22 GIUGNO 2018
Geopolitical Weekly n. 297
DI Giulia Guadagnoli e Giulia Lillo

Germania

Lo scorso 17 giugno si è svolto a Monaco di Baviera un incontro tra i vertici dell’Unione Cristiano-Democratica (CDU) e della sua controparte bavarese, l’Unione Cristiano - Sociale (CSU), attualmente alleati all’interno dell’esecutivo di Angela Merkel, per discutere delle divergenze emerse tra i due partiti sul tema immigrazione. Recentemente, infatti, il Ministro dell’Interno, nonché leader della CSU, Horst Seehofer si è attestato su posizioni in netto contrasto con le politiche di accoglienza sino ad ora promosse da Angela Merkel. La Cancelliera, da sempre incline a una maggiore apertura nei confronti dei migranti, è dunque chiamata a trovare un compromesso che possa mantenere unita la propria maggioranza, che si compone anche del Partito Social-democratico (SPD), da sempre avverso alla chiusura delle frontiere. L’attrito tra CDU e CSU è aumentato nelle ultime settimane, dopo il rifiuto, da parte della Premier tedesca, di adottare il nuovo piano sull’immigrazione presentato da Seehofer, il quale prevedeva, tra le altre cose, l’espulsione dal suolo tedesco di oltre 15.000 migranti che avevano avviato la richiesta di asilo in altri Paesi europei.

Tali dissidi segnano un ulteriore indebolimento della leadership di Angela Merkel. Da una parte, pesano ancora i risultati delle elezioni nazionali dello scorso anno, che hanno costretto la leader della CDU a perpetuare per questo terzo mandato l’alleanza con la SPD, nonostante le reticenze espresse da entrambi i partiti in campagna elettorale e nonostante lo scarso gradimento da parte dell’opinione pubblica per questo ulteriore compromesso di governo. Dall’altra, Seehofer, in vista delle elezioni locali del prossimo ottobre, deve confrontarsi con la situazione politica bavarese, dove l’elettorato chiede maggiore intransigenza su sicurezza e immigrazione, e dove i sondaggi mostrano una lenta ma costante crescita del partito nazionalista Alternativa per la Germania (AfD), che potrebbe insidiare il dominio indiscusso della CSU, che governa ininterrottamente la Baviera dal 1957.

Nel suddetto incontro, Angela Merkel ha chiesto a Seehofer di non intraprendere per il momento alcuna azione unilaterale e di attendere fino al Consiglio Europeo del 28-29 giugno. In sede europea, infatti, la Cancelliera mira ad ottenere un compromesso tra la linea portata avanti congiuntamente dal Premier austriaco Kurz, il Ministro dell’Interno italiano Salvini e Seehofer, che prevede un sostanziale giro di vite sull’accoglienza, e quella del Presidente francese Macron, che auspica una soluzione comune a livello europeo, nell’ottica di una maggiore solidarietà e di un’equa redistribuzione degli oneri.

 

Libia

Il 17 giugno, il Generale Khalifa Haftar ha annunciato una controffensiva nella Mezzaluna petrolifera (in particolare i terminal di Ras Lanuf e Sidra), attaccata pochi giorni prima da Ibrahim Jadhran, ex comandante delle Petroleum Facilities Guard (PFG). Jadhran era stato cacciato dalla regione nel 2016 quando Haftar ed il suo Esercito Nazionale Libico (ENL) avevano preso il controllo dei terminal.

Dalle dichiarazioni di Jadhran, sembrerebbe che l’offensiva sia stata portata avanti da vari gruppi libici. In primis, la restante parte del PFG ancora fedele al comandante. Poi, la tribù locale Magharba (cui appartiene lo stesso Jadhran) e alcuni gruppi armati composti da Tebu. A prescindere dalla sua effettiva veridicità, con questa dichiarazione Jadhran potrebbe aver tentato di indurre questi gruppi etnico-tribali a schierarsi compattamente con lui, abbandonando quindi Haftar. Infatti, una parte dei Magharba è rimasta fedele al Generale, presidia l’area di Ajdabiya e ha finora garantito la sicurezza nella Mezzaluna petrolifera per l’ENL. Inoltre, negli ultimi mesi sono emersi dissapori tra i Tebu ed Haftar per il controllo della città meridionale di Sabha. Infine, sembra abbiano partecipato all’offensiva anche le Brigate di Difesa Bengasi (BDB), un gruppo nato per proteggere Bengasi dall’LNA e che nell’ultimo anno e mezzo ha più volte fatto attentati contro le infrastrutture petrolifere.

Per quanto riguarda la tempistica dell’attacco, è possibile che Jadhran abbia necessitato di questo tempo per radunare le forze dopo la sconfitta del 2016. D’altronde, potrebbe aver voluto sfruttare un periodo in cui il maggior numero dei reparti dell’ELN di Haftar è impegnato nell’offensiva su Derna contro il Consiglio della Shura dei Mujaheddin (SCM), una coalizione di matrice salafita e jihadista asserragliata nella città della Cirenaica.

Ad ogni modo, con questa offensiva Jadhran potrebbe cercare di guadagnare maggior potere negoziale. Infatti, data l’importanza della regione per l’economia nazionale, il controllo dell’area, o attacchi che mostrano l’incapacità dei rivali di presidiare efficacemente le infrastrutture petrolifere, potrebbero permettere al comandante di imporsi come interlocutore imprenscindibile nella soluzione della crisi libica.

 

Sud Sudan

Il 20 giugno, nella capitale etiopica Addis Abeba, il Presidente Salva Kiir ha incontrato L’ex vicepresidente, Riek Machar, leader delle principali forze di opposizione del Paese, L’obiettivo dei colloqui è stato quello di giungere ad un compromesso che mettesse fine alla guerra civile scoppiata nel dicembre 2013 tra le forze fedeli al Presidente Kiir, esponente del gruppo etnico Dinka, e il fronte ribelle di Machar, leader dei Nuer. Le cause dello scontro interno sono riconducibili alla denuncia del popolo Nuer nei confronti di Salva Kiir, accusato di una gestione oligarchica ed etnocentrica del potere che ha impedito il coinvolgimento delle minoranze nella vita politica del Paese.

I precedenti cessate il fuoco sono stati in gran parte ignorati, motivo per il quale l’IGAD (Intergovernmental Authority on Development), l’organizzazione regionale che riunisce diversi Paesi dell’Africa centro-orientale, ha incitato le due fazioni ad aprire un dialogo per giungere ad un accordo sulla base del Compromesso di Juba del 2015, secondo il quale Riek Machar avrebbe dovuto riottenere la sua carica di Vice-Presidente, consentendo la progressiva re-integrazione delle marginalizzate minoranze etniche.

Il raggiungimento di una intesa tra le parti richiede un forte intervento di organi esterni, quali l’IGAD e le Nazioni Unite, al fine di supervisionare l’implementazione del Compromesso di Juba e cercare di neutralizzare le cause che hanno dato il via al conflitto. Infatti, sinora, il Presidente Kiir e ed i Dinka hanno dimostrato una evidente reticenza nel condividere il potere e creare un’architettura istituzionale che tutelasse le aspirazioni dei Nuer e delle altre minoranze etniche, rendendo il processo politico interno di risoluzione delle controversie complicato e scarno nei risultati.