanco della rigidità dell’immobilismo delle posizioni politiche degli ultra-conservatori. Dunque, la capitalizzazione dell’apprezzamento dell’opinione pubblica, da un lato, e un’eventuale convergenza con le forze più moderate dell’establishment conservatore, dall’altro, potrebbe effettivamente rappresentare un vantaggio per l’ala pragmatica-riformista di Rouhani, la quale potrebbe mettere in discussione l’influenza che gli ambienti più tradizionalisti hanno sempre avuto nell’assetto istituzionale del Paese.