14 APRILE 2015
Cina, India, Cuba: dinamiche e risvolti interni degli accordi internazionali degli Stati Uniti
DI Lorenza Miretti

Lo scorso novembre, a Pechino, in occasione del meeting della Cooperazione Economica Asiatico-Pacifica (l’organismo che raggruppa i Paesi asiatici e quelli affacciati sull’oceano Pacifico), il Presidente americano Barack Obama ha ottenuto un grande successo personale, politico e economico che in parte ha compensato la débâcle democratica delle elezioni di mid-term e, forse, ha aperto una nuova fase della politica presidenziale nei confronti del Congresso.  A Pechino Obama ha stretto un accordo storico con la Cina in due campi strategici: la commercializzazione di manufatti tecnologici e soprattutto l’inquinamento - irrisolta invece al momento la questione dei diritti umani sulla quale il Presidente Xi Jinping non ha lasciato alcuno spiraglio al colloquio, accusando anzi gli Stati Uniti di alimentare le proteste democratiche considerate a Pechino un problema di ordine interno che non ammette ingerenze straniere.

Il Technology Agreement prevede l’eliminazione di 200 categorie di tariffe su prodotti tecnologici (dalle console di video-game alle attrezzature mediche), favorendone la commercializzazione tra i due Paesi (e la Cina è il maggior esportatore mondiale di elettronica) e riducendo le tensioni tra Pechino e Washington dovute alla rivalità per la supremazia commerciale nel mondo.  Intesa senza precedenti invece quella sull’inquinamento (raggiunta dopo nove mesi di trattative del consigliere John Podesta, esperto di politica climatica ed inviato a Beijing dal Presidente subito dopo le elezioni di mid-term).

 La Cina è da sempre molto restia a condividere le battaglie mondiali contro l’aumento della temperatura globale (tanto da divenire l’ostacolo principale al rinnovo del Protocollo di Kyoto atteso quest’anno al vertice climatico dell’Onu a Parigi) perché non ha mai voluto riconoscerne il legame con l’inquinamento, perciò gli Stati Uniti hanno cambiato approccio e posto l’attenzione non sul riscaldamento globale, ma sull’inquinamento in se stesso, elevatissimo nelle città cinesi ed oramai un problema prioritario agli occhi sia della popolazione (il 47% della quale esige un intervento statale incisivo), sia del governo che ne ha fatto una questione di ordine politico. In un’intervista sul New York Times, però, l’autore di un libro che confronta l’inquinamento di Los Angeles e quello di Beijing, Chip Jacobs, mette in evidenza una contraddizione nel comportamento del governo cinese che, da un lato, dichiara di voler combattere l’inquinamento, e la questione ambientale è uno dei principali temi in agenda al Congresso annuale dell’Assemblea nazionale del popolo a Pechino, iniziato il 5 marzo, in cui il Presidente Xi Jinping ed il primo ministro Li Keqiang hanno proclamato tolleranza zero sull’inquinamento e pugno di ferro contro chi danneggia l’ambiente, dall’altro non ne vuole ammettere la gravità arrivando ad ostacolare, durante il summit con gli Stati Uniti, la diffusione di notizie sulla qualità dell’aria ed a censurare in questi giorni il documentario Under the dome della giornalista Chai Jing che denunciava gli elevati costi sociali e sanitari dello smog in Cina e che ha registrato un numero di spettatori travolgente.

L’intesa tra Usa e Cina (responsabili insieme del 45% delle emissioni di Co2 a livello mondiale, ma con la Cina che emette il doppio del carbonio degli Stati Uniti e che per coprire l’80% del proprio fabbisogno energetico brucia metà del carburante fossile mondiale) prevede che entro il 2025 i primi riducano del 20-25% l’emissione di carbonio e che la seconda ne fermi l’aumento entro il 2030, grazie soprattutto ad un incremento rilevante dell’impiego di energia pulita come quella solare e quella eolica (che, secondo il governo, nel 2030 raggiungerà il 20% della produzione totale cinese). L’entusiasmo per quest’accordo è stato però smorzato a dicembre dai risultati non risolutivi del meeting sull’inquinamento delle Nazioni Unite a Lima. La carta approvata nell’occasione prevede che entro ottobre 2015 i Paesi firmatari rendano noto in che modo intendono concretamente combattere l’inquinamento e ridurre le emissioni di gas serra per evitare gli effetti catastrofici di un aumento della temperatura media globale anche solo di due gradi, tuttavia i partecipanti non sono riusciti nemmeno a conciliare le priorità dei Paesi in via di industrializzazione, tra i quali vi è anche la Cina, che vogliono la ripartizione degli oneri finanziari in base alla percentuale di Co2 emessa fino ad oggi e quelli più industrializzati concentrati invece sui tagli alle emissioni di gas nocivi.  Inoltre l’intesa con la Cina deve avere l’avvallo del Congresso dove Obama, per la maggior parte della presidenza, ha avuto i Repubblicani contrari alle sue politiche anti inquinamento tra le quali il Climate Action Plan, un insieme di direttive inviate dalla Casa Bianca all’Agenzia per la protezione dell’ambiante (Environmental Protection Agency-EPA) nel giugno 2013 allo scopo di raddoppiare l’efficienza delle vetture entro il 2025 e contrastare l’inquinamento da diossina (il maggiore responsabile dell’effetto serra negli Stati Uniti); oppure la campagna avviata da Obama nel 2014 contro i gas inquinanti talmente aggressiva da far temere le industrie per la sopravvivenza stessa degli impianti di carbone. È poi di questi giorni la notizia del veto presidenziale (che il 4 marzo i Repubblicani non sono riusciti a superare non avendo raggiunto i 2/3 dei voti al Congresso) alla realizzazione del progetto dell’oleodotto Keystone XL per trasportare ottocentomila barili di petrolio grezzo per più di mille miglia tra Alberta in Canada ed il Golfo del Messico.

