18 DICEMBRE 2014
Il petrolio e le ambizioni regionali dell’Angola
DI Vincenzo Gallo

A poco più di dieci anni dalla fine della guerra civile, l’Angola sembra aver raggiunto un livello di stabilità interna tale da garantire la governabilità e la piena operatività del governo. Il conflitto interno, scoppiato all’alba dell’indipendenza dal Portogallo nel 1975, ha visto confrontarsi per 27 anni gli schieramenti del Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola (MPLA), tuttora al governo con a capo il Presidente Josè Eduardo Dos Santos, contro gli uomini dell’Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola (UNITA) di Jonas Savimbi. La morte di quest’ultimo nel 2002 ha messo fine alla guerra che ha provocato più di un milione di morti e quattro milioni di sfollati.

Da allora, l’Angola, grazie ad ambiziosi programmi implementati con l’ausilio di partner internazionali, ha saputo entrare nel novero delle economie più dinamiche a livello africano, facendo registrare tassi di crescita a due cifre nell’ultimo decennio. Metà della ricchezza nazionale proviene dal petrolio e da questo dipendono, in massima parte, le aspettative di sviluppo di lungo periodo. La produzione dell’oro nero ha conosciuto un autentico boom dall’inizio del nuovo millennio, passando da 800.000 barili al giorno agli attuali 1,8 milioni, facendo dell’Angola il secondo produttore africano di greggio dopo la Nigeria ed il sedicesimo a livello mondiale.

Le opportunità di crescita hanno favorito l’afflusso d’ingenti capitali esteri e le necessità di ricostruire le infrastrutture devastate da oltre vent’anni di conflitto hanno generato un ritmo frenetico di attività economiche nel Paese. Dal 2005, infatti, massicci finanziamenti sono stati accordati tramite l’apertura di linee di credito da parte di Cina, Brasile, Portogallo, Germania e Spagna per implementare sia piani di ricostruzione, sia progetti di potenziamento infrastrutturale funzionale allo sfruttamento delle risorse petrolifere. Ad oggi, dei circa 130 miliardi di dollari del PIL angolano, oltre 60 provengono dalla produzione di petrolio. Quest’ultimo, inoltre, garantisce il 95% degli introiti totali dell’export del Paese, relegando ad un ruolo assolutamente marginale le altre voci di esportazione. Il comparto dei diamanti, di cui l’Angola è il secondo produttore africano dietro il Botswana, ad esempio, arriva a pesare per appena l’1% del PIL.

Le quotazioni del greggio sulle piazze internazionali hanno favorito, almeno fino alla crisi del 2008, l’accelerazione dello sviluppo angolano, ma hanno altresì contribuito a manifestare tutta la fragilità strutturale dell’economia del Paese e la fortissima dipendenza da questa risorsa. Dopo un quinquennio di crescita sostenuta, il crollo del prezzo del petrolio del biennio 2008-9 ha provocato una brusca frenata. Nel 2009, infatti, il PIL ha fatto registrare un incremento del 2,9% e la diminuzione d’introiti si è tradotta immediatamente nella sospensione di diversi progetti in corso ad opera di compagnie estere. Da allora, il prezzo del barile è nuovamente cresciuto e l’economia angolana, pur non facendo registrare i tassi di crescita ante-crisi, si è attestata ad un +5% nell’ultimo biennio. Anche se come previsto dalla compagnia petrolifera statale, la SONANGOL, si riuscisse a superare la quota produttiva di 2 milioni di barili al giorno entro il 2016, l’aumento del PIL sarebbe tutt’altro che scontato. Restano da considerare ancora troppe variabili, prima fra tutte la quotazione del petrolio, che dovrebbe essere di almeno 98 dollari al barile, e, soprattutto l’entità della domanda da parte delle economie industrializzate. Il trend del mese di ottobre ha mostrato una flessione considerevole dell’oro nero, con una quotazione vicina agli 80 dollari a barile. Inoltre, se il 46% del petrolio angolano è destinato ancora alla Cina, la quota d’import degli USA si è costantemente ridotta da 480.000 barili del 2005 agli attuali 220.000, principalmente perché in questo Paese è progressivamente aumentata la quota di energia prodotta localmente.

