28 OTTOBRE 2013
Datagate: lo spionaggio per il quale indignarsi è quello industriale
DI Gianluigi Magri, già Sottosegretario di Stato alla Difesa del Governo Monti

“Inaccettabile” è la parola d’ordine dei governi europei di fronte allo scandalo datagate. Ma quanto è reale la sorpresa dei leader europei di fronte alle rivelazioni di questi giorni? All’indomani della conferenza di Parigi, nel 1947, fu chiaro ai Paesi occidentali che gli Stati Uniti avrebbero avuto un ruolo fondamentale anche nella sicurezza interna e, non a caso, la ricostruzione dei servizi segreti italiani avvenne con il tutoraggio di Stati Uniti e Gran Bretagna. È facile intuire l’esistenza di protocolli riservati all’interno dei trattati di alleanza e del resto, storicamente, sono numerose le situazioni di collaborazione e scambi di informazioni tra servizi. L’Italia non ha sempre mostrato la dovuta attenzione a questi aspetti. Basti citare, a titolo di esempio, il rapporto Impedian (Mitrokhin), che all’estero ha provocato inchieste e interventi governativi, mentre in Italia personaggi chiaramente identificati non sono stati nemmeno ascoltati. Oppure si ricordi della genesi italiana dello scandalo Nigergate. Il monitoraggio delle comunicazioni avviene a diversi livelli e i governi non solo vi collaborano, ma lo attuano anche grazie a rapporti riservati con grandi operatori delle telecomunicazioni o con grandi network fornitori di servizi.

I sistemi di ascolto non mirato servono principalmente per la sicurezza, mentre appare relativamente difficile pensare a possibili riflessi dell’intercettazione di leader politici sui rapporti internazionali, per lo meno sul lungo periodo. Gli Stati Uniti sono infatti legati all’Europa da rapporti solidissimi e di lungo corso. Il datagate, in questo senso, è un esempio paradigmatico di disinformazione. Edward Snowden è stato arruolato e utilizzato per dare un colpo alle relazioni occidentali giocando su una vecchia abitudine della diplomazia americana, che più che amici cerca soggetti comprabili o controllabili.

Ma occorre soprattutto riflettere sul fatto che le conseguenze più pesanti del monitoraggio delle comunicazioni provengono piuttosto dallo spionaggio industriale e dalla capacità di influenzare settori strategici. Che cosa succede se servizi stranieri forniscono informazioni su mirate ipotesi di reato a organi di stampa? E se queste giungono alla magistratura? Di là dalla veridicità o meno di eventuali accuse, il problema sta nella possibilità di indebolire posizioni nazionali rispetto a competitor stranieri. Da questo punto di vista, il fatto che l’indignazione ufficiale trascuri in toto lo spionaggio sistematico in ambito industriale è fuorviante: significa indignarsi a Occidente mentre si è depredati a Oriente.