10 GENNAIO 2013
La sfida di Morsi
DI Giulia Tarozzi

Nell’ultimo mese, la popolazione egiziana è scesa nuovamente in piazza, questa volta per manifestare il proprio dissenso contro l’attuale Presidente Morsi. Dopo le elezioni del 24 giugno 2012 nelle quali gli egiziani hanno democraticamente scelto il leader della Fratellanza Musulmana quale nuovo Presidente, la pesante eredità lasciata da Mubarak ha messo immediatamente alla prova il governo: un’economia fragile con un quinto della popolazione sotto la soglia di povertà, una disoccupazione al 12,6% e un deficit pubblico all’80% del PIL. Per rafforzare la propria posizione all’interno del Paese l’imperativo di Morsi è stato quello di riportare la stabilità e avviare l’Egitto verso la ripresa economica. Per fare questo il Presidente ha tentato, nei primi mesi del suo mandato, di rispondere ai problemi principali sui quali la campagna elettorale si era incentrata: rifiuti, traffico, energia, sicurezza e, soprattutto, pane, il cui prezzo elevato ha più volte scatenato rivolte nel Paese.

La scarsità di fondi immediatamente utilizzabili e il difficile percorso di risanamento del Paese hanno rallentato il processo di awra wa-binā’ (rivoluzione e ricostruzione) promosso dalla Fratellanza, nel quale il risanamento economico va di pari passo ad una rivisitazione delle istituzioni più vicina alla sharia. Gli scarsi progressi in campo economico sono andati a sommarsi alle divisioni politiche con il restante panorama partitico egiziano (socialisti, cattolici, ortodossi, coopti e laici). La crisi di Gaza ha, però, dato al Presidente la possibilità di rafforzare la propria leadership, soprattutto in campo internazionale. Infatti, il ruolo di mediatore svolto dall’Egitto tra Israele e il movimento palestinese di Hamas ha fatto riacquistare al Cairo un ruolo di preminenza nello scacchiere mediorientale che era stato messo un po’ da parte dopo la caduta di Mubarak. E ha permesso a Morsi di presentarsi come un leader politico forte in grado di negoziare nel conflitto israelo-palestinese.

Forte di questo bottino diplomatico, Morsi ha tentato di rafforzare la sua posizione anche sul piano interno: il 22 novembre il Presidente ha emanato un nuovo decreto che, stando alle sue dichiarazioni, gli permette di prendere qualsiasi misura atta a proteggere la rivoluzione, di fatto rendendo le proprie decisioni insindacabili e non soggette ad alcun appello. Inoltre, grazie a questo atto, nessun organo giurisdizionale può sciogliere l’Assemblea Costituente egiziana, che sta stendendo la nuova Costituzione e che negli scorsi mesi è già stata al centro delle polemiche politiche. Infatti, l’istituzione è stata boicottata dai membri dei partiti di opposizione, imputando alla Fratellanza, che ne detiene la maggioranza, di voler imporre un’islamizzazione della nuova carta costituzionale egiziana.

Nonostante questa posizione, Morsi, dopo l’emanazione del decreto del 22 novembre, ha dato una forte accelerata ai lavori dell’Assemblea Costituente, che, pur con l’assenza dei membri dell’opposizione, ha emanato un nuovo testo costituzione che è stato sottoposto a referendum popolare. Le previsioni di voto sono state confermate e il testo, appoggiato dalla Fratellanza e inviso a tutti i partiti di opposizione, è passato, in due tornate elettorali, con circa il 60% delle preferenze. Il voto del 15 dicembre ha confermato lo scenario di rottura nel Paese, soprattutto se si analizzano le discrepanze tra i risultati ottenuti nelle grandi città e quelli delle aree rurali. Nelle dieci provincie in cui si votava il referendum sul testo della nuova Costituzione, il 56% degli elettori ha dato il proprio assenso alla nuova Carta. Un 44% di contrari però, non è una percentuale trascurabile, tanto più in quanto strettamente legata ai risultati del Cairo in cui il “no” ha prevalso con un 57%. Nelle restanti provincie si è votato il 22 dicembre e, com’era facile scommettere, il “sì” ha vinto, con il 64%, grazie alla capacità dei Fratelli Musulmani di attrarre le classi più povere della società, maggiormente concentrate in queste aree. Nonostante le violente manifestazioni che hanno messo in subbuglio nuovamente il Paese, la definizione della nuova costituzione sembra aver portato, al momento, una maggiore tranquillità, anche se i passi che aspettano Morsi sono ancora fondamentali per la stabilità futura dell’Egitto. Infatti, difficilmente il Presidente potrà portare avanti una politica che tiene continuamente fuori l’istanza dell’opposizione.

Questo a maggior ragione alla luce delle difficili condizioni economiche in cui versa il Paese. Le tensioni politiche provocate dal contestato referendum sulla Costituzione hanno affondato la valuta che negli ultimi giorni del 2012 ha toccato i valori minimi degli ultimi otto anni. A far crescere l'incertezza sulla situazione economica dell'Egitto hanno contribuito anche le insistenti voci secondo cui il governatore della Banca Centrale, Farouq El-Oqda, sarebbe stato sul punto di dimettersi dopo un incontro con lo stesso Morsi. Il Presidente gli avrebbe chiesto la svalutazione della lira egiziana, condizione posta dal Fondo Monetario Internazionale per la concessione del prestito richiesto dall'Egitto di 4,8 miliardi di dollari, per il risanamento finanziario, il disaccordo avrebbe portato El-Oqda a pensare alle dimissioni, voce poi smentita. In oltre, con il successo diplomatico ottenuto a Gaza sembravano più vicini i 450 milioni di dollari che Barack Obama, nonostante le forti opposizioni in Congresso, aveva promesso di stanziare per l’Egitto, supportando così il progetto di riportare il Paese nuovamente alla guida del Medio Oriente in una nuova veste democratica. L’instabilità politica, infatti, ha posto numerose reticente sugli aiuti economici al Paese, proprio per i dubbi alimentati dalle decisioni autoritarie di Morsi. In supporto del Presidente è arrivato l’emiro del Qatar al-Thani che, con la sua nuova politica di influenza nella regione, aveva già dato un supporto economico alle casse egiziane in difficoltà. In una conferenza stampa ad inizio gennaio al-Thani ha annunciato il raddoppio degli aiuti economici, che in questo modo arrivano ad un miliardo di dollari di prestito e 4 miliardi in depositi presso la Banca Centrale del Cairo.

La situazione del paese è, sicuramente, complessa e le decisioni politiche del presidente non hanno aiutato a stabilizzare il percorso politico intrapreso nel dopo Mubarak. Con un Paese scosso dai tumulti, una Costituzione sotto attacco e un esercito che non si schiera ma invita al dialogo, ogni scenario pare possibile, l’unica certezza è la mancanza di tempo e il rischio che per l’Egitto possa più la crisi economica di quella politica. La sensazione è che i postumi della primavera Araba siano ancora lontani da smaltire e che, come Morsi deve meglio comprendere le dinamiche che soggiacciono alla quotidiana vita parlamentare, le opposizioni devono entrare nell’ottica che non si può tentare sempre di destituire un Presidente democraticamente eletto attraverso delle manifestazioni di piazza.