In questo senso, appare assolutamente urgente per il governo di Luanda investire risorse per aumentare la diversificazione economica e ridurre la dipendenza dal settore petrolifero. Se quest’ultimo fornisce oltre la metà della ricchezza nazionale, è pur vero che impiega solo l’1% per cento della forza lavoro attiva in un Paese con un tasso di disoccupazione di circa il 26%. Il 95% del petrolio è destinato all’export come materia prima, mentre rimane assolutamente esigua la capacità interna di lavorazione e raffinazione e assorbimento. Il governo, tramite il Petroleum Activity Law, si è attivato per attuare una politica di “angolanizzazione” allo scopo di aumentare il c.d. local content nel settore petrolifero e la partecipazione delle imprese nazionali per la fornitura di beni e servizi e favorire l’occupazione.

Uno dei settori più importanti per l’implementazione di un efficace piano di differenziazione economica potrebbe essere innanzitutto il settore agricolo, che fornisce l’11% del PIL, ma impiega circa il 70% della forza lavoro. Nell’ultimo anno è aumentata in misura non trascurabile la quota di PIL derivante dai settori diversi dal petrolio. I principali progressi hanno riguardato i comparti della pesca (+10%), agricoltura (+9%) ed il manifatturiero (+8%). Non sono da sottovalutare, inoltre, gli sforzi che Luanda ha sostenuto per implementare programmi di potenziamento infrastrutturale che non mancheranno di fornire sostanziosi contributi alla ricchezza nazionale. Fra tutti spiccano gli ambiziosi progetti nel settore dei trasporti, tra cui la costruzione del porto di Lobito con un terminal ferroviario in grado garantire il collegamento con il confine orientale dell’Angola e, in prospettiva, anche con la ricca regione mineraria del Katanga nella Repubblica Democratica del Congo (RDC). Pechino, inoltre, ha stanziato oltre 6 miliardi di dollari per la costruzione di una linea di 600 km per coprire la distanza dal Katanga alla città di confine di Dilolo (RDC) in vista della connessione con la storica linea ferroviaria di Benguela.

L’impetuosa crescita economica angolana ha prodotto profondi cambiamenti sociali rispetto ai quali l’establishment di potere si è confrontato in maniera ambigua. Infatti, la fine della guerra civile, l’inizio della ricostruzione e l’istituzionalizzazione pacifica del dialogo tra MPLA e UNITA ha messo in crisi la vecchia retorica, i vecchi capisaldi ideologici e la vecchia struttura di potere di matrice marxista-leninista. Il MPLA, pur avendo mantenuto il ruolo di partito egemone nazionale e pur avendo conservato la sua vocazione interventista-centralista in economia e socialista nell’organizzazione della società e delle politiche di welfare, ha acconsentito all’abbandono del regime monopartitico, accettando, seppur con le difficoltà e le resistenze tipiche dei sistemi in transizione verso la democrazia liberale, la competizione elettorale, facilitato dalla mancanza di conflitti inter-religiosi ed inter-etnici tra le diverse comunità angolane. Inoltre, i cambiamenti economici, l’apertura al mondo capitalistico e la fine della guerra civile hanno favorito la crescita di una nuova classe media e di giovani generazioni sempre meno sensibili ai richiami propagandistici di tradizione e simbologia sovietica ciclicamente sventolati dall’apparato di governo per cementare la memoria e l’unità nazionale. Ne consegue che, in questo determinato momento storico, l’Angola si trovi in un momento di passaggio generazionale, con i più anziani, coloro che hanno vissuto e combattuto la guerra civile, ancora restii a radicali riforme politiche, ed i più giovani, al contrario, desiderosi di imporre un nuovo corso al Paese. Tale scontro generazionale caratterizza trasversalmente tutta l’Angola, sia la società civile che le istituzioni più importanti, con in testa il MPLA e le alte gerarchie militari.

