04 APRILE 2014
Le prospettive politiche interne indiane alla vigilia delle elezioni
DI Giancarlo Lupi

Il prossimo 7 aprile circa 815 milioni di cittadini indiani saranno chiamati alle urne per rinnovare i 543 seggi della Camera Bassa (Lok Sabha). Si tratta della sedicesima tornata parlamentare dall’indipendenza del Paese nel 1947. Data la complessa suddivisione amministrativa del territorio (l’India è una Repubblica parlamentare federale, formata da 29 Stati e 7 Territori) e le conseguenti necessità legate al mantenimento dell’ordine pubblico in tutto il Paese, le votazioni si svolgeranno in nove fasi e avranno termine solo il prossimo 12 maggio.

Alla vigilia dell’appuntamento elettorale, l’India sembra avviarsi ad un prossimo avvicendamento governativo. Infatti, il Partito del Congresso (Indian National Congress – INC), l’attuale forza di maggioranza e partito leader della coalizione l’Alleanza Progressista Unita (United Progressive Alliance – UPA), strettamente connesso alle vicende della famiglia di Gandhi non sembrerebbe avere i numeri necessari per essere confermato alla guida del Paese, per la terza volta consecutiva. Le recenti elezioni per il rinnovo delle assemblee legislative provinciali, tenutesi, nel 2013, in sei Stati dell’Unione (Tripura, Meghalaya, Nagaland, Karnataka, Chhattisgarh, Dehli, Madhya Pradesh, Rajasthan e Mizoram) hanno testimoniato un netto calo di consensi nei confronti dell’INC.

Diverse sono i fattori di criticità che pesano sulle sorti del Partito del Congresso: il logorio provocato da due mandati consecutivi senza grandi successi politici, lo scarso dinamismo dimostrato nell’azione di Governo, il rallentamento della crescita, la percezione di una diffusa corruzione all’interno della classe dirigente e l’incapacità, da parte di quest’ultima, di tradurre l’impetuoso sviluppo economico in benessere diffuso ad ampie fasce della popolazione. Inoltre, l’INC si trova a scontare la debolezza politica della leadership di Rahul Gandhi, nipote di Indira e figlio di Ravij e Sonia Gandhi, ma privo del loro carisma e del loro spessore politico. Rahul appare politicamente inadatto ad ambire alla guida del Paese. La campagna elettorale da lui condotta due anni fa nel popoloso Stato dell’Uttar Pradesh, infatti, si concluse con esiti disastrosi: il Partito del Congresso ottenne solo 28 dei 403 seggi dell’assemblea legislativa di quello Stato.

Il passaggio di consegne che sembrerebbe profilarsi con le prossime elezioni potrebbe riportare alla guida del Paese il Partito Popolare Indiano (Bharatiya Janata Party – BJP), punta di diamante dell’Alleanza Democratica Nazionale (National Democratic Alliance -NDA), il cui ultimo mandato risale al quinquennio 1998-2004. Con un programma che combina liberalismo economico e conservatorismo religioso induista, il BJP si trova, tuttavia, a dover affrontare una serie di difficoltà, anche interne alla stessa coalizione, legate alla contestata figura del suo leader, Narendra Modi. Scelto come candidato Primo Ministro lo scorso settembre, Modi è un personaggio controverso all’interno del panorama politico nazionale. Da un lato, infatti, egli può vantare ottimi risultati nell’amministrazione del Gujarat, lo Stato occidentale di cui è Governatore, che ha conosciuto sotto la sua guida un ragguardevole sviluppo economico, al punto da rappresentare l’8% del PIL nazionale e a contribuire per circa il 17% alla produzione industriale indiana. Ciononostante, il suo conservatorismo religioso e la sua vicinanza ai movimenti induisti radicali, sono guardati con preoccupazione dai partiti laici all’interno della NDA. Inoltre, è tuttora incerto il ruolo che Modi avrebbe avuto durante i pogrom anti-islamici del 2002, durante le quali persero la vita circa 790 musulmani e 254 Indù.

L’ambiguo silenzio assunto in quell’occasione da Modi potrebbe ora ridimensionare il sostegno della comunità musulmana alla coalizione NDA. Questo non è un aspetto secondario per gli equilibri elettorali e le prospettive politiche future della NDA, visto che, con i suoi 180 milioni di persone, la popolazione rappresenta circa l’11% dei voti. Sebbene il BJP trovi un importante sostegno all’interno della comunità d’affari e tra i movimenti sociali induisti, nonché goda di un’ampia copertura mediatica, la sua pronosticata vittoria potrebbe tuttavia non essere così scontata. Infatti, sul BJP pesa l’atteggiamento oltranzista mostrato negli ultimi anni nei confronti dell’INC. In molti casi, il partito di Modi si è opposto a quelle riforme liberiste, che oggi costituiscono la spina dorsale del proprio programma elettorale, semplicemente per ostacolare il partito di governo. Questa opposizione prolungata ha impedito che il Paese implementasse le misure necessarie a snellire l’apparato burocratico e rendere più trasparente, dinamico e libero il sistema economico. In base a queste con-siderazioni, appare verosimile che il BJP, pur vincendo le elezioni, difficilmente potrebbe raggiungere la maggioranza assoluta dei voti. Quindi, il partito induista si troverebbe, a quel punto, a dover cercare l’alleanza di altri attori per poter formare il nuovo governo.

