11 FEBBRAIO 2014
La Turchia e la geopolitica delle risorse idriche
DI Ilaria Biancacci

La Turchia è un Paese relativamente ricco in termini di risorse idriche e Mustafa Kemal Atatürk fu il primo a capire l’importanza dell’acqua e il ruolo decisivo che avrebbe guadagnato Anakara, all’interno dello scacchiere geopolitico mediorientale, se avesse saputo utilizzarla nel modo giusto. Il “Padre di tutti i Turchi” voleva sfruttare le risorse idriche generate dai numerosi fiumi e laghi al fine di poter disporre di un grande quantitativo di energia elettrica necessario all’accrescimento e allo sviluppo della neonata Repubblica. Bisognerà aspettare gli anni Sessanta e l’arrivo di Süleyman Demirel per vedere definiti concretamente gli obiettivi e le fasi di realizzazione del Guneydogu Anadolu Projesi (Progetto per lo sviluppo del Sud-Est anatolico, GAP). Fin dai primi anni, il GAP ha rappresentato una sfida per il governo turco sia dal punto di vista della politica interna, in quanto l’area interessata è in gran parte abitata dai curdi, sia dal punto di vista delle relazioni internazionali, perché il bacino lungo il quale si svilupperà questo progetto è quello del Tigri e dell’Eufrate, primaria fonte di acqua non soltanto per il Sud-Est della Turchia, ma anche per Siria e Iraq, i quali dipendono totalmente dalle scelte politiche e strategiche di Ankara che sfrutta la posizione favorevole a monte dei fiumi.

Il GAP consiste nella realizzazione di 22 grandi dighe e 19 centrali idroelettriche lungo il bacino del Tigri-Eufrate, per un costo totale di 32 miliardi di dollari, allo scopo di sviluppare il sistema d’irrigazione delle terre coltivabili, incentivare la crescita del settore delle piccole e medie imprese per una generale rivalutazione dell’Anatolia Sud Orientale e una maggiore integrazione di questa zona nel tessuto socio-economico del Paese. Il progetto, una volta completato, interesserà una superficie totale di circa 75 mila chilometri quadrati, che corrispondono al 10% della superficie totale della Turchia, e i nove distretti amministrativi di Adıyaman, Diyarbakır, Gaziantep, Mardin, Siirt, Batman, Kilis, Şırnak e Şanlıurfa.

La Turchia ha subito negli ultimi 30 anni una notevole crescita sociale ed economica sostenuta dal processo di crescente industrializzazione. Un processo veloce che ha causato l’aumento degli standard di vita e di conseguenza l’incremento della richiesta di energia elettrica. Ecco quindi che il GAP, con i suoi 7500 MW di potenza generata dalle centrali e una produzione di oltre 27 miliardi di kWh, si pone come la giusta soluzione per la riduzione del deficit energetico. Come sottolinea Oner Cetin, ricercatore e professore associato presso il Dipartimento per l’irrigazione della facoltà di Agraria della Dicle University di Diyarbakır, gli obiettivi del GAP sono legati principalmente alla volontà dello Stato di ridurre le differenze socio-economiche interne al Paese, ristabilendo gli equilibri tra il nord industrializzato e il sud povero e dipendente dall’allevamento. Grazie alla realizzazione di questo progetto verranno costruite e sviluppate nuove industrie agro-alimentari per sostenere la crescita demografica ed economica della Turchia e aumenteranno le terre coltivabili (i progetti sui due fiumi faciliteranno l’irrigazione di 1,7 milioni di ettari di superficie). L’energia elettrica, prodotta a basso costo e in quantità maggiori, non verrà utilizzata soltanto per il consumo domestico e il rifornimento delle aree rurali, ma potrà essere indirizzata per incentivare lo sviluppo industriale. Nasceranno nuovi progetti per il welfare, come il piano Çatom, avviato e finanziato dal governo e realizzato da diverse municipalità e ONG locali, che vuole promuovere l’istruzione, la creazione di nuovi posti di lavoro, l’integrazione delle fasce sociali più svantaggiate, l’imprenditorialità giovanile e femminile.

Una delle costruzioni più imponenti di tutto il progetto GAP è la grande diga di Karababa, ribattezzata poi con il nome del fondatore della Repubblica, Atatürk. I lavori di costruzione della sesta diga più grande al mondo (ha una capacità di 48,7 miliardi di metri cubi ed è alta 169 metri) terminarono nell’agosto del 1990, sotto la presidenza di Turgut Özal, e portarono all’inasprimento dei rapporti tra il governo turco e la minoranza curda. La realizzazione di questa diga ha causato lo sfollamento di migliaia di persone, costrette ad abbandonare le loro case e i loro terreni che il DSI (Devlet Su Işleri, Dipartimento di Stato per i lavori idrici) ha comprato a bassissimo costo, espropriando più di 43 mila ettari e spostando interi nuclei familiari in altre città, spesso molto lontane dalle terre di origine. Come nel caso di Samsat, piccola città della provincia di Adıyaman, roccaforte bizantina, sparita insieme ad altri villaggi nel 1988. Ma il caso del villaggio di Hasankeyf forse è il più emblematico di tutti. La parte finale del progetto GAP prevede la realizzazione della diga di Ilisu, lungo il bacino del fiume Tigri. Il riempimento della riserva d’acqua provocherà l’inondazione di Hasankeyf, simbolo della cultura curda e sito archeologico di inestimabile valore risalente a più di 10mila anni fa, e il ri-dislocamento dell’intero villaggio.

