23 FEBBRAIO 2015
Gülen e Erdoğan, le ragioni di uno scontro
DI Lorenzo Marinone

Ankara ha emesso un mandato d’arresto e revocato il passaporto di Fethullah Gülen, imam turco in esilio volontario negli Stati Uniti dal 1999. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha cercato di convincere Washington a concederne l’estradizione per più di un anno, con l’accusa di guidare un oscuro “Stato parallelo” infiltrato all’interno delle principali istituzioni della Turchia, nelle quali avrebbe piazzato uomini di sua fiducia. Fino a pochi anni fa Erdoğan e Gülen erano i più stretti alleati.

Fethullah Gülen è un esponente dell’islamismo sunnita nella sua variante hanafita, la più diffusa delle quattro scuole di giurisprudenza islamica in gran parte del Mashreq, in Asia centrale e in alcune regioni del sub-continente indiano e del nord-ovest della Cina. Gülen è un seguace del teologo curdo di cittadinanza turca Said Nursi (1878-1960), la cui dottrina si può riassumere nella centralità dell’educazione, che deve essere aperta alla scienza occidentale, e nel rifiuto dell’impegno politico diretto. Desideroso di mostrare la compatibilità fra islam e occidente, nelle sue opere il teologo ritiene che la tecnologia, con i più recenti sviluppi delle diverse discipline scientifiche (in particolare i mezzi di comunicazione di massa) debba rappresentare il cuore dei curricula scolastici, insieme a un insegnamento religioso islamico moderato. Il rifiuto della politica, invece, deriva dalla vicenda personale di Nursi: più volte tacciato di estremismo e arrestato sotto il regime di Kemal Atatürk, le sue opere vengono bandite dalle autorità dal 1960.

Gülen traduce in pratica questo pensiero a partire dagli anni ’70. Durante il suo servizio presso la moschea di Kestanepazari, vicino a Smirne, raggruppa gli studenti in associazioni e fondazioni private (vakif), promosse grazie a campi estivi di stampo prettamente religioso. Se durante i primi anni queste attività si sostengono grazie all’autotassazione degli affiliati, in seguito la loro vasta diffusione attirerà finanziamenti esterni da molteplici fonti. Gülen, attento a non irritare le autorità di Ankara e soprattutto i vertici delle Forze Armate turche, zelanti difensori della laicità dello Stato kemalista e pronti a reprimere sul nascere qualsiasi movimento di stampo islamista, riesce presto a espandere la sua rete su tutto il territorio nazionale. Si adopera, infatti, nella creazione di scuole private con curricula ad hoc aperti alla cultura secolare, alla conoscenza delle lingue e alle trasformazioni economiche di un mondo che va globalizzandosi. In pratica Gülen crea una nuova classe dirigente, che negli anni a venire finanzierà in modo cospicuo la comunità Gülenista (che recentemente ha preso il nome di Hizmet, “il Servizio”). Con la caduta del muro di Berlino queste scuole conoscono una rapida diffusione all’estero, soprattutto nello spazio post-sovietico in Asia centrale (legato ad Ankara da affinità etno-linguistiche), ma anche negli Stati Uniti. Oggi sono presenti in 160 Paesi (in Turchia se ne contano più di 300) e servono almeno 2 milioni di studenti, con una penetrazione capillare nel tessuto sociale dei Paesi ospitanti. Grazie alle riforme liberali introdotte in Turchia negli anni ’80 Hizmet investe poi con facilità in ogni settore, in particolare in quello dei media, acquisendo l’emittente televisiva Samanyolu, il quotidiano Zaman, la rivista Sızıntı, oltre a decine e decine di testate e tv a diffusione locale.

