ATLAS Malesia: focolaio di Coronavirus mette alla prova il nuovo governo

ATLAS Malesia: focolaio di Coronavirus mette alla prova il nuovo governo

Di Veronica Conti, Emanuele Oddi e Gianmarco Scortecci
19.03.2020

Iraq: prosegue l’escalation tra Stati Uniti e milizie sciite filo-Teheran

Il 17 marzo scorso, la base irachena di Basmaya, 60 km a sud-est di Baghdad, è stata colpita da due razzi. Oltre alle forze irachene, nel presidio erano presenti anche un contingente spagnolo e alcuni funzionari NATO, nell’ambito della Coalizione internazionale contro lo Stato Islamico. Si tratta dell’ultimo di una recente serie di attacchi contro basi militari in Iraq dove sono dislocati contingenti stranieri.

Anche se l’attacco del 17 marzo non è stato rivendicato, è piuttosto probabile che ne sia responsabile la milizia sciita e filo-iraniana Kataib Hezbollah (KH). Infatti, la milizia, inquadrata nelle file delle Forze di Mobilitazione Popolare (FMP) e quindi formalmente parte delle forze irachene regolari, sarebbe responsabile anche dei precedenti attacchi dell’11 e 14 marzo contro la base irachena di Taji, a nord di Baghdad, dov’è stanziato un contingente NATO. L’attacco con razzi Katyusha dell’11 marzo, che aveva causato la morte di due militari americani e uno britannico, era stato lanciato il giorno del compleanno del Generale Qassem Soleimani, il carismatico comandante della Forza Qods dei Pasdaran iraniani ucciso il 3 gennaio scorso in un raid USA a Baghdad, assieme al leader delle FMP e vicecomandante di Kataib Hezbollah Abu Mahdi al-Muhandis. Il 13 marzo, gli Stati Uniti hanno reagito alla prima salva di razzi colpendo alcune postazioni strategiche della milizia e anche 5 depositi di armi delle FMP.

La serie di rappresaglie ha quindi avviato un’escalation del confronto in Iraq tra Teheran e i suoi referenti locali e Washington. Un suo proseguimento potrebbe indurre gli Stati Uniti ad aumentare il livello di protezione delle basi in cui sono presenti suoi contingenti, o a proseguire con maggior vigore la striscia di rappresaglie con una funzione deterrente. A ben vedere, l’aumento di frequenza e intensità degli scontri sancisce il mancato raggiungimento di un nuovo equilibrio all’indomani della morte di Soleimani, che si riflette peraltro nel protrarsi della crisi politica. Infatti, divisi dalla fedeltà o meno a Teheran, i partiti non sono riusciti ad accordarsi su un successore del Premier uscente Adeb Abdul Mahdi, dimessosi nel novembre 2019, e il 17 marzo l’incarico è stato affidato ad Adnan al-Zurfi, con il solo obiettivo di traghettare il Paese ad elezioni anticipate entro un anno.

Malesia: focolaio di Coronavirus mette alla prova il nuovo governo

Lo scorso 16 marzo il neo-insediato Primo Ministro della Malesia, Muhyiddin Yassin, ha annunciato l’implementazione di misure di sicurezza straordinarie, tra cui il blocco della circolazione e la chiusura dei confini, in seguito alla diffusione dell’epidemia di Covid-19 su tutto il territorio nazionale. Con più di 900 persone positive, la Malesia è lo Stato ad oggi più interessato dall’epidemia nel Sudest asiatico.

Le restrizioni, che dovrebbero restare in vigore almeno fino a fine marzo, sono studiate dal governo per scongiurare il deterioramento dell’emergenza sanitaria e gli effetti che questa potrebbero causare sull’economia nazionale. Primi segnali di questa preoccupazione si erano già a febbraio, quando l’allora Primo Ministro ad interim Mahathir Mohamad (della coalizione Pakatan Harapan) aveva rapidamente approvato un pacchetto da 4,8 miliardi di dollari per ammortizzare gli effetti dell’emergenza sanitaria scoppiata in Cina sull’economia malese, giusto prima di fare un passo indietro e aprire ufficialmente la crisi di governo, che ha poi portato alla nomina di Muhyiddin e alla creazione della coalizione Perikatan Nasional (PN, in italiao Alleanza Nazionale)

Lo scoppio dell’epidemia all’interno del Paese giunge in un momento delicato per il neo insediato governo che si trova ancora a dover prendere le misure per assicurare la stabilità del proprio esecutivo, tra continui cambi di equilibri all’interno della stessa formazione, a causa della continua emorragia di parlamentari all’opposizione. La risposta del governo in questo frangente sarà significativa per capire in quale direzione si potrebbe muovere l’esecutivo nel prossimo futuro. Formata da tre principali partiti politici aperti esclusivamente alla partecipazione dell’etnia Malay, la PN sembra essere orientata verso l’adozione di un’agenda politica impostata alla tutela delle esigenze e delle priorità della maggioranza della popolazione.  Un’eventuale traduzione politica dello slogan “Malay First”, più volte sostenuto dallo stesso Primo Ministro, potrebbe però tradursi in un giro di vite in senso conservativo del processo di trasformazione interno al Paese che genererebbe una frattura tra la maggioranza Malay e le altre minoranze etniche, in primis di etnia cinese e indiana, e, di conseguenza, un possibile indebolimento del tessuto sociale interno.