La progressiva disaffezione nei confronti della classe dirigente e l’importanza che tematiche come la lotta alla corruzione e la sperequazione sociale hanno assunto nella campagna elettorale sembrano confermare il ruolo che i partiti minori si troveranno ad avere nel garantire la stabilità del futuro esecutivo. Importanti conseguenze sull’esito elettorale, per esempio, potrebbero essere determinate dalla progressiva crescita del Partito dell’Uomo Comune (Aam Aadmi Party -AAP), forza politica di recente formazione, guidata da Arvind Kejriwal, e consacrata lo scorso novembre dal successo delle elezioni per l’Assemblea Legislativa di Delhi.

Inoltre, l’equilibrio post-elettorale non potrà prescindere dal consenso dei partiti regionali che raccolgono le istanze della popolazione delle aree rurali e delle minoranze etniche e religiose. Si tratta di forze politiche espressione di singoli Stati, di piccoli gruppi di essi (è il caso, ad esempio, dello Shiv sena, presente solo nel Maharashtra, dell’Akali dal, presente solo nel Panjab, del Telugu desam party, dell’Andhra Pradesh e di molti altri ancora) o di organizzazioni castali che, da puri e semplici movimenti poco istituzionalizzati sono diventati, in alcuni casi, veri e propri partiti regionali. E’ il caso, per esempio, del Samajwadi party dell’Uttar Pradesh, la cui struttura portante è formata dagli “yadav”, una grande casta di piccoli e piccolissimi proprietari terrieri; o del Bahujan samaj party, sempre dell’Uttar Pradesh, espressione della casta degli “intoccabili”.

Negli ultimi venticinque anni, dunque, sia l’INC che il BJP hanno dovuto allearsi con partiti regionali non solo per vincere le elezioni ma soprattutto per garantire la stabilità del proprio mandato sia a livello federale che a livello locale. Ciò ha fatto crescere il peso e l’influenza politica dei partiti regionali ben al di là della loro contingente consistenza numerica. La loro indispensabilità per costituire governi di coalizione ha conferito ad essi la capacità di tutelare con più forza gli interessi locali nei confronti del governo centrale.

In questo contesto, tra i leader politici il cui consenso potrebbe essere fondamentale per la formazione del nuovo assetto istituzionale sembrerebbero essere Akhilesh Yadav, Jayalalithaa Jayaram e Nitish Kumar. Il primo è Capo del Governo dell’Uttar Pradesh, lo Stato da cui proviene la maggior parte dei membri della Camera Alta e leader del Samajwadi Party, il partito social democratico consacrato come terza forza politica della Camera Bassa dalle elezioni del 2009. Jayaram è la Governatrice dello Stato del Tamil Nadu e leader del partito All India Anna Dravidian Progress Federation (All India Anna Dravida Munnetra Kazhagam -AIADMK), promotore di un programma di riforme dell’educazione e del welfare in favore delle ceti più poveri. Infine, Nitish Kumar, è membro del Janata Party, la quinta forza politica dell’attuale Camera Bassa.

Il progressivo consolidamento dei partiti regionali e la dialettica tra essi e le formazioni politiche di respiro nazionale, dunque, sembrano essere due fattori determinanti per garantire l’effettiva governabilità del Paese nel contesto post-elettorale. Oltre alle dinamiche politiche regionali, una delle maggiori variabili per il futuro assetto indiano è costituita dal peso elettorale, e dunque politico, dei partiti minori. Infatti, se questi riuscissero ad ottenere un consenso rilevante, accrescerebbero il proprio potere all’interno delle ipotetiche coalizioni di governo, influenzandone le linee politiche e programmatiche. In un momento di particolare delicatezza per il Paese, in cui l’insoddisfazione per il rallentamento della crescita economica si inserisce in un contesto di diffuso malcontento sociale, il bilanciamento della coalizione di governo potrebbe rivelarsi fondamentale per la stabilità interna, soprattutto in previsione di un possibile avvicendamento alla guida del Paese.

Il ruolo dei partiti minori risulterebbe ancor più determinante nel caso in cui a vincere fosse un partito nazionalista come il BJP. Infatti, rispetto alla politica moderata dell’INC il conservatorismo religioso induista del BJP potrebbe determinare un irrigidimento delle posizioni di Nuova Delhi nei confronti delle minoranze etniche e confessionali, con forti ripercussioni sui rapporti tra le diverse comunità e un inevitabile inasprimento delle tensioni interne. Dunque, il peso dei partiti minori diventerebbe fondamentale per frenare eventuali derive radicali. Naturalmente, molto dipenderà da quanto il BJP sarà disposto a rinunciare a livello ideologico-programmatico in nome della governabilità.

Inoltre, sembra doveroso sottolineare come un’eventuale vittoria del BJP potrebbe avere importanti conseguenze anche per il nostro Paese. Il tanto declamato patriottismo di Modi, aspetto cardine della sua campagna elettorale, potrebbe comportare un irrigidimento dell’atteggiamento dell’India nella delicata gestione del processo ai due fucilieri di Marina italiani, dossier che, attualmente, è stato utilizzato dal BJP come tema per delegittimare ed attaccare il governo dell’INC, trasformando un problema di politica estera in un pretestuoso argomento di campagna elettorale.