L’ascesa di Gülen s’intreccia con la vicenda politica di Erdoğan nei primi anni 2000, nonostante i due sposino idee talvolta contrastanti. L’attuale presidente infatti muove i primi passi nella cornice del movimento islamista moderato Millî Görüş (Visione nazionale), creato dal politico turco Necmettin Erbakan nel 1969, che storicamente ha adottato toni anti-occidentali, pan-islamici, e soprattutto promuove da sempre un forte coinvolgimento nella politica attiva. Diversi partiti nacquero attorno alla figura di Erbakan, ma furono spesso dichiarati fuorilegge dall’Esercito turco, deciso a lasciare ai margini dell’arena politica ogni formazione islamista. La svolta arrivò nel 2001, quando il Partito della Virtù (Fazilet Partisi, FP) di Erbakan venne sciolto con una decisione della Corte Costituzionale. Erdoğan, uno degli esponenti di primo piano del FP e già sindaco di Istanbul fra il 1994 e il 1998, decise di correre da solo alle elezioni legislative del 2002 fondando il nuovo Partito Giustizia e Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi, AKP).

Le elezioni registrarono la netta affermazione dell’AKP di Erdoğan, che raccolse da solo quasi il 35% dei consensi (più di 10 milioni di voti) e la maggioranza assoluta dei seggi. L’unica altra formazione a ottenere rappresentanza parlamentare fu il Partito Popolare Repubblicano (Cumhuriyet Halk Partisi, CHP), erede della tradizione kemalista, che però si fermò appena sotto il 20%. Tutti gli altri partiti non riuscirono a superare l’altissima soglia di sbarramento che la legge elettorale del 1995 fissava al 10%. Confrontando i risultati dell’AKP con quelli del FP alle legislative di appena 3 anni prima si nota che Erdoğan riuscì quasi a raddoppiare i consensi, un balzo in avanti che la campagna elettorale fortemente impegnata nella lotta alla corruzione diffusa in tutto il Paese (Ak in turco significa bianco, puro, pulito) difficilmente basta a spiegare. Inoltre l’AKP riuscì fin da subito a imporsi quasi in ogni regione della Turchia, conquistando tanto le aree metropolitane più ricche di Istanbul e Ankara, quanto le regioni rurali meno sviluppate del centro e del nord-est. Solo le aree attorno a Smirne, sulla costa dell’Egeo, e la zona sud-orientale del Kurdistan, non votarono in massa per l’AKP. Questa geografia elettorale si è mantenuta pressoché identica anche durante le successive elezioni del 2007 e del 2011, con la parziale eccezione del Kurdistan dove il partito di Erdoğan negli anni ha aumentato sensibilmente i consensi.

Tale successo è verosimilmente frutto di un’alleanza fra Hizmet e l’AKP, i cui contorni tuttavia restano sfocati. Il ramificato network mediatico del predicatore ha probabilmente avuto rilevanza nel preparare il terreno all’AKP. Si tratta infatti di media diffusi a livello nazionale e con una capacità di penetrazione capillare. Non deve essere lasciato in secondo piano il numero di aderenti a Hizmet, che di per sé costituisce un vasto e variegato bacino elettorale, tanto per la distribuzione geografica nel Paese quanto per estrazione sociale. Il movimento infatti accomuna cittadini di ceto medio-basso ma provenienti soprattutto da zone rurali ed estremamente povere, che hanno trovato la possibilità di migliorare la loro posizione sociale grazie alle generose borse di studio dispensate dalle scuole di Gülen; una grande quantità di insegnanti, attirati dagli stipendi e dai posti di lavoro offerti da Hizmet; giornalisti impiegati nei già citati media legati a Gülen; senza infine dimenticare un cospicuo numero di uomini d’affari, capaci di influire sul voto grazie alle proprie disponibilità economiche di investimento. Inoltre il volto moderato e innocuo per la Repubblica kemalista dell’islamismo professato da Gülen, oltre al fatto che le sue attività vengono da sempre tollerate dalle autorità militari, possono servire a Erdoğan per stemperare le paure dell’Esercito, bilanciando la possibilità di un partito islamista al potere.