Ne consegue che, in una fase di potenziale polarizzazione sociale e politica come quella che il Paese sta attraversando, la figura del Presidente della Repubblica rappresenti un elemento di coesione nazionale. Infatti, la vita pubblica angolana è dominata dalla figura del settantaduenne Presidente Josè Eduardo Dos Santos, al potere ininterrottamente dal 1979. Dos Santos, capo del MPLA, è stato rieletto con una maggioranza di oltre il 70% dei voti alle ultime elezioni del 2012. In base alle previsioni della nuova costituzione del 2010, il Capo di Stato e di Governo non è più eletto direttamente dal popolo, ma nominato dall’Assemblea in base all’esito delle consultazioni elettorali. Il leader del partito che ottiene più voti diventa Presidente. La stessa carta costituzionale conferisce ampi poteri e prerogative al Capo dello Stato, tra le quali la nomina del Vice Presidente, del Gabinetto Ministeriale e dei Governatori delle Province.

Nel complesso, sono solo cinque i partiti rappresentati nell’Assemblea. In occasione delle ultime elezioni del settembre 2012, il MPLA, pur avendo visto il proprio consenso calare dall’82 al 72%, ha conquistato una solida maggioranza parlamentare. Il partito di Dos Santos, infatti, si è aggiudicato 175 dei 220 seggi, mentre l’UNITA, il principale partito d’opposizione, ne ha ottenuti 32. Degno di nota è il risultato della Grande Convergenza per la Salvezza dell’Angola (CASA-CE) che, nonostante si presentasse alle elezioni per la prima volta, ha ottenuto otto seggi. Il nuovo soggetto politico, nato nel 2012 da una frattura dell’UNITA, è riuscito grazie al carisma del proprio leader, Abel Chivukuvuku, a diventare il terzo partito angolano. Seguono il Partito del Rinnovamento Sociale (PRS) ed il Fronte Nazionale per la Liberazione dell’Angola (FNLA) che hanno ottenuto rispettivamente tre e due seggi.

In particolare, le rivendicazioni dei partiti di minoranza, che a più riprese sono sfociate in manifestazioni e proteste, potrebbero costituire la base per ipotetiche e future ondate di instabilità. Infatti, gli avversari del MPLA hanno ripetutamente imputato all’establishment di potere mancanza di trasparenza, paternalismo, corruzione e nepotismo. L’esito delle elezioni politiche del 2012 è stato un motivo di forti agitazioni di piazza in Angola a causa dei presunti brogli e irregolarità denunciati dall’opposizione. Nonostante il parere positivo circa lo svolgimento delle consultazioni da parte degli osservatori regionali dell’Unione Africana e della Comunità Sudafricana per lo Sviluppo (SADC) ed il respingimento del ricorso presentato dai partiti di minoranza alla Corte Costituzionale, le strade Paese sono state interessate da una lunga serie di manifestazioni a novembre dello scorso anno. Il governo, per prevenire nuove tensioni ed evitare l’aggravarsi della crisi, è stato costretto ad usare la forza e a ricorrere a centinaia di arresti. Sono state oltre 300 le persone arrestate e si sono registrate almeno tre vittime imputabili alle forze di sicurezza, tra cui Manuel Hilberto de Carvalho, leader del gruppo giovanile del CASA-CE. A ciò si aggiungono le sparizioni del 2012 di due attivisti, Antonio Kamulingue e Isaias Kassule. Il governo, a seguito dell’intensificarsi dei disordini, ha aperto un’inchiesta interna ai sevizi di intelligence, terminata con la rimozione del capo del SINSE (Serviço de Inteligência e Segurança de Estado), Sebastiao Martins, e di altri quattro ufficiali.

A prescindere dall’esito delle agitazioni dello scorso anno, appare evidente una graduale erosione del consenso intorno a Dos Santos. Le proteste, se da un lato sono state sedate e non si sono registrate iniziative di rilievo nei mesi successivi, dall’altro hanno evidenziato la propensione dei partiti d’opposizione a fare causa comune contro il governo.

Una crescente parte dell’opinione pubblica, specie in seno alle associazioni giovanili, comincia a dissociarsi dall’operato dell’esecutivo. Le accuse di corruzione, inoltre, contribuiscono a minare la popolarità di Dos Santos. Con l’inserimento di diversi vertici militari nei ruoli chiave dell’amministrazione e delle compagnie statali, Dos Santos è riuscito a mettere al sicuro il proprio potere e a scongiurare il rischio di attività sovversive da parte di fazioni avverse interne al sistema.

