11 NOVEMBRE 2011
La Siria ed Hezbollah
DI Valentina Palumbo

Il 13 giugno 2011, dopo cinque mesi di trattative, Najiib Mikati ha annunciato la formazione del nuovo governo libanese. Il precedente gabinetto, presieduto da Saad Hariri (Partito Al Mustaqbal), si era dissolto a seguito delle dimissioni di undici ministri e al fallimento di un’intesa promossa da Siria ed Arabia Saudita mirante a risolvere le tensioni sorte attorno al Tribunale Speciale per il Libano. La Corte, di carattere internazionale misto, è nata nel 2007 con Risoluzione del Consiglio di Sicurezza per indagare e perseguire gli esecutori e mandanti dell’attentato che, il 14 febbraio 2005, ha causato la morte di Rafiq Hariri. Hezbollah si è sempre opposta alla sua creazione, accusando l’organo di essere etero diretto e parziale. A ciò si aggiunge che gli atti di accusa sono stati emessi quest’anno verso quattro esponenti di Hezbollah, imputazioni che il movimento nega e condanna. Il nuovo governo non è di unità nazionale ed è stato costituito con il sostegno degli sciiti di Hezbollah e di Amal, del Partito Social Progressista di Jumblatt, del Partito Social Nazionalista Siriano e della Corrente Patriottica Libera di Aoun. La Coalizione del 14 marzo, guidata da Saad Hariri ed oramai all’opposizione, ha accusato immediatamente il nuovo governo di facilitare l’influenza siriana ed iraniana in Libano.

I rapporti crescenti con la Siria di Hezbollah sono nati con l’occupazione trentennale da parte della Siria del nord del Libano ed hanno trovato fondamento nel comune avversario israeliano. Si sono saldati soprattutto con il progressivo rafforzamento dei rapporti tra Siria ed Iran. Il movimento sciita libanese, infatti, è nato rifacendosi ideologicamente alla Rivoluzione Khomeneista ed ha trovato nel regime degli Ayatollah un solido appoggio in termini di addestramento, risorse finanziarie ed armi.

La Siria ha un ruolo strategico per il movimento sciita in quanto costituisce una tappa nella catena di trasferimento di uomini ed armi dall’Iran. Inoltre, la presenza della missione UNIFIL nel sud del Libano, rende difficile per Hezbollah stoccare le proprie armi nel paese, soprattutto quelle di grandi dimensioni, facendo si che sia più conveniente detenere una serie di depositi presso il vicino siriano.

Le informazioni raccolte, soprattutto per vie satellitari, hanno consentito di rilevare innanzitutto  l’esistenza di un’unità a Damasco che si occupa del trasporto di armi e delle munizioni dai siti per lo stoccaggio ed altre infrastrutture collocate lungo il confine siriano libanese fino al Libano. I depositi sarebbero suddivisibili in ordinari e di riserva. I primi si troverebbero presso Damasco, Douma e Adra. Quest’ultimo appare particolarmente importante proprio per la prossimità dell’aeroporto di Damasco. Siti di riserva sarebbero quelli presso Aleppo, Homs e Tartous.

Il secondo anello della filiera sarebbe costituito da depositi di armi di Hezbollah in Libano (di più ridotte dimensioni). I carichi giungerebbero per la piana della Bekaa a mezzo camion.

Due sezioni specializzate di un’ulteriore unità, gestite dai membri e combattenti di Hezbollah, sono mobili: trattasi di esperti iraniani che si muovono tra Libano, Siria e Iran attraverso l’aeroporto di Damasco. Una serie di tunnel collegherebbe il sud del Libano con la Siria per facilitare l’arretramento di Hezbollah in caso di nuova guerra con Israele.

Il ruolo crescente di Hezbollah all’interno delle istituzioni libanesi e la stretta dipendenza in materia di armamenti non hanno impedito tuttavia un ridimensionamento delle relazioni con la Siria e molto probabilmente anche una riflessione da parte del movimento sciita sulla portata strategica di una simile alleanza, in direzione invece di legami sempre più stretti con il regime di Teheran.

Già dopo il ritiro delle truppe siriane dal Libano, nel 2005, l’ascendente politico della Siria sul Paese dei Cedri si era di fatto ridotto rispetto al passato. Anzi, è stata propria la consapevolezza di ciò e allo stesso tempo però dell’importanza strategica del Libano per Damasco, che ha condotto quest’ultima a rafforzare l’armamento difensivo e dissuasivo di Hezbollah.

Le rivoluzioni, ed ora la guerra civile in Siria, sollevano questioni circa le possibili ripercussioni sul Libano e le conseguenze che tali eventi potrebbero avere nei confronti di Hezbollah.

Nel caso in cui il regime di Bashar al Assad dovesse crollare, una delle principali conseguenze di ordine pratico potrebbe essere la sorte dei depositi di armi detenuti da Hezbollah in Siria. Non essendoci presupposti, per il momento, per trasferire le armi in Libano proprio per la presenza di UNIFIL, la preoccupazione di Hezbollah è quella di come proteggerli o trasferirli altrove.

