02 AGOSTO 2018
L’hub NATO e l’impegno dell’Alleanza verso il fronte sud
DI Alessandra Giada Dibenedetto

Fedele al suo impegno di guardare più attentamente all’evolversi delle dinamiche securitarie nell’area a sud dei confini NATO, ovvero in Medio Oriente, Africa Settentrionale e Subsahariana, l’Alleanza Atlantica ha creato un apposito centro, il “NATO Strategic Direction South – Hub (NSDS)”, con il compito di monitorare tali territori e il possibile emergere di crisi. Durante il Summit di Bruxelles dell’11 e 12 luglio scorsi, l’hub è stato dichiarato pienamente operativo aprendo così per la NATO e per l’Italia una finestra di dialogo sulla regione del Mediterraneo. È stato, infatti, proprio il nostro Paese tramite l’ex Ministro della Difesa, Roberta Pinotti, a chiedere e sostenere la creazione del centro, il quale, non a caso, è situato nel Comando Militare NATO di Napoli.

La ratio alla base della creazione dell’hub è aumentare e approfondire la conoscenza delle probabili sfide e opportunità nelle aree sopra citate, attraverso un approccio olistico e collaborativo che coinvolge esperti, organizzazioni internazionali e partner che si occupano del fronte sud o che provengono dai territori interessati. Tale approccio rientra in una strategia dell’Alleanza Atlantica più ampia finalizzata a proiettare stabilità al di là dei propri confini e che si concretizza attraverso attività addestrative a favore delle autorità locali (come quelle recentemente approvate per la Giordania e la Tunisia). Per assicurare l’effettività di tali pacchetti di training è cruciale una comprensione più vasta e approfondita delle dinamiche locali. In questo quadro è possibile collocare l’hub, ovvero configurarlo in un forum di raccolta, analisi e diffusione di informazioni utile per i decisori politici e militari coinvolti nelle dinamiche del fronte sud. Così strutturato e se tenuto attivo, il centro amplificherebbe la propria efficacia contribuendo alle attività operative della NATO ed evitando di divenire una mera appendice della stessa.

Ed è proprio in questa direzione che l’hub pare stia muovendo i suoi primi passi. Nel dettaglio, il centro ha adottato un approccio a tutto tondo che unisce lo svolgimento di tre attività chiave: connessione, consultazione e coordinamento. Per connessione e consultazione si intende la volontà di fare del NSDS una piattaforma di dialogo in cui i vari attori rilevanti per il fronte sud possono confrontarsi e scambiare opinioni sullo sviluppo delle dinamiche emergenti dall’area. Il centro, inoltre, mette a disposizione le sue risorse per fornire assistenza e consulenza circa le possibili radici di instabilità che andrebbero a minacciare la solidità delle istituzioni locali. Infine, attraverso l’attività di coordinamento, l’hub facilita la sincronizzazione degli sforzi dell’Alleanza, ma anche dei partner internazionali e della regione del Mediterraneo, evitando sprechi di risorse e garantendo efficacia.

Il lavoro dell’hub, dunque, può divenire un mezzo utile a guidare l’azione della NATO nel fronte sud; azione che, a partire dal Summit NATO di Varsavia del 2016, ha ricevuto un importante impulso. In quell’occasione, infatti, l’Alleanza ha formalmente lanciato un nuovo approccio definito a ‘360°’, ovvero che guarda alle minacce provenienti da tutti i fronti e assicura una risposta mirata e su misura. Questa strategia si oppone alla postura che la NATO aveva mantenuto negli anni precedenti e che prevedeva una netta separazione tra quello che era lo scenario meridionale e ciò che accadeva ai confini più ad est dell’Alleanza con un occhio particolarmente vigile sull’atteggiamento adottato dalla Russia. Verosimilmente, è necessario risalire di poco indietro negli anni per delineare lo sviluppo di questa dicotomia. Dopo un forte innalzamento della tensione a seguito della seconda guerra in Ossezia del sud nel 2008, se la componente militare della NATO ha mantenuto alta la propria attenzione circa un possibile atteggiamento assertivo di Mosca, il ramo politico dell’Alleanza ha favorito l’avvio di una fase di dialogo. Tale linea è stata saldamente mantenuta sino al 2014, quando l’annessione da parte della Russia della Crimea ha portato al ripensamento della postura della NATO che ha inquadrato Mosca come un attore dal comportamento aggressivo e che, potenzialmente, può porre una minaccia alla sicurezza di alcuni Paesi membri. Non a caso, dai fatti dell’Ucraina in poi in seno alla NATO si sono venute a creare delle divisioni tra quegli Stati collocati nella zona orientale dell’Alleanza Atlantica e che vedono Mosca come un possibile pericolo, e quei Paesi del Vecchio Continente, come Italia e Germania, che non solo sono più esposti alle sfide provenienti dall’altra sponda del Mediterraneo, ma che favoriscono un approccio più distensivo e di dialogo nei confronti della Russia anche date le relazioni economiche e commerciali rilevanti con il Paese. Conseguentemente, negli anni immediatamente successivi al 2014, la NATO ha mantenuto la scissione tra il fronte sud ed est e ha concentrato la propria attenzione verso le dinamiche che si sviluppavano nell’area orientale dell’Alleanza. Solo a partire dal 2016, grazie all’impegno politico degli Stati centro-meridionali dell’Alleanza Atlantica, la NATO ha iniziato, per lo meno teoricamente, ad abbracciare una visione a tutto tondo che valuta col medesimo riguardo tutti i confini dell’Alleanza, seppure nella pratica conservi la dualità tra i due fronti.