Dal 2008 arenatosi ben nove volte al Senato (che anche a gennaio aveva richiesto ulteriori emendamenti e l’ammissione che il cambiamento climatico è davvero un problema reale), il progetto dell’oleodotto è sempre stato contrastato dal Presidente per il timore che non sia realmente di interesse nazionale e che i danni ambientali prodotti dall’estrazione del petrolio dalle sabbie bituminose canadesi (fonte del 17% in più di Co2 rispetto ad altre forme di estrazione) siano nettamente superiori ai vantaggi in termini occupazionali e commerciali dichiarati dai Repubblicani; perciò Keystone XL è divenuto un nodo irrisolto ed un terreno di duro scontro politico.  Ebbene, il leader della maggioranza della Camera alta, il sen. del Kentucky Mitch McConnell, ha accusato Obama di aver intrapreso una guerra al carbone che farà aumentare la pressione economica sulla classe media e ridurre i posti di lavoro ha sollecitato tutti gli stati a non adottare le norme richieste dalla Casa Bianca per ridurre il biossido di carbonio ed ha criticato anche l’accordo di Beijing ritenendolo più conveniente alla Cina che non agli Stati Uniti perché, a suo parere, per rispettarlo, l’una avrebbe circa quindi anni di tempo, l’altro invece dovrebbe intervenire subito.  Analogamente il sen. dell’Oklahoma Jim Inhofe (tra i più conservatori del Congresso e più volte in contrasto con le frange ambientaliste del Paese, ma dal 3 gennaio in una posizione chiave poiché Presidente del Senate Environmental and Public Works Committee) ha criticato il budget presentato dall’EPA per realizzare il piano anti inquinamento di Obama ed affermato che farà di tutto per impedirgli di introdurre ulteriori tagli alle emissioni di carbonio (senza i quali gli Stati Uniti non potranno rispettare gli accordi con la Cina) nella convinzione che questi avrebbero un impatto fortemente negativo sull’economia americana e che comunque i cambiamenti climatici non dipendano dall’azione umana. Ammesso dunque che Obama riesca a raggiungere al Congresso il quorum dei 2/3 del voti necessari all’approvazione dell’accordo con la Cina, si può prevedere che i Repubblicani ostacoleranno i lavori dell’EPA, limitandone l’autorità oppure riducendone il budget. Obama potrebbe allora decidere di adottare in campo internazionale una nuova strategia privilegiando per il futuro intese che non richiedano la successiva approvazione del Congresso così da non giungere allo scontro diretto con i Repubblicani, ma aggirandone semplicemente il controllo. Il 26 gennaio Obama si è recato in India, il primo Presidente a fare due viaggi in questo Paese durante il suo mandato, partecipando come ospite d’onore al Republic Day (che celebra l’entrata in vigore, nel 1950, della costituzione democratica).

