21 MAGGIO 2018
Il significato delle elezioni locali in Tunisia tra sfiducia nei partiti e crisi economica
DI Giulia Lillo

Dopo ben sette anni di attesa, lo scorso 6 maggio i cittadini tunisini sono stati chiamati alle urne per eleggere i propri rappresentanti locali. Le elezioni amministrative appena tenutesi sono le prime dal 2011, anno che ha segnato una svolta per la Tunisia grazie alla caduta di Zine el-Abidine Ben Ali a seguito della Rivolta dei Gelsomini. Durante il governo dell’ex Presidente tunisino non erano previste elezioni per le istituzioni locali, e anche durante gli anni succedutisi dopo la sua caduta, durante i quali le elezioni sono state posticipate per quattro volte a causa di varie difficoltà all'interno dell'Alta Autorità Indipendente per le Elezioni (ISIE) e dei ritardi del governo nella stesura di un nuovo Codice sulle autorità locali, le autorità municipali venivano nominate direttamente dal Primo Ministro. Questa tornata elettorale rappresenta quindi un primo passo verso il rafforzamento della rappresentanza locale, specialmente nelle regioni più problematiche del Paese, in vista di una possibile attuazione di un solido processo di democratizzazione e di avviamento al decentramento del potere.

I risultati delle urne hanno evidenziato una netta vittoria a livello municipale degli islamisti moderati di Ennahda (155 comuni), seguiti dai candidati di diverse liste indipendenti (96 comuni) e dal partito di matrice laica Nidaa Tounes (83 comuni). Come già previsto dai sondaggi, il tasso di astensione si è rivelato estremamente alto, e i risultati ufficiali dell’ISIE hanno mostrato che la partecipazione totale ha raggiunto solo il 35,6 % degli elettori registrati, corrispondente nella pratica ad un elettore su tre. Le cause di un così marcato disimpegno da parte degli elettori derivano da diversi fattori e concause: in primo luogo, dalla mancanza di fiducia nei confronti del processo elettorale e nei due principali partiti, Ennahda e Nidaa Tounes; dalle disattese aspettative post-rivoluzionarie e dagli scarsi risultati politici ottenuti a distanza di otto anni dalla rivoluzione popolare, che hanno generato una forte disaffezione da parte dell’elettorato tunisino per via della persistente corruzione statale, del radicato clientelismo, delle persistenti disuguaglianze regionali; da ultimo, la disaffezione è veicolata anche dalla forte disoccupazione, specialmente giovanile, aggravata dalle misure di austerità introdotte all’inizio dell’anno e dai conseguenti aumenti sul carovita, generati anche dai tagli delle sovvenzioni statali richiesti dal Fondo Monetario Internazionale.

I vincitori dovranno quindi confrontarsi con una popolazione che ha perso in parte la propria fiducia nelle istituzioni e con quel tentativo di decentramento del potere che costituiva un elemento innovativo di questo voto e che dovrebbe portare ad uno sviluppo anche nelle regioni più marginalizzate. Oltre al forte tasso di astensionismo, il partito vincitore dovrà ora misurarsi con il successo ottenuto dalle liste indipendenti, composte da esponenti che non si riconoscono nei partiti e che hanno ottenuto la maggioranza dei voti a livello nazionale. Infatti, si è sorprendentemente verificato un boom dei consensi per le liste indipendenti (pari al 33%) soprattutto nelle aree periferiche del Paese, in cui i governi succedutisi negli anni non hanno apportato nessun miglioramento nel delicato ambito degli squilibri regionali.

