13 GIUGNO 2018
La Tunisia tra stallo politico e persistente affanno dell’economia
DI Mohamed el-Khaddar

Il 20 marzo scorso, nel discorso tenuto in occasione del 62˚ anniversario dell’indipendenza, il Presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi ha auspicato un aggiornamento dell’Accordo di Cartagine, siglato nel 2016, e una revisione della legge elettorale in vista delle elezioni legislative previste per il 2019. Dietro questo annuncio si registra una presa d’atto di due questioni fondamentali. La prima riguarda le evidenti crepe nel Patto di Unità Nazionale siglato a Cartagine, l’accordo emerso dopo lo stallo post elezioni del 2014 per l’impossibilità di formare un governo, che ha fatto convergere le diverse forze politiche su un programma comune con lo scopo di risollevare le sorti di un Paese ancora in fase di transizione dopo le rivolte del 2011 e la caduta di Ben Ali. Il secondo aspetto attiene invece alla difficile situazione economica. In un passaggio del suo discorso, il Presidente ha sottolineato il continuo senso di delusione e frustrazione manifestato da buona parte dei tunisini in un difficile momento storico. Il motivo di questo richiamo è legato alla fragilità dell’accordo stesso, dal momento che il Patto di Unità Nazionale era fondamentale per superare lo stallo politico e certamente, in un primo momento, ha fatto scivolare in secondo piano le profonde diversità di visioni politiche tra i principali schieramenti politici. Tuttavia, di fronte a scelte politiche fondamentali, le divergenze sono emerse e hanno provocato l’uscita di alcuni partiti più piccoli dall’accordo. Tutte queste tensioni sono riemerse, rafforzate, all’indomani delle elezioni municipali tenute lo scorso 6 maggio, il cui significato, lungi dall’essere soltanto locale, ha influito sui rapporti di forza interni alla coalizione di governo, confermando la solidità della base elettorale del partito islamista Ennahda e la sempre più scarsa coesione della compagine laica di Nidaa Tounes. Mentre il processo di revisione dell’Accordo di Cartagine procede, a fasi alterne, sotto la guida di Essebsi e con evidenti frizioni tra i principali partiti e l’Esecutivo Chahed, la Tunisia si trova ad affrontare una delicata crisi politica che si sovrappone alle perduranti difficoltà in campo economico e sociale.

A sette anni dalle rivolte del 2011 e dall’avvio di una transizione democratica, oggi più di prima la società civile e gli osservatori internazionali si chiedono quanto sia matura la democrazia tunisina. Tra le righe, la richiesta del Presidente di un nuovo accordo di Cartagine, che significa riproporre, forse, un governo di Unità Nazionale per i prossimi anni, si basa proprio sul timore che le istituzioni democratiche non siano abbastanza solide da superare l’eventuale crisi politica post voto in un contesto di crisi economica profonda. Per comprendere la complessità attuale, al di là delle questioni procedurali che riguardano il processo democratico nella sua grammatica istituzionale, diventa fondamentale capire le profonde ragioni alla base del malessere sociale, e le sue possibili conseguenze sul processo di consolidamento democratico.

Nel Paese, nel corso degli ultimi due anni, sono scoppiati numerosi focolai di protesta, specialmente nella città di Kasserine al confine con l’Algeria, nella regione interna del Paese fuori dai grandi centri urbani, dove il disagio socio-economico di questi anni di crisi si è fatto più pesante. Le fasce di popolazione più povere e i giovani in particolare hanno protestato animatamente, anche con episodi di violenza urbana, proprio per inviare un messaggio chiaro alla classe politica che sembra essere incapace, dal loro punto di vista, di dare una risposta efficace alle richieste di lavoro e protezione sociale. Oggi l’economia tunisina vive una crescita sotto le aspettative per molte ragioni, tra le quali c’è il difficile contesto geo-politico della regione, in aggiunta a gravi problemi strutturali del Paese stesso, per affrontare i quali necessita di profonde riforme di medio-lungo periodo. Le politiche strutturali in campo economico e in materia di giustizia sono state centrali nelle proposte politiche avanzate dal Governo di Youssef Chahed fin dal 2016. Tuttavia, questo pacchetto di riforme, auspicato anche dalla Banca Mondiale per rendere il paese più attrattivo per gli investimenti, non ha visto la luce come era stato formulato in principio. Il compromesso in seno al Parlamento tra i diversi partiti, e la paura che queste politiche riducessero la spesa pubblica e si traducessero in una forma di austerity capace di fomentare nuove proteste di piazza, hanno prodotto riforme tanto morbide quanto poco incisive.

