09 MARZO 2018
Geopolitical Weekly n. 283
DI Giulio Nizzo

Burkina Faso

Lo scorso 2 marzo, il Paese è stato vittima di un doppio attentato terroristico nella capitale Ouagadougou. I due attacchi, sferrati separatamente a distanza di poco tempo, hanno colpito l’ambasciata francese e il quartier generale delle Forze Armate. Inizialmente, un commando ha aperto il fuoco in un distretto centrale della città, dove si trovano, fra l’altro, anche uffici delle Nazioni Unite e l’ufficio del Primo Ministro, prima di dirigersi verso l’ambasciata francese ed essere, infine, neutralizzato dall’intervento delle forze di sicurezza. Contemporaneamente, nei pressi del quartier generale delle Forze Armate, è stata fatta esplodere un’autobomba, prima che un secondo commando facesse irruzione nell’edificio. Si ritiene che, complessivamente, gli attentati abbiano totalizzato almeno 25 morti e più di 80 feriti, fra soldati e civili, mentre nessun cittadino francese è stato ucciso.

Si tratta del terzo attentato che colpisce il Paese nel giro di tre anni, sempre nella capitale. Infatti, nel 2016 furono assaltati il ristorante Cappuccino e lo Splendid Hotel, mentre nel 2017 gli obbiettivi furono l’Hotel Bravia il ristorante  Aziz Istanbul, tutti luoghi frequentati in larga misura dall’élite politica nazionale e dai cittadini occidentali. Dunque, rispetto al passato, gli attentati della scorsa settimana hanno colpito target dall’alto valore simbolico e non luoghi di aggregazione, interrompendo un trend consolidato negli ultimi anni per quanto riguarda gli attacchi terroristici.

Infatti, a rivendicare l’attacco è stato il Gruppo per il Sostegno dell’Islam e dei Musulmani (GSIM), un’organizzazione terroristica nata di recente dalla federazione di al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), del Fronte di Liberazione del Macina (FLM), di al-Mourabitun e di Ansar al-Din.  La scelta di colpire i simboli del potere politico ed economico francese nel Paese non è casuale. Infatti, oltre ad essere l’antica madrepatria coloniale, la Francia continua ad esercitare un aforte influenza nel Sahel e in Africa Occidentale oltre ad essere impegnata, dal 2013, al contrasto dei gruppi jihadisti grazie alle operazioni militari Serval e Berkhane. 

Corea del Nord

Giovedì 8 marzo, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato di essere disponibile ad incontrare personalmente il leader nordcoreano Kim Jong-Un, per discutere l’eventuale denuclearizzazione della Penisola, nonché il futuro dei rapporti fra il regime Pyongyang e la Comunità Internazionale.  L’annuncio ha fatto seguito al colloquio con i due inviati della Corea del Sud, Chung Eui-yong, Direttore del National Security Office,  e il Capo del National Intelligence Service Suh Hoon, giunti a Washington dopo la visita effettuata in Corea del Nord, ad inizio settimana. Entrambi, infatti, erano parte della delegazione sudcoreana di alto livello che si è recata a Pyongyang e che ha incontrato Kim Jong- un. In quell’occasione il leader nordcoreano ha aperto alla possibilità di sospendere i test missilistici e la sperimentazione atomica a fronte di un’eventuale riapertura di un tavolo di trattativa con Washington, che preveda in cambio la revisione delle sanzioni imposte al regime e della presenza di basi militari statunitensi in Corea del Sud.

L’incontro tra Trump e Kim, che dovrebbe avvenire entro maggio in una località non ancora indicata, rappresenterebbe non solo un evento di portata storica, in quanto mai prima d’ora i leader dei due Paesi avevano acconsentito ad un colloquio bilaterale, ma anche un importante successo per gli sforzi della Corea del Sud nel ricercare una soluzione diplomatica le tensioni all’interno del Pacifico. Nonostante i buoni presupposti, l’effettiva sostenibilità del processo negoziale nel prossimo futuro dipenderà dalla volontà e dalla capacità della Casa Bianca di trovare un punto di incontro con il regime nordcoreano. Fino ad ora, infatti, Trump si è sempre dimostrato contrario a qualsiasi forma di concessione nei confronti della Corea del Nord e si è più volte spinto a sostenere un’azione muscolare preventiva per porre termine alla  minaccia nucleare nella Penisola coreana.

Sri Lanka

Martedì 6 marzo, il governo dello Sri Lanka ha imposto lo stato di emergenza nazionale, per la prima volta dal termine della guerra civile nel 2009. Il provvedimento è stata la risposta delle autorità di Colombo alle violenze scoppiate nel distretto di Kandy, nella parte centrale del Paese, tra un gruppo di nazionalisti buddisti e la comunità musulmana locale, che hanno portato alla morte di due persone e alla distruzione di case e attività commerciali appartenenti ai cittadini di religione islamica nelle principali cittadine dell’area. Lo stato di emergenza, che dovrebbe durare una decina di giorni, prevede lo schieramento delle Forze Armate nelle strade e l’istituzione del coprifuoco, per cercare di arginare i tafferugli ed evitare così il contagio a macchia di leopardo.

I rapporti tra la maggioranza buddista e la minoranza musulmana cingalese sono uno dei punti di maggior criticità per la stabilità interno dello Sri Lanka. Gli episodi dei giorni scorsi, infatti, sono solo l’ultimo esempio di una conflittualità interreligiosa alimentata dall’attività di proselitismo di gruppi nazionalisti buddisti, da sempre latenti tra la popolazione ma che si sono intensificati dopo il 2009. L’ex Presidente Mahinda Rajapaksa, in carica fino al 2015, aveva stretto un’alleanza politica con il National Heritage Party (Jathika Hela Urumaya), di matrice nazionalista cingalese e ispirato al socialismo buddista, in virtù della quale ha sempre adottato un atteggiamento tollerante nei confronti della campagna anti-musulmana all’interno del Paese.

Nonostante negli ultimi anni, dopo la sconfitta di Rajapaksa contro l’attuale Presidente Maithripala Sirisena, si sia registrata una riduzione del fenomeno, gli scontri di questa settimana lasciano trapelare come il sentimento contro la minoranza musulmana potrebbe tornare ad essere un punto dolente per il governo di Colombo. Questa tendenza troverebbe conferma nella vittoria alle elezioni municipale tenutesi lo scorso mese del partito Sri Lanka Podujana Peramuna (SLPP), appoggiato dell’ex Presidente, che ha raccolto circa il 44% delle preferenze.