Oltre al problema del deficit dei voti causato dall’astensionismo, viene fuori un altro dato degno di nota: l’esito elettorale, oltre alla vittoria delle liste indipendenti, mette in luce la sconfitta dei partiti, in primis Nidaa Tounes. Infatti, complessivamente, il partito a livello nazionale ha conquistato solo il 21% dei voti, rispetto al 29% ottenuto dal suo principale rivale Ennahda, con un crollo verticale rispetto all’oltre 37% dei consensi raccolti alle elezioni legislative del 2014. Sui deludenti esiti elettorali ottenuti da Nidaa Tounes pesano anche i mutevoli rapporti di forza interni. Infatti, il movimento fondato da Essebsi, il cui unico collante interno era rappresentato dalla condivisione del pensiero anti-islamista contro Ennahda, ha visto la propria litigiosità interna riaccendersi nel 2014, l’anno in cui il partito è finito a governare con Gannouchi per la formazione del Governo di Unità Nazionale. Questo ha portato Nidaa a perdere 21 seggi  per via della formazione del partito Machruu Tunes, generatosi a seguito di una scissione interna agevolata anche dal tentativo di Hafedh Caid Essebsi, figlio del Capo di Stato Beji Caid, di rendersi protagonista assoluto della guida del partito. Fatto ancora più significativo è che, nonostante Machruu Tunes abbia modificato la consistenza numerica di Nidaa in Parlamento, i suoi risultati elettorali del 6 maggio si sono rivelati comunque molto deludenti. Questo testimonia il fatto che gli elettori non hanno dato appoggio alla nuova fazione creatasi, bensì hanno chiaramente deciso di diminuire nettamente il proprio appoggio a Nidaa. Altro motivo di dissenso è lo schieramento nella compagine governativa del partito di Essebsi di ex esponenti del regime di Ben Ali, funzionali a riattivare quelle reti clientelari che avevano caratterizzato in profondità il Paese durante l’epoca di Ben Ali. D’altronde, venendo meno il fattore di coesione dato dalla retorica anti-islamista che lo ha portato al governo, per ritagliarsi uno spazio definitivo nel panorama politico tunisino il partito di Essebsi deve necessariamente esplorare nuove modalità per mantenere stabile il proprio consenso. In questo senso, Nidaa si trova oggi più che mai nella necessità di sviluppare stretti collegamenti con le vecchie e nuove élites del mondo dell’imprenditoria, della finanza e dell’industria.

Grazie al supporto degli ex membri del Raggruppamento Costituzionale Democratico (Rassamblement constitutionnel démocratique, RCD), gli Essebsi puntavano a rafforzare la loro posizione all’interno di Nidaa per affermarsi come determinanti punti di riferimento per il Paese. Questo ritorno ha portato anche alla promulgazione della legge di Riconciliazione Economica per la parziale amnistia di alcuni esponenti del vecchio regime. La proposta di tale provvedimento era stata inizialmente ritirata a seguito dell’insorgere di movimenti di protesta guidati dal movimento della società civile Manich Msamah (“Io non perdono”). A seguito di tali contestazioni, la legge è stata modificata lasciando in vigore solo le disposizioni relative all’amnistia per gli ex membri del partito di Ben Ali e non per i privati. Nonostante questa nuova misura abbia portato al reimpianto di quella classe dirigente che nel tempo aveva fortemente oppresso l’islamismo politico tunisino, Ennahda, anche in quella occasione, ha dato il proprio sostegno, votando quasi all’unanimità a favore del provvedimento. Questa scelta, seppur abbia portato a profondi contrasti interni al Consiglio della Shura, l’organo esecutivo del partito islamista tunisino, rispecchia il moderato percorso politico perseguito da Gannouchi, basato sull’abbandono delle posizioni più radicali in favore dell’apertura verso il compromesso. Quello di Gannouchi costituisce un processo di moderazione e “normalizzazione” dell’immagine del partito, che negli anni ha condotto Ennahda ad accettare tatticamente compromessi anche molto impegnativi sul piano ideologico, su tutti la decisione di privarsi dell’inserimento della legge coranica, la sharia, nella carta costituzionale, accettando così di rinunciare al legame tra politica e religione che caratterizza l’islamismo politico. Il piano di Gannouchi è quello di trasformare Ennahda in una forza di governo forte e affidabile, che garantisca stabilità al paese e che risulti credibile sia di fronte ai propri rivali che alla comunità internazionale.

Nonostante queste scelte abbiano sollevato ciclicamente malumori all’interno della leadership e della base di Ennahda, il successo ottenuto da Gannouchi durante questa tornata elettorale sembra indicare una tenuta di consensi. Infatti, il partito islamista ha ottenuto il 29% dei voti, in linea con il risultato alle politiche del 2014, quando si era attestato appena oltre il 27%. Tuttavia, va sottolineata la contrazione di voti in termini assoluti (poco più di 500.000 suffragi alle municipali, contro il quasi 1 milione raccolti nel 2014), su cui, ad ogni modo, ha influito anche l’alta astensione. Nel complesso, questo esito sembra confermare ancora una volta la capacità di adattamento di Ennahda al panorama politico per rimanere sulla scena e per poter sopravvivere all’interno del Governo di Unità Nazionale, si inserisce adesso in un contesto che vede ancora forti pretese ed aspettative da parte della popolazione tunisina, soprattutto all’interno del quadro del processo di decentralizzazione, atto a riallocare equamente le risorse e i poteri su tutto il territorio tunisino, tentando quindi di porre rimedio o perlomeno frenare le disparità regionali che hanno dato vita alle rivolte della Primavera Araba tunisina.