08 MARZO 2013
Il Venezuela raccoglie l'eredità di Chávez
DI Andrea Fumarola

Il 7 ottobre scorso, con il 55% dei voti, il popolo venezuelano eleggeva per il quarto mandato consecutivo alla guida del Paese il colonnello Hugo Chávez. Oggi le strade del paese sono piene di persone che piangono la scomparsa del proprio Lìder, di colui che in quattordici anni ha rimodellato a sua immagine e somiglianza un Paese che ora vede sempre più vicino un baratro fatto di crisi economica, sociale e, soprattutto, istituzionale in vista della successione. Gli anni della crescita, legata essenzialmente alle esportazioni petrolifere, sembrano ormai solo un lontano ricordo per un Paese, che oggi deve invece fare i conti con un tasso d’inflazione più alto dell’interno sub-continente americano e un debito pubblico decuplicato dall’inizio del secolo a causa d’investimenti bloccati e importazioni che hanno mandato in rosso la bilancia commerciale del Paese.

La situazione politica interna appare oggi più che mai complicata per il fronte governativo chiamato a raccogliere l’eredità chavista. Infatti, nonostante il saldo controllo esercitato da quasi quindici anni su tutti i poteri dello Stato (Esecutivo, Legislativo e Giudiziario), Hugo Chávez restava indiscutibilmente l’unico attore in grado di controllare e mantenere unito l’intero sistema, basato essenzialmente sulla sua immagine e sulla sua leadership. Nonostante i continui richiami al Líder fatti in questi mesi dal vicepresidente Nicolas Maduro e dagli altri esponenti del governo, la scomparsa di Chávez – e prima ancora la sua assenza forzata – sembra destinata a indebolire l’intero apparato istituzionale. La popolarità di cui hanno potuto godere le istituzioni in questo decennio è sembrata più essere concentrata sulla sua persona che sull’operato di un governo che ha ottenuto – agli occhi della maggioranza del Paese – risultati di una certa rilevanza seppur di breve periodo, primi tra tutti la crescita del PIL e la riduzione del livello di povertà della popolazione. Inoltre, per la prima volta, le opposizioni si sono coalizzate in un blocco omogeneo guidato da un unico candidato, Henrique Capriles. Gli effetti di questa mossa sono stati visibili nelle recenti elezioni presidenziali in cui, sebbene sconfitte, queste hanno fatto registrare il miglior risultato dell’ “Era Chávez”. L’approccio di Capriles, basato più sulla responsabilità e sulla costruzione di un’alternativa credibile al sistema di governo chavista ha segnato un punto di discontinuità con la linea fatta propria dall’opposizione negli ultimi anni e fondata più su manifestazioni e azioni sovversive che su un progetto politico di lungo termine come invece sembra volere il suo attuale leader. L’uscita di scena di Chávez potrebbe rappresentare, perciò, un’opportunità da sfruttare davanti ad un’opinione pubblica inevitabilmente disorientata dal vuoto di leadership lasciato da un leader carismatico come il compianto Presidente, e tale da mettere in crisi l’intero sistema istituzionale di matrice chavista.

Anche nell’ambito della politica estera e degli equilibri geopolitici la morte di Hugo Chávez sembra destinata a mettere in crisi quel fragile equilibrio regionale costruito nell’ultimo decennio, visto il ruolo che la leadership del leader bolivariano ha ricoperto nell’area, costituendo un vero e proprio ago della bilancia per le relazioni economiche e politiche soprattutto tra gli Stati dell’America Latina. Il progetto panamericano lanciato all’inizio degli Anni 2000, come risposta alla perdita di fiducia nel modello neo liberale di integrazione economica e come tentativo di sottrarre l’area sudamericana alla sfera di influenza statunitense, aveva trovato un saldo fondamento proprio nella leadership del Presidente venezuelano. L’esempio è la proposta di integrazione regionale sotto la guida del Venezuela attraverso un sistema di stretta interdipendenza economica (tra gli altri accordi si ricordi l’ALBA – l’Alleanza Bolivariana per le Americhe) per risolvere i problemi della povertà del subcontinente latino-americano. La costituzione del cosiddetto “blocco bolivariano” guidato da Chávez aveva cambiato nel giro di un decennio gli equilibri regionali dell’America Latina: la costituzione dell’ALBA, le elezioni di leader “amici” come Correa e Morales in Ecuador e Bolivia, e le special relationships con Cuba e Argentina hanno rappresentato tangibili effetti della politica regionale del Lìder venezuelano, sostenuta dal potere del petrolio di cui il Venezuela rappresenta uno dei maggiori produttori regionali. Ma proprio per queste ragioni la scomparsa di Chávez potrebbe sancire un punto di rottura definitivo di un processo già entrato in crisi in questi mesi di assenza forzata. Gli effetti della crisi mondiale, che ha messo a dura prova l’economia di un Paese fortemente basata sulla vendita del petrolio, e la necessità di rivolgere maggiore attenzione alla politica interna, con l’obiettivo primario di porre rimedio alla crescente violenza, al ritardo infrastrutturale e alla dilagante corruzione, sembrano indicare il necessario abbandono della grandeur regionale chavista.

In prospettiva, sembra possibile affermare come la politica estera del Venezuela senza Chávez andrà inevitabilmente verso un ridimensionamento, con il conseguente abbandono dei progetti d’integrazione regionale sudamericana e di egemonia del Paese bolivariano sull’area. La pesante crisi economica sembrerebbe imporre l’assunzione di politiche sociali di sostegno alle fasce più disagiate della popolazione, con un inevitabile ridimensionamento dei dispendiosi progetti regionalisti. Ci si aspetta perciò di vedere un Venezuela meno proiettato all’esterno, se non in un’ottica di scambi commerciali mirati al miglioramento delle condizioni interne del Paese che sconta l’assenza d’infrastrutture moderne, scarsa competitività del sistema produttivo e l’inefficienza della pubblica amministrazione. Nel caso in cui Maduro succedesse a Chávez dopo le ormai prossime elezioni presidenziali, non sembra del tutto errato ipotizzare che i rapporti diplomatici con gli Stati Uniti potrebbero rafforzarsi, in un’ottica di sostegno economico derivanti dal ruolo di questi come primo partner petrolifero del Paese sudamericano. In questo “vuoto” di leadership regionale, candidato a giocare un ruolo decisivo potrebbe essere, invece, l’ambizioso Messico del neoeletto Presidente Peña Nieto che, proprio sfruttando il venir meno delle ambizioni regionali non solo venezuelane ma anche del Brasile di Dilma Rousseff, punta attraverso una crescita vertiginosa del PIL messicano (che oggi viaggia introno al 4%, con prospettive vicine al 6%), a diventare l’attore politico più rilevante in America Latina, sottraendo proprio al Venezuela il ruolo di agente dell’integrazione regionale.