Oltre all’imprevedibile sviluppo delle opposizioni interne, un’altra fonte di potenziale instabilità è la questione irrisolta della provincia secessionista di Cabinda. Quest’ultima è una sorta di enclave separata dall’Angola da una striscia di territorio appartenente alla RDC. Già in epoca coloniale lo status di questa entità aveva provocato molte dispute e rivendicazioni di maggiore autonomia dal governo centrale. Cabinda, allora come oggi, costituisce un territorio di importanza strategica per il Paese perché in prossimità della costa viene sfruttato uno dei più grandi giacimenti di petrolio al mondo in cui vi operano alcune delle principali compagnie petrolifere come Eni, Total e Chevron. Si calcola che qui si producano 7-800.000 barili al giorno, la metà dell’intera produzione nazionale di petrolio. La fine della guerra civile in Angola non ha risolto la spinosa questione dell’autonomia di questa provincia e diversi gruppi hanno optato per la continuazione della lotta armata. Alcune fazioni, inoltre, hanno proclamato la Repubblica Indipendente di Cabinda con uffici a Parigi. Nonostante il Fronte per la Liberazione dell’Enclave di Cabinda (FLEC) avesse siglato un accordo di pace con Luanda nel 2006 in cambio del riconoscimento dello status di autonomia, alcune fazioni di questo movimento si sono dissociate e continuano a rivendicare la piena indipendenza dall’Angola. Non sono mancate da allora diverse azioni di guerriglia. Tra le più eclatanti vi è l’imboscata a gennaio del 2010 contro la squadra di calcio togolese che attraversava il territorio di Cabinda scortata dalle truppe angolane. In quell’occasione gli scontri a fuoco provocarono la morte di tre persone e l’attacco fu rivendicato dal gruppo più radicale del FLEC, il FLEC-PM capeggiato da Rodrigues Mingas.

Nonostante gli interrogativi di politica interna, sono forti le ambizioni di Dos Santos di affermare il ruolo militare, diplomatico e economico del suo Paese in Africa e di espandere la propria influenza anche in settori diversi dal petrolio al di fuori dei confini nazionali. L’oro nero fornisce i mezzi e i capitali da investire, ma non basta. Luanda sa che per realizzare importanti programmi infrastrutturali transfrontalieri, in primis oleodotti e ferrovie, dovrà intensificare gli sforzi per garantire la stabilizzazione di lungo periodo in aree particolarmente calde come quella dei Grandi Laghi. A gennaio 2014 Dos Santos ha assunto la presidenza di turno per due anni della Conferenza Internazionale della Regione dei Grandi Laghi (ICGLR), impegnandosi a cooperare con i leader regionali per promuovere pace, stabilità e sviluppo socio-economico.

Diversi sono gli obiettivi della cooperazione economica nella regione dei Grandi Laghi, tra cui anche il potenziamento della dotazione infrastrutturale, in particolare quelle che permetteranno di trasportare le risorse minerarie su larga scala in Africa meridionale e competere con il gigante sudafricano. Anche con lo Zambia sono in corso trattative per intensificare gli scambi commerciali e creare nuove infrastrutture. Già ad aprile del 2012, infatti, Luanda e Lusaka hanno siglato un accordo da 2,5 miliardi di dollari per la costruzione di un oleodotto di 1.400 km per collegare il porto di Lobito con la capitale dello Zambia.

Anche il Golfo di Guinea rientra nelle regioni in cui l’Angola vuole rafforzare la propria presenza. Oltre che per motivi economici legati ad investimenti diretti in alcuni Paesi come Capo Verde, Guinea Bissau e Sao Tome, Luanda vuole assumere il ruolo guida nelle operazioni di controllo dei mari. La regione negli ultimi anni ha visto un aumento preoccupante della pirateria, mettendo seriamente a rischio le rotte commerciali, ivi compresi i traffici petroliferi. A questo scopo l’Angola sta intensificando la cooperazione con la Commissione del Golfo di Guinea (GGC) e con le organizzazioni regionali come la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS) e Centrale (ECCAS), cercando di inserirsi a pieno titolo nelle questioni regionali più rilevanti.