“La questione curda” è legata ai lavori di costruzione del GAP fin dal colpo di Stato dell’Esercito del settembre 1980, che portò ad un inasprimento delle misure di repressione dell’identità curda e aprì la fase più cruenta dello scontro tra le Forze Armate turche i guerriglieri del PKK. Negli stessi anni, però, il governo dei generali decise di assumere un nuovo tipo di approccio, incentrato sullo sviluppo sostenibile, nel quale gli aspetti umani e sociali dovevano avere un posto di rilievo e il governo poteva investire sull’occupazione della popolazione del Sud. Vennero creati nuovi distretti industriali (con conseguente aumento dei posti di lavoro), nacque una Free Zone a Mardin, una zona franca per gli investimenti destinati al vicino mercato arabo, e vennero istituiti centri per le donne e le famiglie. Un approccio ambizioso ed interessante se messo in relazione con l’area in questione; negli anni più critici del conflitto con il PKK si cercava di conquistare la popolazione attraverso progetti innovativi e interessanti che dovevano aiutare a ridurre le ostilità e aumentare la credibilità dello Stato. I curdi, invece, hanno sempre considerato il GAP come uno strumento di controllo del Kurdistan settentrionale e delle risorse naturali di cui è estremamente ricco. Secondo quanto afferma Izzetin Altun, presidente del BDP (Partito Democratico della Pace) di Eskişehir, il GAP è sempre stato uno strumento elettorale nelle mani del governo, in particolare per Erdoğan e l’AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), che hanno avuto nella risoluzione della cosiddetta “questione curda” uno dei principali programmi politici.

Il conflitto tra necessità di sfruttamento delle risorse idriche e promozione e tutela degli interessi curdi s’inserisce anche all’interno delle relazioni tra la Turchia, Paese sorgivo, e Siria e Iraq, Paesi rivieraschi del Tigri e dell’Eufrate. La Turchia pur impegnandosi ad assicurare agli altri Stati il rifornimento delle quantità minime d’acqua, secondo l’accordo tripartito sull’Eufrate firmato nel 1987 nel quale si legge che Ankara deve garantire un afflusso medio di 500 metri cubi al giorno alla Siria, che a sua volta ne trasferisce il 58% all’Iraq, non ha mai riconosciuto lo status giuridico di corso d’acqua internazionale al bacino del Tigri-Eufrate. Siria e Iraq, di conseguenza, hanno cercato di limitare la preminenza della posizione turca e le sue conseguenti velleità egemoniche regionali utilizzando l’irredentismo curdo come arma politica. La Siria ha foraggiato e offerto protezione agli attivisti curdi, dal 1980 ha ospitato nella valle della Beqa le basi del PKK e ha offerto asilo al leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, Abdullah Öcalan, salvo poi consegnarlo ad Ankara alla fine degli anni Novanta, in cambio di un approvvigionamento maggiore di acqua sancito dall’accordo di Adana del 1998. L’Iraq, invece, ha giocato la carta dei curdi da un punto di vista economico, puntando tutto sul petrolio e il rifornimento energetico e instaurando rapporti economici tra il KRG (Governo Autonomo del Kurdistan nel Nord dell’Iraq) e Ankara.

L’acqua è il perno attorno al quale girano tutte le politiche energetiche e di approvvigionamento dei Paesi della regione mediorientale, e la Turchia cerca di consolidare il suo ruolo da protagonista, con non poche difficoltà, visto le numerose sfide che il governo di Erdoğan si trova a dover affrontare. Innanzitutto, la tenuta del processo di pace attualmente in corso tra il PKK e il Primo Ministro, avviato all’inizio del 2013, che rischia di essere compromessa a causa della unilateralità della politica di Erdoğan e del frazionismo della leadership del movimento insurrezionale curdo. La nascita di enclave autonome curde lungo i confini turchi con Iraq e Siria è motivo di ansia per il governo di Ankara, il quale rischia di vedere crescere un fronte curdo trans-nazionale in grado di far risorgere con più forza sentimenti separatisti che potrebbero minare l’equilibrio del Paese. In questo contesto, Siria e Iraq potrebbero essere due interlocutori con cui poter creare delle partnership importanti, sia dal punto di vista energetico che dal punto di vista politico per disinnescare la questione curda. Per quanto riguarda il primo aspetto, l’Iraq può negoziare con la Turchia maggiori concessioni idriche in cambio di petrolio e gas. Per quanto riguarda il capitale politico a disposizione di Damasco e Baghdad, entrambi i governi potrebbero accettare di sottoporre le minoranze curde e le loro organizzazioni ad un controllo più serrato in cambio di garanzie sul rifornimento idrico. In particolare, la Siria potrebbe giocare la carta di Rojava, la nascente regione autonoma del Kurdistan occidentale, come ago della bilancia dei rapporti con la Turchia. Appare evidente, dunque, come la questione idrica, al pari di altri dossier energetici come quello petrolifero e gasifero, rappresenti una problematica in grado di influenzare notevolmente gli equilibri ed i destini politici dei Paesi della regione.