20 APRILE 2013
Il rientro di Musharraf in Pakistan: una scelta avventata
DI Giulia Tarozzi

Venerdì 19 aprile l’ex Presidente pakistano, Gen. Pervez Musharraf, è stato arrestato. Il Generale, che ha governato il Paese dal 1999 al 2008 dopo un colpo di Stato, ha fatto ritorno in Pakistan il 24 marzo annunciandosi come il salvatore del Paese e cercando di candidarsi alle prossime elezioni che si terranno a maggio. A fermare le ambizioni di Musharraf, però, ci sono stati prima gli uffici elettorali delle quattro circoscrizioni in cui è suddiviso il Paese e, successivamente, l’Alta Corte d’Islamabad che, a metà, aprile ne ha ordinato l’arresto. L’accusa è di alto tradimento per la sospensione della Costituzione nel 2007. E il Generale si trova ora agli arresti domiciliari fino ad ulteriori ordini della Corte.

Il rientro di Musharraf nel Paese era già stato complicato, come anticipato, dalla decisione del Tribunale Elettorale del distretto di Chitral, nel nord del Pakistan, di revocare la candidatura del Generale alle elezioni presidenziali del prossimo maggio. La richiesta di Musharraf era già stata respinta precedentemente da altre tre circoscrizioni, Islamabad, Kasur e Karachi, pertanto egli si trova ora senza un distretto nel quale potersi presentare ed è dunque fuori dalla corsa elettorale.

Nell’agosto del 2008, il Generale aveva abbandonato il Pakistan, scegliendo l’esilio tra Dubai e Londra, al fine di evitare il quasi certo impeachment per aver portato Islamabad sull’orlo del baratro economico e perso il supporto dell’Esercito e degli Stati Uniti. Per capire le motivazioni che hanno spinto Musharraf a rientrare in Pakistan bisogna prima di tutto analizzare il contesto in cui questo ritorno è avvenuto. Il 16 marzo il Primo Ministro, Raja Pervez Ashraf ha annunciato che per la prima volta nella storia del Paese, il governo in carica ha finito un’intera legislatura. Questo ha segnato una svolta per il Pakistan dove, sin dalla sua nascita nel 1947, tutti i governi sono stati rovesciati da colpi di Stato militari. Nonostante ciò, Islamabad andrà al voto l’11 maggio in un contesto instabile, gravato da una dilagante corruzione, da una spaventosa crisi energetica e da una difficile situazione di sicurezza interna. L’economia del Pakistan è oggi in caduta libera, con il buon livello di crescita raggiunto a fini Anni ‘90 ormai quasi un miraggio. L’attuale grado di crescita, fermo attorno al 2,5%, impedisce di sopperire alle istanze della popolazione, il cui tasso d’incremento demografico è oltre l’1,5%, mentre il livello dell’inflazione è aumentato pericolosamente, toccando nel 2013 il 12%. Lo Stato si trova in una situazione altamente precaria in cui sanità e istruzione sono garantite solo sulla carta, a causa della cronica carenza d’investimenti. Inoltre, il sistema fiscale risente del fatto che la maggioranza della popolazione, in particolare quella legata all’elite di governo, non paga le tasse. Di ciò risentono in particolare le minoranze, le prime a soffrire anche per le precarie condizioni di sicurezza in cui versa il Paese. Ciò è dimostrato dai diversi attacchi suicidi come quello del 10 gennaio e del 23 febbraio, a Quetta, dove una bomba è esplosa in un bazaar frequentato dagli hazaara uccidendo 84 persone, o del 3 marzo contro la comunità sciita di Karachi, per un totale complessivo di quasi 308 morti e oltre 369 feriti.

Per partecipare a queste elezioni, nel 2010 Musharraf ha fondato l’All Pakistan Muslim League (APML), un nuovo partito da contrapporre al Pakistan Muslim League-Nawaz, guidato da Nawaz Sharif, ex premier che nel 1998 era stato rovesciato dal colpo di Stato dello stesso Musharraf. La rivalità tra i due è stata segnata dalla scissione del Pakistan Muslim League, erede del partito indipendentista fondato da Muhammad Ali Jinnah nel 1906. Nel 2002, infatti, Musharraf si pose allora alla guida del PML-Q, dove la “Q” sta per Quaid-e-azam ovvero “Padre della Nazione”, appellativo con cui ci si riferisce a Jinnah. Ora, alla guida del APML, il Generale si è ripresentato in Pakistan proponendosi come l’unico in grado di porre ordine al caos istituzionale ed economico e lanciando un programma che pone il “Pakistan prima di tutto”.

