26 MARZO 2014
Le implicazioni interne della possibile ricandidatura di Jonathan alla presidenza della Nigeria
DI Sophia Ricci

In un Paese dall’equilibrio precario come la Nigeria, la volontà dell’attuale Presidente Goodluck Jonathan di ricandidarsi alle elezioni del 2015 ha esacerbato conflitti endemici che trovano radici sia nel tessuto sociale sia nella struttura governativa. Tale esternazione ha avuto la conseguenza di spaccare il partito di maggioranza, il PDP (People’s Democratic Party), non totalmente propenso ad appoggiare le velleità del suo leader.

Proteste popolari si erano già palesate nel 2010 con la prima elezione di Jonathan, seguita al decesso di Umaru Yar’adua, in quanto non era stata rispettata la consuetudine nazionale che prevedeva l’alternanza alla presidenza di una personalità musulmana e di una cristiana. Questo meccanismo aveva reso possibile la rappresentanza degli interessi di tutti i governatorati, sia quelli settentrionali a prevalenza musulmana, che quelli meridionali a prevalenza cristiana e ricchi di risorse naturali.

L’acredine politica così creatasi ha portato alla formazione sia di nuove correnti interne al PDP sia alla nascita, nel febbraio 2013, di una nuova forza di opposizione: l’APC (All Progressives Congress). Questa è una coalizione formata dall’unione di quattro partiti: Action Congress of Nigeria, Congress for Progressive Change, All Nigeria People’s Party e All Progressives Grand Alliance.

La prossima campagna elettorale, dunque, sarà verosimilmente caratterizzata dal confronto tra i sostenitori di Jonathan e del suo sistema di potere ed i suoi oppositori, concentrati nell’APC e nella corrente “dissidente” del PDP. Lo scontro tra questi due gruppi interesserà la società, la politica e le Forze Armate nigeriane in maniera trasversale, in quanto, negli ultimi anni, nel Paese si è affermata una nuova tendenza alla polarizzazione che non rispecchia totalmente i tradizionali canoni di divisione etnico-religiosa. Infatti, fino al 1999 la Nigeria si fondava sulla contrapposizione molto netta e a tutti i livelli tra etnie di religione musulmana del nord (Hausa-Fulani), controllori dell’apparato militare, e le etnie cristiano-animiste del sud (Yoruba, Igbo), la cui egemonia è maggiore nell’apparato burocratico ed economico. Al contrario, negli ultimi anni si è affermato un nuovo trend di contrapposizione verticale tra due gruppi: da una parte le alte gerarchie militari e politiche federali, dall’altra i governatori locali e i quadri intermedi decisi a scalare posizioni nell’apparato di governo.

Anche se il PDP continua ad avere i favori del pronostico in vista delle elezioni presidenziali del PDP, l’APC potrebbe affermarsi come prima e concreta minaccia al suo pluriennale dominio della scena politica. Infatti, sin dal 1999, quando la Nigeria ha iniziato la transizione alla democrazia dopo decenni di dittatura militare, il PDP ha costantemente vinto le consultazioni elettorali, esprimendo un suo uomo come Presidente del Paese. In questo senso, dunque, il principio di alternanza tra un musulmano Hausa-Fulani e un cristiano Yoruba era innanzitutto una prassi interna al partito prima di diventare una consuetudine politica nazionale. Le fratture interne al PDP e l’emergere dell’APC potrebbero cambiare il tradizionale corso degli eventi nigeriano, introducendo nuove variabili. La forza dell’APC è intuibile dal numero delle influenti personalità che ne hanno sostenuto l’ascesa, quali l’ex Generale ed ex Capo si Stato Muhammud Buhari, l’ex vice Presidente Atiku Abubakar e il governatore dello stato di River, nonché presidente del Nigeria Governor’s Forum (organo che riunisce i governatori di tutti gli Stati federali), Rotimi Amaechi. Tuttavia. La fedeltà dei governatori è tradizionalmente labile ed esposta a continui e repentini cambi di orientamento. Questo continuo trasformismo è dovuto alle costanti trattative tra governo centrale e governatorati regionali riguardo la divisione delle quote di potere e delle prerogative amministrative ed esecutive. In un contesto come quello nigeriano, caratterizzato da forte personalismo ed autoreferenzialità della classe dirigente, l’appoggio dei governatori locali al governo centrale dipende da quanto quest’ultimo sia disposto a tutelare gli interessi dei primi. L’oscillazione del sostegno politico alle autorità centrali è stato testimoniato evidentemente dal comportamento dei governatori degli Stati di Adamawa, Kano, Kwara e Sokoto che, inizialmente, avevano fortemente criticato il PDP per passare all’APC, salvo poi tornare sui propri passi e giurare fedeltà al Presidente Jonathan. Le ragioni di questo voltafaccia potrebbero essere imputabili a due ragioni: la promessa di Abuja di maggiori sovvenzioni per lo sviluppo economico e la minaccia di azioni giuridiche contro i governatori. Infatti, gli Stati in questione sono tra i più poveri del Paese e necessitano di un costante flusso di denaro da parte delle istituzioni centrali per far operare uffici, Forze di sicurezza e programmi sociali. Tale denaro è, inoltre un veicolo di arricchimento dei governatori, visto l’alto tasso di corruzione e di pratiche predatorie da parte dell’establishment. La tattica del “bastone e della carota” di Abuja è completata dall’uso arbitrario della magistratura, dei servizi segreti e dell’Esercito. Infatti, qualora i governatori mostrino eccessivi segnali di insubordinazione, il potere centrale potrebbe incriminarli di corruzione, appropriazione indebita di ricchezze pubbliche e, nel peggiore dei casi, collaborazionismo con i movimenti jihadisti di Boko Haram ed Ansaru.