A ben vedere, la NATO ha articolato la propria strategia e azione per il fronte sud inizialmente attraverso l’espressione della volontà di proiettare stabilità sul confine meridionale, e, successivamente, tramite il lancio di attività di addestramento per alcuni Paesi dell’area e la creazione dell’NSDS. Inoltre, durante il Summit di Bruxelles, l’Alleanza Atlantica ha approvato un nuovo ‘pacchetto per il Sud’. Quest’ultimo include una serie di iniziative politiche e pratiche volte a mettere a sistema gli sforzi dell’Alleanza e dei singoli Paesi membri e partner nella regione del Mediterraneo. Nel dettaglio, gli obiettivi che si vogliono raggiungere attraverso questo nuovo insieme di attività sono, anzitutto, il rafforzamento della capacità di difesa e deterrenza contro le minacce provenienti dal Sud, e quindi assicurare una risposta coerente ed efficace da parte della NATO. Inoltre, l’Alleanza mira a contribuire agli sforzi internazionali volti a gestire le crisi emerse nella regione e supportare i partner regionali nello sviluppo della resilienza contro le possibili sfide alla sicurezza. In sintesi, la NATO ha creato una guida strategica che canalizza le azioni dell’Alleanza stessa e degli altri Paesi impegnati sul fronte meridionale al fine di garantire complementarietà ed efficacia degli sforzi comuni.

Tirando le somme, negli ultimi anni la NATO si è impegnata nel definire un piano per il fronte sud che sia coerente e poliedrico e che parta da un approccio comprensivo per poi concretizzarsi attraverso attività specifiche e mirate. Tuttavia, in uno scenario altamente frammentato e imprevedibile quale quello presente in alcune aree del Medio Oriente e dell’Africa Settentrionale e Subsahariana, l’impegno dell’Alleanza Atlantica deve essere anzitutto solido e ben definito, caratteristiche che continuano a mancare. In primo luogo, seppur l’avvio di attività addestrative in Paesi quali la Giordania e la Tunisia sia un primo passo importante, sono al di fuori del mirino della NATO altri Paesi chiave per la stabilizzazione della regione mediterranea, vedasi la Libia. Inoltre, certamente il lavoro dell’hub NATO potrebbe rivelarsi cruciale per comprendere le dinamiche in corso e le radici di possibili future crisi nell’area, nonché per garantire l’efficacia delle operazioni di capacity building dell’Alleanza. Nondimeno, se il centro non verrà supportato da una forte volontà politica proveniente da un gruppo rilevante in numero e peso decisionale di Stati, potrebbe vivere in una condizione di stallo e di scarsa produttività che non gli permetterebbe di raggiungere gli obiettivi prefissati. Infine, nonostante gli sviluppi positivi in merito negli anni, pare che l’attenzione della NATO continui a focalizzarsi sul fronte orientale a scapito di quello meridionale. Lo confermano proprio gli esiti del recente Summit di Bruxelles, in cui la parola Russia risuona molto più spesso e con una valenza nettamente più incisiva rispetto al termine ‘sud’. In conclusione, quegli Stati Membri, l’Italia in primis, che spingono per un’azione NATO concreta ed effettiva nei confronti della regione mediterranea, devono cercare il sostegno di altri Paesi che possono giocare un ruolo cruciale in fase di negoziazione al tavolo transatlantico, vedasi gli Stati Uniti, al fine di far pendere l’ago della bilancia di Bruxelles più verso sud.