23 GIUGNO 2014
Il contesto post-elettorale indiano e il nuovo Governo Modi
DI Giancarlo Lupi

Il BJP (Bharatya Janata Party – Partito Popolare Indiano), partito della destra induista e nazionalista indiana, guidato da Narendra Modi, ha vinto le elezioni indiane per la Lok Sabha (Camera Bassa o Camera del Popolo), iniziate il 7 aprile e concluse il 12 maggio scorso. Benché la vittoria del BJP fosse stata ampiamente prevista dalle proiezioni elettorali, hanno tuttavia sorpreso le sue proporzioni: aggiudicatosi 283 seggi sui 543, il partito di Modi ha ora la maggioranza assoluta in questo ramo dell’assemblea. L’ampio margine di vantaggio rispetto alle opposizioni risulta ancora più evidente se si considera che, a livello di coalizione, la National Democratic Alliance, di cui il BJP è il partito di punta, ha ottenuto 336 seggi. Tale margine è stato favorito anche dal grande successo riscosso in Stati quali il Bihar, il Maharastra o l’Uttar Pradesh, importanti per il numero di seggi con cui contribuiscono al Lok Sabah (168 complessivamente).

Per la vittoria del BJP si è rivelata di fondamentale importanza la scelta di Modi di incentrare la campagna elettorale sui temi dello sviluppo economico e della lotta alla corruzione, esigenze sentite in modo pressoché trasversale dalla popolazione, che hanno consentito al BJP di raccogliere consensi sia in fasce di elettori tradizionalmente ad esso estranee, come quelle di confessione musulmana, sia tra gruppi finanziari e industriali del Paese, i quali, possedendo la maggior parte dei mezzi d’informazione, hanno agevolato la campagna elettorale del BJP. In questo contesto, il voto a Modi è stato un plauso alla politica economica messa in atto dal neo Premier durante la sua esperienza di governatore del Gujarat, Stato della federazione che, negli ultimi anni, ha conosciuto un tasso di crescita del reddito di circa il 10%, rispetto ad un dato nazionale del 5%.

L’esito elettorale permette, inoltre, di rilevare due fenomeni politici. Innanzi tutto, la sconfitta subita dal Partito del Congresso, la più rovinosa della sua storia. La dirigenza del parti-to si attendeva un ragguardevole ridimensionamento del proprio gruppo parlamentare, tuttavia il risultato è stato di gran lunga peggiore delle previsioni. Il partito dei Gandhi, infatti, ha ottenuto solo 44 seggi (59 a livello di alleanza), rispetto ai 206 della precedente legislatura.

Il partito dei Gandhi ha pagato il logorio di due mandati consecutivi, caratterizzati da scandali di corruzione, da una forte decelerazione del tasso di crescita economica e dall’inanità politica di Raoul Gandhi, candidato principe del partito ma dimostratosi inadeguato per consolidare un ampio fronte di sostegno.

Il pessimo risultato elettorale potrebbe spingere il Partito del Congresso a cercare una nuova formula per recuperare la fiducia dei propri elettori e ad affrancarsi definitivamente dalla dinastia Nehru – Gandhi. Tuttavia, almeno per il momento, la mancanza di una figura carismatica in grado di trainare il partito fuori dal pantano potrebbe spingere gli organi dirigenti a nominare come nuovo segretario Priyanka Gandhi, sorella di Raoul, mantenendo così la tradizionale “linea dinastica”. Un’opportunità per il Partito del Congresso di risollevare le proprie sorti potrebbe derivare dalla capacità di interagire in modo costruttivo con il nuovo governo per agevolare l’implementazione di quelle riforme, soprattutto economiche, di cui il Paese ha bisogno. Il Partito del Congresso, infatti, dispone ancora di una posizione maggioritaria nella Camera Alta del Parlamento indiano (Rajya Sabha), che condivide con la Lok Sabah il potere legislativo. Composta da 240 membri eletti indirettamente ogni sei anni, 68 di essi appartengono attualmente al Congresso (e solo 46 al BJP). Inoltre, l’ascendente politico di cui dispone in quanto partito leader di alcuni Stati delle federazione indiana (tra cui poteri legislativi su determinate materie, poteri cooperativi con la Federazione in ambito fiscale e nella gestione della politica estera) permettono al Partito del Congresso di apparire come una reale “minoranza di blocco” del potere federale, in grado di interloquire sulla formazione e sull’implementazione dell’agenda del Governo.

Il secondo, importante, fenomeno politico è stato il ridimensionamento dei partiti regionali e, in genere, dei partiti “terzi” rispetto al BJP e al Congresso. Si tratta di un fenomeno in controtendenza rispetto al trend degli ultimi 25 anni, che aveva visto i partiti regionali crescere nel numero e nell’influenza politica. Due fatti, in particolare, esemplificano questa in-versione di rotta. Il primo è stato la sostanziale sparizione del BSP (Bahujan Sama Party), un tempo potente forza locale, che ha fatto le spese della massiccia affermazione (71 seggi su 80) del BJP nell’Uttar Pradesh. Il secondo è stato il forte indebolimento delle sinistre, in una fase storica in cui le particolari contingenze socio-economiche di decrescita economica e di aumento delle disuguaglianze, avrebbe potuto accrescerne i consensi.  Solo un paio di forze politiche hanno resistito alla “carica” di Modi: l’ADMK (Anna Dravisa Munnetra Kazhagam) nello stato del Tamil Nadu (37 seggi) e il TMC (Trinamool Congress), del Bengala occidentale (34 seggi). Il Partito AAP (Aam Aadmi Party), cosiddetto “Partito dell’uomo qualunque”, costituitosi in un tempo breve agitando la questione morale, ha avuto un debutto amaro: ha ottenuto solo 4 seggi, tutti nel Punjab ed è andato male a Nuova Delhi.

Dopo circa vent’anni, dunque, il governo indiano sarà connotato dalla presenza di un partito predominate. Con i numeri ottenuti, infatti, il BJP potrà governare alla Camera Bassa anche in modo autonomo, senza necessariamente ricorrere a compromessi di coalizione che potrebbero alterarne l’agenda. Tuttavia, la complessità del sistema politico indiano e l’importanza che sia la Camera Alta sia i diversi Stati federati ricoprono nel processo di governance potrebbero portare il Governo Modi a cercare di allargare le proprie alleanze al di là del perimetro della National Democratic Alliance, o accettare l’appoggio esterno di partiti ad essa estranei, per agevolare l’implementazione del proprio programma.

La vera sfida per il nuovo governo, dunque, sarà quella di poter mantener fede alle promesse elettorali, in primis rimettere in moto l’economia nazionale. Gli obiettivi annunciati sono il potenziamento della competitività del Paese e la modernizzazione delle sue infrastrutture, vera vulnerabilità dell’economia indiana. Potrebbero derivarne, dunque, cospicui investimenti nei trasporti, nelle telecomunicazioni e soprattutto nell’energia. Un’importante passo avanti potrebbe riscontrarsi nello sviluppo nucleare, data l’importanza che tale voce sembra ricoprire per il nuovo Primo Ministro (tanto da trattenere per sé la delega all’energia atomica).