Consapevole della difficoltà della battaglia sulla rielezione, il Presidente Jonathan si è profuso un profondo sforzo politico per costruire una base di consenso, sia all’interno del PDP sia tra i vertici militari ed i governatorati, che gli permetta di realizzare il proprio obbiettivo. L’edificazione di questa rinnovata struttura di sostegno si basa sostanzialmente sulla concessione di ruoli prestigiosi e di privilegi a influenti e fedeli personalità del panorama nazionale e sulla conseguente destituzione degli avversari. A testimonianza di questa strategia ci sono i recenti avvicendamenti ai vertici finanziari, militari e politici del Paese. Infatti, dallo scorso gennaio, il Presidente ha costretto alle dimissioni il Direttore della Banca Nazionale, Sanusi Lamido Sanusi, il capo di Gabinetto Mike Oghiadomhe, tutti e 4 i Capi di Stato Maggiore delle Forze Armate, compreso quello della Difesa, l’ammiraglio Ola Ibrahim, e ben 12 ministri. Tuttavia, una simile azione, che ha già suscitato vive proteste negli ambienti politici e militari islamici Hausa-Fulani più oltranzisti, potrebbe ulteriormente radicalizzare e polarizzare il confronto tra le diverse comunità etnico-religiose del Paese, la cui convivenza e i cui rapporti sono già messi a dura prova dalle attività terroristiche da parte dei gruppi di ispirazione qaedista Boko Haram e Ansaru.

In particolare, i due gruppi jihadisti, all’indomani del consolidamento delle voci su una possibile ricandidatura di Jonathan, hanno intensificato gli attacchi contro le comunità cristiane e le Forze di polizia nel nord del Paese (Stati di Borno, Yobe, Adamawa), nonostante fosse in vigore lo stato d’emergenza e sul territorio fosse presente un imponente contingente militare nazionale. Basti pensare che, negli ultimi tre mesi, la setta salafita ha effettuato oltre 40 attacchi ed ucciso circa 200 persone. Il picco di violenza registrato da inizio anno potrebbe confermare uno dei più drammatici sospetti che caratterizza la complessa e variegata dell’insorgenza jihadista in Nigeria, ossia la connessione tra le cellule periferiche di Boko Haram, quelle meno ideologizzate e più simili a bande criminali e milizie paramilitari, e alcuni governatori musulmani del nord. Infatti, ancora oggi non è stato pienamente chiarito il rapporto tra questi ultimi e le formazioni jihadiste locali. Esiste la possibilità che alcuni potenti governatori o altre eminenze grigie della politica nigeriana utilizzino Boko Haram per destabilizzare il governo centrale. Tra di essi potrebbe esserci l’ex governatore del Borno, Ali Modu Sheriff, noto avversario di Jonathan, addirittura accusato di essere uno dei principali finanziatori del gruppo.

In base alle considerazioni fatte sin ora, appare evidente quanto possa influire sulla stabilità interna della Nigeria l’avventata decisione del Presidente Jonathan. La spaccatura che la sola ipotesi di rielezione ha creato negli equilibri politici nazionali potrebbe essere ulteriormente acuita da eventuali azioni di forza da parte del Presidente, quali una radicalizzazione nell’uso unilaterale della magistratura, delle Forze Armate e nell’abuso dello strumento del decreto.

Inoltre, l’eventuale riconferma alla guida dello Stato di una personalità cristiana e Yoruba potrebbe inasprire le posizioni degli ambienti musulmani più estremisti e meno disposti a negoziare un nuovo equilibrio nazionale. Appare lecito immaginare, dunque, un ulteriore aumento delle attività bokoharamiste, sia quelle “manovrate” dai governatori, sia quelle genuinamente organizzate dalla leadership della setta che vedono in un prolungamento della presidenza cristiana uno dei rischi maggiori al proprio jihad.