Luanda sembra essere il candidato preferenziale ad assumere la leadership in questa regione, specialmente da quando la Nigeria è alle prese con importanti questioni di sicurezza interna ed è costretta a concentrare l’attenzione sulla minaccia terroristica. Per questo motivo l’Angola ormai da anni sta cercando di aumentare la propria capacità militare, specialmente per quanto riguarda il pattugliamento ed il controllo dei mari. La spesa militare angolana continua a crescere e ha già superato quella del Sudafrica, diventando la più alta nell’Africa sub-sahariana. Dal 2004 ad oggi si è registrato un aumento del 174% e, stando alle acquisizioni di navi e aerei annunciate recentemente, il budget è destinato a toccare nuovi record. Forecast International prevede che questo possa raggiungere anche i 40 miliardi di dollari entro il 2018 dagli attuali 5,7. Negli ultimi anni Luanda ha intensificato le trattative con diversi Paesi esteri per assicurarsi importanti appoggi in termini di assistenza e dotazioni sempre più sofisticate.

Recentemente si è appreso che la Spagna potrebbe vendere all’Angola la portaerei Principe de Asturia e quattro pattugliatori, tutte dismesse dagli arsenali iberici e destinate a potenziare la capacità d’intervento rapido di Luanda al largo delle coste. Anche col Brasile sono stati siglati accordi miliardari per la fornitura di navi e l’assistenza alla Marina Militare. Si tratta di sette pattugliatori classe Macaè, dei quali quattro saranno costruiti in Brasile e tre in Angola con l’aiuto di esperti brasiliani. Naturalmente, un simile piano di procurement necessiterà di un adeguato programma di formazione ed arruolamento di militari. Basti pensare che la sola portaerei spagnola, una volta operativa, richiede per funzionare a pieno regime oltre 800 marinai, mentre il Paese attualmente ne dispone di poco più di mille.

Per quanto riguarda le forze aeree, è da segnalare la conclusione di un accordo con Mosca per un valore di un miliardo di dollari relativo alla fornitura di aerei militari Sukhoi Su-30, elicotteri da trasporto Mi-17, armi leggere e munizioni. Con questo affare l’Angola è diventato il primo acquirente africano delle armi russe.

Come si è visto, Luanda si candida ad assumere un ruolo di crescente rilevanza nello scacchiere africano occidentale e centrale. Da potenza economica di primo piano a livello regionale a interlocutore privilegiato per i partner occidentali in grado di esercitare la propria influenza in molte delle questioni africane in materia di sviluppo e sicurezza.

Molte, però, sono le sfide che Dos Santos dovrà affrontare e non solo in politica estera. Pur se con risultati incoraggianti nell’ultimo decennio, l’economia e le prospettive di crescita restano fortemente ancorate all’andamento del settore petrolifero e alla volatilità delle quotazioni. Resta da verificare la sostenibilità degli investimenti dentro e fuori i confini nazionali se il prezzo del petrolio dovesse rimanere ben al di sotto dei 90 dollari al barile nel medio periodo. Il ridimensionamenti degli introiti produrrebbe avrebbe inevitabilmente effetti negativi sulle potenzialità del Paese di destinare parte della grande liquidità in azioni a sostegno dei partner africani, compromettendo in prospettiva gli sforzi prodigati per consolidare la propria leadership.

Non è da sottovalutare nemmeno la situazione politica e sociale interna al Paese. Come si è visto, il consenso di Dos Santos nel 2012 si è ridotto del 10% rispetto alle ultime elezioni. Le opposizioni, pur non rappresentando un’insidia nell’immediato, hanno dimostrato di saper fare blocco per cavalcare il malcontento di una parte crescente dell’opinione pubblica angolana, sempre più informata e interessata alle modalità con cui vengono distribuite le ricchezze nazionali. La corruzione non mina sola la credibilità del sistema Paese agli occhi degli investitori internazionale, ma rappresenta una sfida per la stessa tenuta del governo nel lungo periodo.