23 FEBBRAIO 2018
I caschi blu e la sfida dei conflitti asimmetrici
DI Alessandra Giada Dibenedetto

Sin dalla sua fondazione nel 1948, l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) contribuisce a garantire la pace nel mondo attraverso numerose attività, tra queste hanno da sempre assunto particolare rilievo le operazioni di peacekeeping (PKO). I caschi blu intervengono, nel quadro del capitolo sesto dello Statuto dell’ONU,  in Paesi da poco usciti da un conflitto al fine di avviare un processo di stabilizzazione. Tali operazioni hanno più volte incontrato difficoltà di vario tipo, come ambienti poco favorevoli a un intervento di stampo internazionale o l’impossibilità di agire efficacemente date le risorse a diposizione. Nei peggiori dei casi, gli operatori di sicurezza hanno subito atti di violenza, in particolare gli anni tra il 1992 e il 1996 sono stati tra i più sanguinosi, contando circa 300 vittime tra il personale militare ONU. Se gli sviluppi successivi hanno mostrato un trend più positivo, i dati relativi agli ultimi quattro anni (2013-2017)  mostrano un preoccupante picco nel numero di vittime tra i caschi blu: circa 175. Di conseguenza, la leadership del Palazzo di Vetro ha deciso di investigare più approfonditamente quali possano essere le cause del recente aumento e ha incaricato il Generale dell’Esercito brasiliano a riposo Carlos Alberto dos Santos Cruz di redigere un report volto a studiare il caso. Il testo, pubblicato a dicembre 2017, è il risultato di numerose visite alle missioni ONU in Mali, nella Repubblica Centrafricana, nel Congo, e nel Sudan del Sud dove sono state raccolte informazioni e condotte interviste. E’ importate notare che le operazioni non sono state scelte a caso, bensì sono quelle che hanno registrato il maggior numero di vittime negli ultimi anni. Il report evidenzia le lacune presenti in alcune missioni di pace e propone delle raccomandazioni volte a incrementare la sicurezza degli operatori ONU.

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