L’ex Presidente non ha però ritrovato in patria il sostegno sperato. Musharraf ha fallito nel tentativo di presentare la propria candidatura all’Assemblea Nazionale nelle quattro circoscrizioni di Islamabad, Kasur, Karachi e Chitral. Ad eccezione del piccolo distretto di Chitral, gli uffici delle tre circoscrizioni principali hanno rifiutato il dossier inviato da Musharraf adducendo che, in base agli articoli 62 e 63 della Costituzione pakistana, un aspirante candidato deve essere un buon musulmano e conoscere profondamente l’Islam, qualità non ritrovate a loro avviso nell’ex-Presidente. Ciononostante, in un primo momento la sua candidatura è stata accolta dal distretto di Chitral, e poi respinta. La violazione degli articoli citati non è stata sino ad ora mai tenuta in considerazione per giudicare l’idoneità di un candidato. Pertanto, all’origine del rifiuto ci sarebbe il rinvio a giudizio per alto tradimento avviato il 9 aprile scorso dalla Corte di Giustizia. L’ex Presidente deve rispondere di sospensione illegale della Costituzione e dell’arresto dei giudici della Corte suprema, tra cui il suo capo Iftikhar Muhammad Chaudhry, ordinato nel 2007. Inoltre, Musharraf è accusato di non aver provveduto sufficientemente alla sicurezza dell’ex Primo Ministro Benazir Bhutto, assassinata quello stesso anno. Musharraf ha respinto ogni accusa e richiesto tramite i propri avvocati di ritardare ogni procedimento fino a dopo le elezioni, in modo da permettergli di condurre la campagna elettorale. Tale richiesta è caduta nel vuoto in quanto i Tribunali Elettorali delle varie circoscrizioni in cui egli si era presentato hanno ritenuto inaccettabile la sua candidatura.

A rendere ulteriormente travagliato il rientro in Pakistan dell’ex Presidente, è stata la minaccia del leader del gruppo militante Tehrik-e Taliban Pakistan (TTP), Hakimullah Mehsud, che ha promesso di uccidere Musharraf subito dopo il suo rientro. Durante il suo governo, dal 1999 al 2008, il Generale si è inimicato la militanza radicale attiva in Pakistan associandosi alla guerra al terrorismo degli Stati Uniti dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e promuovendo una serie di operazioni contro al-Qaeda e altri estremisti islamici in Pakistan. Musharraf è indicato da questi gruppi come il principale responsabile dell’alleanza tra Islamabad e Washington, che ha portato il Paese a fornire all’Esercito americano, impegnato in Afghanistan, le proprie basi aeree e un importante appoggio logistico. Inoltre, è accusato di aver dato il via libera per l’impiego di droni armati statunitensi sul suolo pakistano, fatto recentemente ammesso da Musharraf stesso.

Per questo motivo, dal momento in cui la notizia del rientro è stata resa pubblica, una sequela di minacce di morte sono state rivolte al Generale. Tra queste, anche quella di Adnan Rashid, un ex-ufficiale delle forze aeree pakistane passato nelle fila del TTP dopo aver tentato di uccidere l’ex-Presidente nel dicembre del 2003 a Rawalpindi. Rashid, evaso nel 2012 dal carcere di Bannu, nel nord-ovest del Paese, grazie a un raid del TTP, avrebbe dichiarato di avere preparato un gruppo dotato di shahid, cecchini e squadre d’assalto già pronto a dare la caccia a Musharraf e impedirgli di correre per la presidenza.

Tutte queste difficoltà dimostrano come il Generale non abbia più quella forza politica che gli aveva permesso, specie con l’appoggio delle Forze Armate, di governare il Paese. Probabilmente, anche se avesse potuto partecipare alle elezioni le possibilità di una vittoria elettorale di Musharraf sarebbero state praticamente nulle, visto lo scarso appoggio ricevuto su tutti i fronti.

Dopo la sua estromissione dalla corsa elettorale però, il rientro in Patria appare un azzardo sempre maggiore, anche dal punto di vista della propria incolumità personale. Ciò sembra ancora più evidente dopo la decisione dell’Alta Corte d’Islamabad di ordinarne l’arresto. Ora che Musharraf si trova agli arresti domiciliari, tagliato fuori dal gioco politico e con il rischio del carcere, l’ininfluenza della sua figura diventa sempre più evidente. Isolato e senza appoggi, in un Paese in cui gli sono rimasti ben pochi amici ai quali appellarsi, la sua debolezza fa da contraltare alla forza che la magistratura pakistana sta via via assumendo.