L’appoggio di Hizmet probabilmente non è stato incondizionato. Bisogna infatti notare che a partire dall’elezione di Erdoğan nel 2002, Hizmet ha trovato una maggiore facilità di espansione, in Turchia come all’estero. Per limitarsi ad alcuni esempi nell’ambito nazionale, seguendo gli investimenti e le linee di credito favorevoli ad asset notoriamente afferenti a Hizmet, vengono attualmente considerati vicini al movimento di Gülen la holding Dogan, con interessi diversificati in settori come energia, media e turismo, la holding Koc, il principale gruppo industriale turco (automotive, settore estrattivo, gas e petrolio, industria della difesa, edilizia e infrastrutture), la banca Asya. Negli ultimi anni, consumata la rottura con Gülen, Erdoğan ha tentato più volte di limitarne il raggio d’azione con provvedimenti governativi, multe, in alcuni casi anche prendendo pubblicamente posizione contro la politica portata avanti da questi gruppi. Le denunce del presidente hanno riguardato anche singole persone, ben inserite all’interno delle più importanti istituzioni, in particolar modo la polizia, la magistratura e i servizi segreti, tutte accusate di rappresentare una sorta di anti-Stato prono alla volontà dell’ex alleato. Se ciò fosse vero, si potrebbe ipotizzare che Gülen si sia servito dell’appoggio all’AKP per ricevere in cambio posizioni di potere e inserirsi nelle istituzioni per favorire gli interessi di Hizmet. In tal modo Gülen avrebbe garantito al movimento la capacità di sopravvivere all’assetto attuale del potere, dunque all’èra di Erdoğan e dell’AKP: un passo fondamentale in una realtà come quella turca, che è stata testimone di frequenti colpi di mano dell’esercito e presenta un’altissima volatilità delle formazioni politiche. Inoltre, la possibilità di usufruire dei canali diplomatici ufficiali con altri Stati permette di agevolare la diffusione del movimento all’estero.

La spaccatura fra Gülen ed Erdoğan diventa conclamata e innegabile nel dicembre 2013, quando un’indagine della procura di Istanbul porta all’arresto per corruzione e tangenti di esponenti di primissimo piano dell’AKP. Il procuratore, Zekeriya Öz, è un importante membro di Hizmet. Erdoğan accusa quindi Gülen di essere il regista occulto dell’operazione ed esattamente un anno più tardi prepara il giro di vite finale: arresti di direttori dei giornali vicini a Gülen, rimozione di centinaia fra funzionari di polizia e magistrati, controllo governativo su Asya Bank. Le cause profonde della rottura fra i due ex alleati, però, vanno ricercate altrove.

Nel maggio 2007, poche settimane prima che il parlamento eleggesse il nuovo presidente della repubblica, l’AKP propose all’assemblea una modifica costituzionale che prevedeva l’elezione popolare diretta del presidente, un mandato più breve (da 7 anni si passava a 5) ma la possibilità di correre per un secondo mandato. Il provvedimento fu inizialmente bloccato dall’allora presidente Sezer, ma poi sottoposto a un referendum, che passò nell’ottobre dello stesso anno con una larga maggioranza. Nel frattempo Erdoğan, candidato ufficiale dell’AKP, aveva fatto un passo indietro a favore del collega di partito Gul per placare le proteste popolari. La mossa però metteva in evidenza la sua chiara volontà di imporsi alla guida del Paese.

Nel 2008 scoppiò lo scandalo Ergenekon, una presunta organizzazione segreta che raggruppava alti ufficiali dell’esercito, giornalisti e uomini d’affari, il cui scopo sarebbe stato l’estromissione dell’AKP dalla vita politica del Paese in quanto partito islamista. Dalle risultanze processuali emerse traccia della cosiddetta “operazione Sledgehammer”, una piano articolato per un colpo di Stato militare che risaliva al 2003, un anno dopo la vittoria di Erdoğan alle urne. Gran parte degli imputati nei processi che seguirono erano ritenuti affiliati a Hizmet.

Nell’aprile 2010 Erdoğan riformò ulteriormente la costituzione, aumentando da 11 a 17 i giudici della Corte Costituzionale di cui 3 di nomina parlamentare e 14 presidenziale, ottenendo quindi un maggior controllo dell’esecutivo sulla magistratura. L’altra importante riforma cancellò l’articolo che impediva di giudicare i responsabili militari dei colpi di Stato. La norma aveva effetto retroattivo e permetteva ai tribunali civili di giudicare anche personale militare. I primi a farne le spese furono gli ufficiali autori del colpo di Stato del 1980.