In quell’occasione Obama ha trattato con il neo governo indiano di Narendra Modi questioni salienti come il cambiamento climatico ed il nucleare civile – infatti sono stati stretti accordi sulle forniture per la costruzione di reattori nucleari e sull’accesso dell’India alla tecnologia sul nucleare fino ad oggi negata dagli Stati Uniti, ma soprattutto è stata firmata una dichiarazione d’amicizia (suggellata dalla revoca dell’atto che negava il visto e l’ingresso negli Stati Uniti al premier indiano) che prevede una linea diretta tra i due leader e vertici regolari: una disponibilità alla cooperazione che fa ben sperare nella partecipazione dell’India ad un nuovo accordo per combattere il riscaldamento globale che non potrebbe essere raggiunto senza Cina ed India.  E Cina ed India sono i due Paesi ai quali Obama ha rivolto la sua attenzione ed i suoi sforzi sin dall’inizio del mandato presidenziale, come ha affermato il 17 dicembre 2014, annunciando la ripresa delle relazioni diplomatiche con Cuba, interrotte dal 1961 con un embargo storico. I rapporti diplomatici condotti da Kerry per più di un anno, il viaggio di Obama a Cuba, la prevista riapertura dell’ambasciata all’Avana (destinazione da marzo di un volo settimanale diretto da New York) ed il rilascio di un cittadino americano dopo cinque anni di reclusione sono stati i primi segnali della volontà di superare l’isolamento cubano che il Presidente stesso ha ammesso, in cinquant’anni «non ha funzionato»; «è il momento di un nuovo approccio», ha aggiunto Obama, assicurando un incremento di commerci, viaggi ed informazioni da e verso Cuba che saranno un grande vantaggio per gli interessi americani e daranno anche un grande impulso alla diffusione dei suoi valori: non a caso il riavvicinamento a Cuba è stato presentato da Obama come «un impegno per i diritti umani e la libertà» (condiviso da Papa Francesco e dal Canada che, ha dichiarato il Presidente stesso, hanno avuto un ruolo determinante nelle trattative per il rilascio del prigioniero americano e che perciò Obama ha ringraziato pubblicamente).  La prossima tappa di questo processo è fissata per il 10-11 aprile a Panama dove si terrà il 7° Vertice delle Americhe, l’incontro annuale dei capi di stato e di governo occidentali per rafforzare la cooperazione tra i vari Paesi, affrontare questioni di interesse comune e concordare piani concreti per lo sviluppo sostenibile.

Per la prima volta dopo parecchi anni anche Cuba parteciperà al vertice con la possibilità quindi di proseguire i colloqui con gli Stati Uniti, anche se, secondo il leader cubano Raul Castro, il ripristino dei rapporti diplomatici è solo l’inizio della normalizzazione delle relazioni bilaterali che non può essere realizzata senza il superamento del blocco economico, commerciale e finanziario. Pertanto Castro ha chiesto ad Obama di usare tutta la libertà di manovra concessa dal suo incarico e di far valere il suo potere esecutivo su quello legislativo del Congresso per revocare l’embargo, ma Obama ha lasciato intendere che la decisione rimane nelle mani del Congresso, dove però solo il 34% dei Repubblicani vuole riallacciare le relazioni diplomatiche con Cuba, il 49% è a favore della revoca dell’embargo, mentre il 50% è propenso a mantenerlo. Quindi, anche se Obama non sembra intenzionato a scavalcare l’autorità ed il potere del Congresso, provocando uno scontro tra poteri, è probabile un altro braccio di ferro tra i due poteri dello stato. Ora, fino a novembre 2014 il Congresso ha funto da contrappeso alla Camera repubblicana, pur con il rischio di immobilizzare il governo del Paese, ma dopo le elezioni di mid-term Obama si è trovato nella scomoda posizione di doversi confrontare con un intero Congresso avverso, tenendo fra le mani solo l’arma del veto.  D’altra parte i Repubblicani devono cominciare ad abbandonare le posizioni più intransigenti e trovare la strada del compromesso con i democratici altrimenti, nei prossimi due anni, vedranno naufragare tutti i loro progetti e daranno l’impressione di non essere in grado di governare mentre sono al potere, compromettendo le elezioni del 2016.

Inoltre, sebbene i Repubblicani si trincerino dietro la volontà di difendere i lavoratori americani (soprattutto negli stati dipendenti dal carbone), il loro atteggiamento ostativo nei confronti delle politiche ambientaliste ed in particolare dell’intesa con la Cina potrebbe rivelarsi un boomerang.  Già prima delle elezioni di mid-term, un’ampia percentuale della popolazione americana aveva dichiarato di non approvare i contrasti tra Repubblicani ed amministrazione democratica, ritenendone i primi i maggiori responsabili; oggi l’opinione pubblica mondiale ha accolto l’accordo Cina-Usa come un esempio che altri Paesi (come l’India nelle speranze della Casa Bianca) potrebbero decidere di imitare e, di conseguenza, come un passo avanti nella lotta all’inquinamento globale cosicché le posizioni ambientaliste potrebbero finire per giocare un ruolo determinante nelle elezioni del 2016 con il rischio concreto, per il Grand Old Party (cioè il Partito repubblicano), di uno slittamento dei voti dei politici non nettamente schierati verso i candidati più attenti alle problematiche climatiche.  Le vicende politiche degli ultimi mesi hanno mostrato un Presidente molto sicuro di sé ed impegnato a lasciare ai suoi successori un’eredità importante di accordi internazionali, conquistando il favore del pubblico e lasciando che un Congresso repubblicano troppo avverso si trovi a fronteggiare gli effetti negativi di un elettorato scontento cosicché la lotta tra i principali poteri politici americani sembra essere combattuta sempre più sul terreno del consenso pubblico sulla base della reale capacità di stabilizzare e rafforzare il prestigio del Paese nel complesso quadro internazionale e con l’occhio rivolto oramai al 2016 ed alla scelta del partito più affidabile da cui attingere il prossimo Presidente.