Solo nel novembre 2016, nel contesto della Conferenza “Tunisia 2020”, il governo ha sviluppato un piano quinquennale basato su riduzione della disoccupazione, green economy e sostenibilità dello sviluppo. L’obiettivo del piano era quello di riagganciare la crescita pre-crisi al 5% del Pil, portare la disoccupazione dal 15% al 11% e attuare un significativo taglio del debito pubblico. Certamente questa nuova progettualità economica, più sostenibile, anche se lodata da più parti, rimane una strategia lungimirante ma eccessivamente focalizzata sul lungo periodo, laddove al contrario la sfida principale per il governo e per l’intera classe dirigente resta quella di fornire, già nel breve periodo, risposte adeguate alla lotta contro le diseguaglianze e la povertà. La transizione è un processo che rischia di essere fragile se il contesto socio-economico rimane segnato da un malessere generalizzato come quello attuale. D’altronde, la mobilitazione popolare cui si è assistito negli ultimi anni è conseguenza diretta della situazione economica e politica. A fronte di una popolazione molto giovane (il 23% della popolazione è sotto i 14 anni, il 16% tra i 16 e i 24 anni, il 44,6% tra i 25 e i 54 anni), la disoccupazione totale si attesta al 15.2%, senza variazioni dal 2011, e la disoccupazione giovanile tocca un preoccupante 30%. Dunque, la lettura congiunta dei dati demografici e di alcuni indicatori economici tratteggiano una Tunisia ancora in forte difficoltà.

La mappa delle povertà tuttavia non è omogenea nel Paese. Anche se è diffusa la sensazione di uno stallo economico, costantemente confermato anche dai dati, il mercato del lavoro in Tunisia presenta sostanziali differenze regionali tra il nord e la costa, aree più ricche, e l’entroterra e le regioni meridionali, più poveri. Dunque, non deve stupire che le proteste di questi anni, anche violente, si siano verificate proprio in queste zone del Paese. Non riuscendo a varare politiche di welfare incisive nel breve periodo, i partiti uniti dal Patto di Cartagine hanno amplificato la percezione nella società di un crescente scollamento tra i bisogni del Paese e l’agenda del governo.

D’altronde, se dopo le elezioni del 2014 il Governo di Unità Nazionale ha assunto il compito di traghettare il Paese nella fase di transizione e perfezionare il processo di consolidamento democratico, la politica del compromesso, che ha visto governare in coalizione due partiti che rappresentano idee diametralmente diverse di vedere la società tunisina, in qualche misura ha alienato l’elettore medio. Infatti, i perni dell’esecutivo sono costituiti da Nidaa Tounes, partito che rappresenta anche una parte della vecchia politica, con diversi membri noti del regime di Ben Ali, e da Ennahda, formazione di ispirazione islamica, conservatrice, e fautrice di un progetto di società più tradizionale. Questa coalizione, fin dall’inizio della legislatura nel 2014 e ancor di più con l’accordo di Cartagine, ha prodotto politiche poco incisive per via del logorante compromesso tra posizioni contrastanti. La continua contrattazione ha indebolito entrambi i fronti, che hanno dovuto rinunciare per il Patto di Unità Nazionale alle loro battaglie politiche più identitarie. Inoltre, la mancanza di una opposizione forte e rappresentativa ha prodotto una percezione nella società tunisina di lontananza tra i governanti e i governati. Di fatto, solo il Fronte Popolare, cartello di ispirazione vagamente comunista, è rimasto fuori dal Patto, e il suo sostanziale isolamento ne ha indebolito la capacità di intercettare il disagio popolare e svolgere un maturo ruolo di opposizione.    

Nel complesso, la difficoltà dei partiti di governo di trovare ricette adatte a risolvere i problemi, la mancanza di politiche incisive e di rappresentanza politica hanno avuto come risultato la diffusione nell’opinione pubblica di una perdita di fiducia nella democrazia, percepita sempre più come mero rito di procedure, elezioni, nomine ed incarichi, ma senza la reale capacità di dare risposta ai problemi concreti. Inoltre, bisogna considerare che l’aumento della disillusione nei confronti della democrazia agevola un maggior grado di attrattività e di attecchimento per idee e ideologie contigue al radicalismo islamico. Infatti, la diffusione del salafismo soprattutto nelle zone interne del Paese è dovuta sia alle condizioni di povertà ma anche ad una mancanza di vicinanza dello Stato, che non viene percepito capace di garantire né sicurezza né prosperità.

Dunque, tutte queste ragioni appaiono sottese al tentativo, da parte del Presidente Essebsi, di rinnovare l’accordo di Cartagine per un rilancio dell’azione di governo che permetta sia di mettere in campo misure economiche efficaci, sia di restituire una qualche legittimità ai partiti. In questo senso, inoltre, si può leggere il riferimento del Capo dello Stato alla necessità di modificare la legge elettorale. Infatti, l’eventuale riproposizione di un governo di unità nazionale anche nella prossima legislatura, per quanto possa essere inteso come potenziale garanzia di stabilità da spendere di fronte agli investitori esteri, rischia al contempo di esasperare la crisi di consenso dei partiti e di accelerarne la trasformazione in una sfiducia generalizzata non solo verso la classe politica, ma anche e soprattutto verso i nuovi meccanismi democratici e l’architettura istituzionale emersi dalle rivolte del 2011.