Russia: la Corte costituzionale approva il progetto di riforma costituzionale

Il 16 marzo, la Corte costituzionale ha espresso parere favorevole al disegno di riforma costituzionale che, tra le altre cose, modifica i termini dei limiti di mandato alla presidenza della Federazione. Nello specifico, gli emendamenti approvati conservano il limite dei due mandati al vertice dello Stato, eliminano il vincolo della consecutività degli stessi e ne azzerano il calcolo pregresso. Questo vuol dire che, in futuro, un cittadino russo potrà ricoprire l’incarico di Presidente al massimo per due volte nella vita e non al massimo per due volte consecutive e che, inoltre, tutti i mandati svolti precedentemente alla riforma non saranno conteggiati dopo la sua eventuale entrata in vigore. Nel complesso, gli emendamenti permetteranno all’attuale Capo dello Stato Vladimir Putin di ricandidarsi alle prossime elezioni e, teoricamente, restare al potere oltre il 2024, anno precedentemente previsto per l’avvicendamento al Cremlino. In ogni caso, la riforma costituzionale sarà sottoposta al giudizio popolare tramite referendum il prossimo 22 aprile.

A inizio anno, il Presidente stesso aveva manifestato la propria intenzione di introdurre significative modifiche alla legge fondamentale della Federazione, provocando le dimissioni del premier Dmitrij Medvedev e di altri ministri in segno di contrarietà.

La possibilità di permettere a Putin di essere rieletto presidente per un massimo di altri due mandati può avere un duplice significato. Da un lato dimostra come gli interessi della classe dirigente russa siano ancora compatibili con la leadership del presidente, dall’altro lato segnala anche il tentativo di posticipare la ricerca di un erede politico dell’attuale presidente. Una scelta conservativa dettata anche dall’esigenza di stabilità in un momento di grande incertezza per la Russia. Infatti, il Paese si trova ad affrontare due importanti sfide: la guerra dei prezzi del petrolio con l’Arabia Saudita che, facendo scivolare il valore del barile di greggio rischia di affliggere pesantemente l’economia nazionale, e l’incremento dei casi di coronavirus, che rischia di mettere sotto pressione il sistema sanitario e produttivo.  In questo senso, le ultime scelte del Cremlino (come la chiusura delle scuole, il divieto di esportazione di materiali sanitari e l’aumento della produzione degli stessi) mostrano come anche il governo di Mosca cominci a preoccuparsi per la diffusione del virus e per i suoi devastanti impatti già visibili nel resto d’Europa e nella Cina.

Sudafrica: dichiarato lo stato d’emergenza a causa del COVID-19

Il 5 marzo è stato registrato nel Paese il primo caso di positività al COVID-19, un uomo di 38 anni di ritorno dall’Italia. Con un incremento giornaliero dei contagi del 61%, corrispondente a 160 positività in dieci giorni, il Sudafrica è il primo Paese per casi accertati nell’Africa-Subsahariana. Data l’emergenza sanitaria e in virtù della recessione economica, il Presidente Cyril Ramaphosa ha dichiarato lo stato d’emergenza.

Le misure adottate includono la chiusura dei confini e delle scuole, ma soprattutto l’incremento nella disponibilità di acqua pulita nelle aree densamente popolate e in quelle rurali, dove l’accesso alla risorsa è reso difficoltoso dalla grave siccità che affligge il Paese da circa due anni. L’obiettivo è limitare il numero dei contagi, poiché il sistema sanitario sudafricano, sebbene sia tra i più sviluppati del continente, è molto fragile e a oggi dispone solamente di 1000 posti letto in terapia intensiva.

Nonostante la popolazione sembra stia rispettando le nuove regole imposte da Rampahosa, a destare particolare preoccupazione sono gli indicatori economici del Paese che, ben prima dell’arrivo del COVID-19, erano caratterizzati da un trend fortemente negativo. Infatti, il 2019 si era chiuso con una crescita annua di appena lo 0,2% e un tasso di disoccupazione del 27,9%. Proprio alla luce di questi dati il Paese era entrato ufficialmente in recessione.

La stasi economica che la pandemia globale rischia di provocare potrebbe ulteriormente aggravare le condizioni delle casse statali sudafricane, anche in virtù della contrazione dell’economia della Cina, il primo partner del Paese con un interscambio di oltre 33$ miliardi. L’economia di Pretoria, che dipende per oltre il 50% dall’esportazione di oro, diamanti, metalli e carbone, potrebbe risentire oltremodo del calo della domanda cinese e delle misure di ridimensionamento dell’estrazione mineraria, aggravando le condizioni economiche del Paese, riducendone così la possibilità di mobilitare maggiori risorse per far fronte all’emergenza sanitaria.

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