Le riforme costituzionali hanno garantito effettivamente all’esecutivo un maggior controllo sulla vita politica del Paese e sugli altri poteri, in particolare quello giudiziario. Inoltre la scelta di un’elezione popolare diretta per il presidente della repubblica va a tutto favore di Erdoğan, che grazie alla sua personalità carismatica e la retorica non ignara di tematiche populiste è in grado di raccogliere facilmente consensi, in particolare fra i cittadini economicamente più svantaggiati. Agli occhi di Gülen questa svolta autoritaria può aver significato un’erosione della propria capacità di controllo sull’alleato, che grazie alle riforme acquistava sempre più autonomia e rafforzava una sua propria base elettorale. Viceversa, per Erdoğan il coinvolgimento di affiliati di Hizmet nelle trame golpiste in preparazione fin dalla sua salita al potere può aver gettato un’ombra sulle reali intenzioni dell’alleato Gülen, rivelando una personalità attenta tanto al calcolo politico a breve termine quanto al non compromettersi definitivamente con una determinata fazione.

La metodica controffensiva condotta da Erdoğan contro Gülen rivela la sua convinzione di poter restare saldamente al potere non solo senza l’appoggio del network di Hizmet, ma anche con una sua sostanziale opposizione, che potrebbe divenire tanto più agguerrita quanto più l’attuale presidente continuasse a proporsi come fautore di una potente “sunnificazione” della società turca, in tal modo esautorando (o comunque depotenziando) il discorso religioso di Hizmet. Il leader dell’AKP può aver trovato una conferma della solidità della propria posizione nella sua elezione a presidente della repubblica dell’agosto 2014 quindi nel pieno dello scontro con Gülen. La tornata elettorale, infatti, ha consegnato a Erdoğan lo stesso numero di voti delle legislative del 2011, oltre 21 milioni, ben 5 in più rispetto a quelle del 2007. Una posizione di forza che potrebbe essere rafforzata ulteriormente con la positiva ricomposizione della storica contrapposizione con i partiti curdi, una questione annosa che ha sconvolto il Paese con l’esperienza del terrorismo interno e la cui chiusura potrebbe costituire un risultato epocale. La strada, per il momento, sembra non presentare più ostacoli insormontabili, visto che Erdoğan è disponibile a colloqui faccia a faccia con il leader curdo Öcalan e ad accordare una maggiore autonomia amministrativa alle regioni a prevalenza curda, laddove una linea politica del genere è da sempre fortemente osteggiata da Gülen.

Gülen si trova quindi in una impasse particolarmente delicata. Il rischio di perdere gran parte dell’influenza costruita durante gli anni 2000 nel Paese è reale. L’impegno di Hizmet in uno scontro frontale con Erdoğan appare improbabile in ragione della natura liquida e discreta del movimento (che avrebbe solo da perdere con una sovraesposizione mediatica e politica). La lunga frequentazione dei quadri dell’AKP, però, consente a Gülen tanto di rivelare, quanto di creare artatamente, scandali che possono vedere implicati esponenti del partito di Erdoğan. Inoltre il punto di forza con cui Hizmet ha coadiuvato le vittorie dell’AKP, cioè in primis quella potenza di fuoco mediatica che è sotto attacco oggi, può spostare lo scontro sul piano di diritti fondamentali come la libertà di espressione e di stampa, mettendo immediatamente in cattiva luce qualsiasi mossa del presidente in tal senso. In ogni caso, la dirompente escalation dello scontro nell’ultimo anno rende improbabile una futura normalizzazione dei rapporti. È quindi verosimile che Gülen tenti di stringere un’alleanza con altri partiti politici turchi, in particolare il CHP, contrapponendo alla decisa accelerazione di Erdoğan sull’islamizzazione della società, criticata compattamente dalle opposizioni, il proprio volto di islamista storicamente moderato e integrato nella struttura kemalista della Turchia contemporanea.