ATLAS Iran: Affluenza ai minimi storici per le parlamentari 2020

ATLAS Iran: Affluenza ai minimi storici per le parlamentari 2020

Di Veronica Conti, Emanuele Oddi e Gianmarco Scortecci
27.02.2020

Iran: Affluenza ai minimi storici per le parlamentari 2020

Venerdì 21 febbraio l’Iran ha votato per assegnare i 290 seggi del parlamento nazionale (Majlis). Benchè non siano ancora noti i risultati finali della consultazione, sembrerebbe che la contestazione abbia visto una schiacciante vittoria del fronte conservatore, con i riformisti fermi a poco meno di 20 seggi assegnati. A Teheran, tutti i 30 seggi in palio sono stati vinti dai candidati conservatori, con in testa Mohammad Bagher Ghalibaf, ex sindaco della capitale.

L’esito elettorale sembra essere stato fortemente influenzato dalla bassa affluenza, che si è attestata al 42%, segnando il minimo storico dai tempi della Rivoluzione del 1979. La scarsa partecipazione, infatti, ha messo in luce una disaffezione rispetto al processo politico dei cittadini iraniani, frustrati dalle disattese promesse di cambiamento e dagli effetti della crisi economica sulla propria qualità di vita. Ciò ha colpito il fronte dei riformisti e dei pragmatisti, di cui il governo in carica del Presidente Rouhani è stata espressione in questi ultimi sei anni. Ne ha invece beneficiato la coalizione conservatrice, già fortemente favorita dall’azione epuratrice intrapresa dal Consiglio dei Guardiani, l’organo incaricato di approvare o respingere le candidature prima delle elezioni. Il Consiglio aveva rimosso circa 7000 candidati, tra cui molti elementi di spicco fra le fila dei pragmatisti e riformisti, decapitando di fatto la coalizione moderata che aveva vinto le legislative di quattro anni fa con il 41,7% dei voti.

Se la vittoria di larga misura dei conservatori è ormai un dato di fatto, la distribuzione dei voti tra le diverse anime del fronte tradizionalista sarà fondamentale per determinare l’orientamento del prossimo Parlamento. Nonostante all’ultimo momento ci sia stata una convergenza tra le diverse liste in nome di una razionalità elettorale, il fronte conservatore risulta tutt’oggi fortemente diviso tra le correnti più oltranziste e i candidati più “centristi” con un approccio “tecnocratico” e meno ideologico. Tale bilanciamento sarà cruciale per lo svolgimento delle attività parlamentari dei prossimi mesi e potrebbe determinare il clima nel Paese in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno.

Malesia: l’intrigo politico delle dimissioni del Premier Mahathir

Lo scorso 24 febbraio, Mahathir Mohamad si è dimesso dalla carica di Primo Ministro della Malesia. Il suo esecutivo era sostenuto dalla coalizione Pakatan Harapan (PH), guidata dal leader del People’s Justice Party (PKR), Anwar Ibrahim che nel 2018 – dopo molti anni di rivalità personale – si era impegnato a sostenere Mahathir in cambio della promessa di un proprio avvicendamento alla premiership.

Nonostante l’avvicinarsi del termine stabilito per attuare la successione (che sarebbe avvenire intorno alla metà della legislatura), Mahathir si era più volte rifiutato di fissare una data esatta. Pertanto, le tensioni all’interno della maggioranza erano di recente cresciute. Questa settimana è poi arrivato l’abbandono del PH da parte di undici parlamentari, facenti parte del PKR di Anwar, che hanno aperto la crisi di governo.

In questo quadro tuttora confuso, il Sultano Abdullah di Pahang ha condotto delle consultazioni straordinarie. Tutti i deputati di Kuala Lumpur sono stati interpellati singolarmente (unicum nella storia costituzionale del paese) per vagliare le loro preferenze e capire quale direzione debba prendere l’esecutivo. Per il momento il governo resta nelle mani di Mahathir, selezionato da Abdullah come Premier ad interim.

Molteplici sono le opzioni contemplate dal monarca. Da una parte, potrebbe conferire un nuovo incarico allo stesso Mahathir, il quale si è detto pronto a formare un governo di “unità nazionale” tentando di uscire rafforzato da questa vicenda. D’altra parte, potrebbe selezionare come Premier Anwar, il quale godrebbe del supporto della maggior parte dei parlamentari del PH e preserverebbe il tono progressista che ha caratterizzato questa legislatura. Infine, il Sultano potrebbe decidere di tornare alle urne, in maniera da ridare una guida chiara (senza governi di minoranza) a un paese in cui l’incertezza politica rischia di esasperare una sfavorevole congiuntura economica. Quest’ultima ipotesi sarebbe particolarmente gradita allo storico partito UNMO, estromesso dal governo nel 2018, ma vittorioso a più riprese in recenti elezioni locali.