Un ulteriore elemento di riflessione è rappresentato dall’opportunità o meno per Hezbollah di avere ai confini una democrazia di stampo islamico. Hezbollah potrebbe non avere interesse nel sostenere una democrazia se governata da islamisti sunniti.  Il rapporto con i Fratelli Mussulmani ad esempio, che sembrano avere un ruolo crescente nell’opposizione ad Al Assad, potrebbe non essere necessariamente facile; non solo perché l’acquisizione di potere tra gruppi islamisti sunniti se non controbilanciata da altre forze politiche, potrebbe riproporre nell’area conflitti di carattere confessionale, ma soprattutto perché gli obiettivi sono diversi. La politica dei Fratelli Mussulmani è sempre stata orientata in primis ad un rinnovamento religioso interno mentre quella di Hezbollah, riprendendo l’ideologia rivoluzionaria khomeneista, è stata soprattutto permeata dal concetto di resistenza contro ogni forma di imperialismo (si legga americano ed israeliano). Ciò ha reso conto anche dei diversi atteggiamenti dei due gruppi nei confronti della causa palestinese. In generale, l’atteggiamento adottato sino ad ora da Hezbollah è stato di prudenza.

Ad oggi non sembra che Hezbollah sostenga direttamente il fronte di Al Assad.  Se sul confine siro libanese, le milizie sciite hanno cercato in determinati punti di frenare il flusso di armi in entrata alla Siria a sostegno dell’opposizione, non ci sono elementi per ritenere che vi siano sciiti né tantomeno libanesi nella struttura militare e paramilitare che sta supportando il regime alawita in Siria.

Trattasi quella attuale, infatti, di una posizione delicata, in primis perché qualsiasi forma di sostegno aperto al vicino siriano potrebbe contraddire la natura stessa del movimento di Hezbollah, che per natura è rivoluzionario e di resistenza, alienandosi sostegni nel mondo arabo. Al contempo però la tenuta del regime spinge Hezbollah a mantenere una posizione coerente con la sua alleanza con la Siria. Sebbene l’opposizione si sia armata e la rivoluzione abbia progressivamente lasciato il passo ad una guerra civile, non c’è stata da parte internazionale una presa di posizione decisiva e nonostante la crisi duri ormai da mesi, prevalgono ancora gli strumenti della mediazione e del negoziato. Il Segretario Generale della NATO Rasmussen ha, del resto, escluso apertamente la possibilità di un intervento come quello contro il regime di Gheddafi in Libia.


Ciò potrebbe spiegarsi con l’evoluzione dei rapporti con il regime di Al Assad negli ultimi tre anni sia da parte saudita che occidentale. Fino al 2008 la Siria è stata considerata come un elemento destabilizzante nell’area, soprattutto per il sostegno ad Hezbollah e ad Hamas in funzione anti israeliana. Il riavvicinamento è stato il risultato di una visione pragmatica delle relazioni in questo scacchiere. La differenza nel ruolo che l’ideologia riveste nella politica, esistente tra Siria ed Iran, ma anche una diversa flessibilità nell’atteggiamento, hanno fatto si che gli Stati Uniti, la Francia, l’Arabia Saudita e con essi perfino la Coalizione del 14 marzo di Saad Hariri (è del dicembre 2009 il primo incontro al vertice tra Saad Hariri e Bashar al Assad) potessero considerare il paese come un possibile interlocutore. Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita vi hanno visto la possibilità di un tramite più immediato all’Iran soprattutto nel quadro dei negoziati sul nucleare ed in vista del ritiro delle truppe americane dall’Iraq. Pare confermare questo trend di apertura  il ruolo dialogico assunto fino ad adesso dalla Lega Araba ed i toni dell’attuale delegazione sotto la guida qatariota di Hamad al-Thani.

La morte di Hariri e le indagini condotte dalla Commissione di Inchiesta Internazionale e dal Tribunale Speciale per il Libano sono state lo specchio dell’evoluzione delle relazioni con la Siria. L’avvio del processo innanzi al TSL ha parzialmente scagionato la Siria, che nel corso delle inchieste della Commissione era stata considerata come il principale mandante della morte di Hariri. Ciò ha permesso di giustificare le aperture di cui si discuteva poc’anzi.

In conclusione, ad Hezbollah conviene al momento mantenere un profilo relativamente basso, che possa consentirgli da un lato di non perdere un alleato e dall’altro di non perdere consensi; è consapevole che la caduta del regime siriano potrebbe indebolirlo, almeno sotto il profilo degli armamenti; resterebbe tuttavia il sostegno ben più decisivo iraniano, capace di servirsi di vie alternative per finanziare e rifornire di armi Hezbollah.

Non è da escludere infine che, un riavvicinamento della Siria all’Occidente o ai Sauditi, avrebbe forse ed a prescindere comportato per il partito sciita una ridefinizione dei propri sostegni regionali. Questo perché, tra gli argomenti possibili di negoziato tra Siria e Stati Uniti, ci sarebbe stato certamente quello della questione dei finanziamenti ad Hezbollah e ad Hamas. Anzi, ci si può spingere fino a ritenere che, se l’alleanza con l’Iran, per la sua importanza strategica, non avrebbe potuto realisticamente essere scalfita, forse unico vero elemento negoziabile sarebbe stata la carta Hezbollah-Hamas in cambio, magari, di una riapertura del negoziato sulle alture del Golan.