05 NOVEMBRE 2012
Somalia: il movimento al-Shabaab dopo la caduta di Kisimayo
DI Andrea Ranelletti

Negli ultimi due decenni, la lotta della Somalia per la costruzione d’istituzioni statali solide e funzionanti si è configurata come un conflitto incessante contro nemici di ogni genere: governatori corrotti, Corti Islamiche, carestie, signori della guerra che si battono per difendere i propri territori e giri d’affari. La cittadinanza somala, “società senza stato”, ha vissuto con malcelate speranze il consolidamento del neonato Governo Federale, il cui Presidente Hassan Cheikh Mohamoud è visto come esponente di forze nuove in grado di riordinare le strutture statali e di dar forma a un’economia dilaniata dalla malversazione e dalla corruzione. Il compito preliminare di Mohamoud è però un altro: l’estirpazione definitiva del fondamentalismo islamico di Al Shabaab, gruppo terroristico nato nel 2006 da fusioni interne alle aree più intransigenti dell’UCI (Unione delle Corti Islamiche).

Mentre le semi-indipendenti regioni settentrionali del Puntland e del Somaliland hanno mostrato un buon livello di stabilità, il meridione della Somalia continua a rimanere il focolaio di tensioni letali per lo Stato. L’offensiva delle forze governative somale è riuscita a spingere via dai principali centri urbani i miliziani di Al Shabaab, grazie soprattutto al sostegno degli eserciti di Kenya ed Etiopia e del contingente di 17.000 soldati del contingente di AMISOM. L’operazione, nonostante un indubbio indebolimento del nemico, non ne ha causato una vera sconfitta quanto piuttosto un sensibile ridimensionamento.

Lo scorso 29 settembre la presa di Kisimayo, capoluogo della regione autonoma dello Jubaland e roccaforte degli islamisti, ha mostrato un ottimo livello di preparazione da parte delle forze keniote supportate dalle truppe somale, da elementi del contingente di AMISOM e dalla milizia Ras Kamboni. La partecipazione del Kenya è legata al desiderio di creare un’area cuscinetto, in territorio somalo, che possa garantire la propria sicurezza. Infatti, il confine somalo-keniota continua a rivelarsi particolarmente poroso e instabile: la complessità delle geografie claniche e la fitta rete di traffici illegali hanno fatto sì che la criminalità e l’estremismo politico-religioso potessero attecchire nell’area e filtrare indisturbati in territorio keniano. Lungo le coste del nord del Kenya si sono verificate numerose azioni di gruppi di banditi somali, legati indirettamente ad Al Shabaab, che hanno effettuato attentati e rapimenti. Il caso più tristemente celebre è quello di Marie Dedieu, francese di 66 anni rapita nonostante il cattivo stato di salute e spirata dopo pochi giorni di sequestro. Non a caso la pressione del Ministero degli Esteri francese sembra sia stata importante per l’ingresso dell’esercito keniano in territorio somalo nell’ottobre 2011 (operazione “Linda Nchi”), al fine di combattere le milizie islamiste di al-Shabab.

Un grave ostacolo alla riuscita della missione risiede nella compromissione dei guerriglieri con parte dei centri di potere locali. Infatti, i soldati si trovano spesso a combattere in aree ostili e a dialogare con amministratori legati ai capi dei miliziani da patti d’interesse. Valido esempio di questa permanente ambiguità può essere la figura di Ahmed Madobe, comandante della brigata Ras Kamboni. Madobe nel 2006 era capo di una locale Corte Islamica ed al momento della nascita di Al Shabaab era tra i membri fondatori e combatté con le sue brigate per assicurare al movimento il controllo di Kisimayo. La rottura avvenne nel 2009, quando Al Shabaab, conquistata la città, non approvò il desiderio di Madobe di accrescere la rappresentatività dei clan locali. Da quel momento le brigate di Ras Kamboni intrapresero una battaglia contro gli Shabaab culminata con l’offensiva a fianco dell’esercito keniota, dettata forse più dall’interesse personale e dal desiderio di rivincita che dall’interesse della nazione.

Il simbolo della permanente instabilità della Somalia sta nella sua capitale, Mogadiscio. La riconquista della città è stata sin dal principio vista come un primo passo verso la ricomposizione dello Stato. La difficoltà dell’operazione ha richiesto tempi lunghi e solo il 6 agosto 2011 le milizie di al-Shabab hanno abbandonato la città, dichiarando, attraverso il loro portavoce Ali Dheere, la natura tattica di tale ritirata. Da allora, Mogadiscio, nonostante sia formalmente sotto il controllo delle forze governative, ha continuato ad essere teatro di assassinii ed attentati suicidi, mostrando la profonda precarietà del potere federale sull’intera area. Grave esempio del dissesto e del rigetto verso i programmi governativi lo si è avuto il 12 settembre scorso, quando un attentatore suicida ha cercato di uccidere con un attentato suicida il nuovo Presidente Mohamoud e il Ministro degli Esteri keniano Ongeri, fortunatamente fallendo nel proprio scopo. La recente visita del nostro Ministro degli Esteri Giulio Terzi e le sue parole riguardo la possibilità di riaprire l’ambasciata italiana a Mogadiscio sono segnali distensivi, ma la cautela è d’obbligo in una città ancora scossa dal terrore.

Nonostante l’estremismo delle loro pretese abbia finito per alienargli il consenso di una larga fascia della popolazione, restano evidenti alcune delle ragioni che hanno finito per accrescere la fortuna di al-Shabaab tra i somali: il governo di transizione si è segnalato nel corso degli anni per inefficienza e corruzione ed è stato a lungo paralizzato dalle lotte intestine. Nel 2011, secondo le stime di Transparency International, il tasso di corruzione percepita in Somalia era il più alto al mondo. Un’inchiesta Onu ha rivelato che il 70% degli aiuti stranieri devoluti al governo di Sharif tra il 2009 e il 2010 era scomparso nel nulla. In un quadro in cui lo stato di profonda indigenza della popolazione veniva accresciuto delle carestie, il messaggio degli Shabaab otteneva un’eco ragguardevole, sull’onda del malcontento di un popolo che si sentiva completamente esautorato e desideroso di riconquistare la propria sovranità. Naturalmente, occorre ricordare come la nascita e l’ascesa di al-Shabab siano stati frutto innanzitutto della contrapposizione tra i principali clan somali all’indomani della crisi della UCI nel 2006 e di come la propaganda jihadista, il controllo di parte dei traffici commerciali e la gestione nella distribuzione degli aiuti umanitari abbiano permesso di aumentare il bacino di reclutamento.

Gli elementi destinati a contenere l’ascendente che al-Shabaab ha verso la popolazione somala sono fondamentalmente due: una politica fondata sulla ribellione violenta ha diminuito il proprio appeal su una popolazione estenuata da decenni di conflitto, che ambisce a pace e stabilità. Inoltre, l’alleanza con Al Qaeda, ufficializzata nello scorso febbraio e la prospettiva di un allargamento della battaglia anche oltre i confini nazionali ha alienato al movimento la simpatia di molti. Inoltre l’antimodernità e l’autoritarismo del messaggio degli Shabaab spaventano quella parte di cittadinanza che vuole un Paese libero, con una classe governante democratica, un sistema giudiziario moderno, forze dell’ordine capaci e presenti, ospedali funzionanti e infrastrutture adeguate. Questi sono gli aspetti che vanno garantiti alla cittadinanza somala, di modo che la sconfitta di Al Shabaab non sia solo il frutto di una disfatta militare, quanto di un ben più utile rifiuto da parte della società civile.