Mozambico: nuovi attacchi dello Stato Islamico contro i militari

Il 24 febbraio, lo Stato Islamico nell’Africa Centrale (ISCA), branca regionale dell’organizzazione jihadista internazionale capeggiata da Ibrahim al-Qurashi, ha rivendicato due attacchi contro avamposti militari nel distretto settentrionale di Quissanga, nel corso dei quali sono rimasti uccisi 17 soldati. L’area dell’attacco e la modalità di uccisione dei militari, avvenuta tramite decapitazione, lasciano intendere che la reale responsabilità dell’accaduto sia da imputare a Sunna wa Jammah, organizzazione terroristica locale attiva nel Paese dal 2017 e affiliata a ISCA.

Sunna wa Jammah è nata nel 2014 come una setta religiosa di ispirazione salafita e successivamente si è evoluta in un maturo movimento jihadista, affiliandosi al network di Daesh. È importante sottolineare che le rivendicazioni effettuate dallo Stato Islamico riguardano soltanto gli attacchi contro gli obbiettavi militari, nonostante la grande maggioranza degli attentati ha come bersaglio la popolazione civile, soprattutto nelle regioni settentrionali. Tuttavia, nei primi mesi del 2020 si è assistito ad un aumento del 70% nel numero degli attacchi e nella loro diffusione anche nella provincia meridionale di Cabo Delgado.

L’incremento degli attacchi e l’evidente ampliamento del bagaglio capacitivo rendono al Sunna wa Jammah un attore in grado di peggiorare il precario quadro di sicurezza nazionale mozambicano, già alle prese con forti tensioni socio-economiche. Inoltre, l’espansione delle attività a Cabo Delgado rappresenta una minaccia strategica per il Paese, poiché quella provincia ospita i maggiori giacimenti di idrocarburi e carbone e vede la presenza di aziende e personale straniero che operano nel comparto energetico nazionale, inclusi italiani.

La Tunisia ha un nuovo governo, votata la fiducia a Elyes Fakhkakh

Il 26 febbraio il Parlamento tunisino ha votato la fiducia al governo guidato da Elyes Fakhkakh. Il giorno successivo, l’esecutivo composto da 30 membri si è recato presso il Palazzo di Cartagine per prestare giuramento. Dopo circa 5 mesi dalle elezioni tenutesi il 6 ottobre scorso, la Tunisia ha quindi un nuovo governo per affrontare le tante sfide sociali ed economiche che attanagliano da ormai 10 anni la transizione al post-Ben Ali. Tuttavia, Fakhfakh si trova di fronte a diversi ostacoli di natura politica.

Innanzitutto, la base parlamentare del nuovo esecutivo è estremamente ridotta, appena 111 deputati ovvero 2 in più della maggioranza assoluta. Numeri che difficilmente possono garantire un orizzonte di manovra stabile al governo in un panorama politico come quello tunisino, particolarmente incline a costanti cambiamenti della geografia parlamentare e interessato da una spiccata tendenza alla frammentazione.

Un secondo ostacolo risiede nella composizione eterogenea della maggioranza di governo. A sostenere Fakhfakh si sono prestati il partito conservatore islamista Ennhadha, i progressisti Achaab (Fronte popolare) e Attayar (Corrente democratica), Tahya Tounes (Viva la Tunisia, fondato dall’ex premier Youssef Chahed), e al-Badil Ettounsi (L’Alternativa tunisina, dell’ex Premier Mehdi Jomaa).

Un’ulteriore fonte potenziale di instabilità deriva dalla fine della stagione del consenso che aveva ridotto l’esposizione di Ennahda al governo, invisa a quelle potenze regionali che contrastano l’islamismo politico, includendo sempre anche la principale forza del campo laico. Infatti, l’esecutivo Fakhfakh non è riuscito a ottenere il supporto di Qalb Tounes (Cuore della Tunisia), partito laico guidato dall’imprenditore Nabil Karoui e seconda forza in Parlamento con quasi 40 deputati. In questo senso, Karoui potrebbe trovare una sponda nell’Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti e nell’Egitto per indebolire il fronte governativo.

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