15 DICEMBRE 2017
Geopolitical Weekly n. 278
DI Paolo Crippa e Matteo Ritucci

Iraq

Lo scorso 14 dicembre, il leader sciita iracheno Hadi al-Amiri ha ordinato all’ala militare del suo partito, l’Organizzazione Badr, di integrarsi pienamente nella catena di comando delle forze armate irachene, realizzando almeno nominalmente una scissione tra la formazione politica, che dispone di 22 seggi nel Parlamento di Baghdad, e la sua controparte paramilitare, che dal 2014 è stata una delle fazioni più importanti ed efficienti delle Forze di Mobilitazione Popolare (FMP), le milizie in gran parte sciite che hanno ricoperto un ruolo determinante nella lotta contro lo Stato Islamico (IS). Allo stesso modo, il giorno prima Qais al-Khazali, capo della potente milizia sciita irachena Asaib Ahl al-Haq (AAH), ha annunciato che il gruppo, anch’esso parte delle FMP, è disposto a integrarsi nelle forze armate irachene, lasciando intendere che di aver separato l’ala militare di AAH da quella politica.

Le mosse di Amiri e Khazali sono funzionali a partecipare alle prossime elezioni politiche, previste per la primavera del 2018, aggirando il possibile divieto di candidarsi ai leader miliziani. Inoltre, la scissione formale tra ramo politico e militare è una mossa volta a diluire il rapporto che sia Badr che AAH intrattengono con l’Iran e presentarsi come forze autenticamente irachene. Infatti, queste formazioni paramilitari da anni sono di fatto eterodirette dalla Forza Qods delle Guardie della Rivoluzione (Pasdaran) iraniane, guidata dal comandante Qassem Soleimani.

Ad ogni modo, i meriti acquisiti da Amiri e Khazali nella lotta all’IS e il grande seguito popolare che hanno raccolto costituiscono, in potenza, un capitale politico estremamente rilevante, che potrebbe rivelarsi decisivo per gli esiti delle prossime consultazioni elettorali.

 

Repubblica Democratica del Congo

Lo scorso 7 dicembre, presso la città di Beni, nella regione orientale del North Kivu, al confine con Uganda e Ruanda, si è verificato un pesante attacco ai danni di alcuni Caschi Blu delle Nazioni Unite. Durante uno scontro a fuoco durato più di quattro ore hanno perso la vita 10 militari tanzaniani della Forza di Pronto Intervento, un corpo d’élite integrata nel contingente di MONUSCO (Mission de l'Organisation des Nations unies pour la stabilisation en République démocratique du Congo), e 5 membri delle FARDC (Forces Armées de la République Démocratique du Congo). Si tratta del peggior attacco contro una missione ONU dal 1993. La MONUSCO, che dal suo arrivo in Congo nel 1999 ha registrato più di 300 vittime, è una missione delle Nazioni Unite impegnata nella stabilizzazione del Paese e nel contrasto alle milizie ribelli. Nonostante nel 2006 abbiano contribuito all’organizzazione e al controllo delle prime libere elezioni in Congo dopo 46 anni, i Caschi Blu non godrebbero del supporto delle tribù locali, che lamenterebbero di ricevere scarsa protezione, di subire ripetuti abusi da parte degli stessi militari e che percepiscono il contingente come una sorta di forza pretoriana internazionale che tutela il potere del Presidente Joseph Kabila.

Gli artefici dell’attacco del 7 dicembre sembrerebbero essere alcuni miliziani dell’ADF (Alleanza delle Forze Democratiche). Si tratta di un gruppo di ribelli islamisti, prevalentemente di etnia Bantu - Soga, reduci dalla guerra civile ugandese, che si sarebbero rifugiati in poche centinaia di unità nel vicino Congo Nord-Orientale.

Secondo altre fonti si tratterebbe invece di ribelli hutu ruandesi del gruppo FDLR (Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda), inviati sotto mentite spoglie dal Presidente della RDC Jospeh Kabila col preciso scopo di colpire la MONUSCO.

Il Presidente, che in un primo momento aveva accolto positivamente l’intervento dei Caschi Blu nel Paese, temerebbe che la presenza di un corpo straniero posto a tutela degli standard democratici possa ostacolare la sua volontà di prolungare la sua permanenza alla guida della Repubblica Democratica. Lo scorso aprile, infatti, Kabila aveva rilasciato una dichiarazione con chiari riferimenti al ruolo della MONUSCO, affermando che le prossime elezioni nella Repubblica Democratica dovranno essere gestite interamente dai congolesi, senza alcuna interferenza esterna.

L’attacco di Beni, al di là dell’accertamento della sua paternità, rappresenta l’ennesimo episodio di violenza all’interno di un Paese percorso, ormai da mesi, da venti di guerra civile a causa della reticenza di Kabila di porre fine al suo mandato e indire nuove elezioni.  

 

Siria

Lo scorso 11 dicembre il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha compiuto una visita a sorpresa presso la base aerea russa di Hmeimim, nell’ovest della Siria. Qui, alla presenza del Ministro della Difesa russo Serghiei Shoigu e del Presidente siriano Bashar Al Assad, ha annunciato il ritiro di una parte significativa del contingente russo dal territorio siriano. Dopo aver sottolineato il ruolo protagonista della Russia nella lotta contro lo Stato Islamico (IS), Putin ha affermato che le operazioni militari possono dirsi sostanzialmente concluse, dal momento che l’IS è stato messo in condizione di non nuocere e di non riorganizzarsi. Tuttavia, le Forze Armate di Mosca manterranno operative, in forma permanente, sia la base di Hmeimem, dove probabilmente resterà una parte degli assetti aerei, sia la base navale di Tartus.

L’annuncio del Presidente Putin si tradurrà probabilmente in una rimodulazione dell’impegno russo in Siria, dove acquisteranno preminenza le operazioni di stabilizzazione del territorio. D’altronde, già dai primi mesi di quest’anno il Cremlino ha fatto crescente ricorso alle forze di polizia militare nelle maggiori città del Paese, rispondendo all’esigenza di prevenire nuovi focolai di insorgenza nelle aree urbane.

Diverse sono le ragioni che hanno portato Putin ad annunciare il ritiro. Il richiamo delle truppe favorisce un’accelerazione della fase negoziale, in particolare del processo di Astana guidato da Mosca, tramite il quale si possono gestire le sorti delle restanti sacche di territorio occupate dai ribelli nell’ovest del Paese. Inoltre, dal punto di vista russo, l’annuncio della sconfitta dell’IS toglie legittimità alla presenza delle forze armate statunitensi nell’est della Siria, dal momento che Washington ha sempre giustificato il loro dispiegamento esclusivamente nell’ottica della lotta all’IS. Infine, occorre ricordare la volontà di Putin di evitare che un impegno militare troppo prolungato nel tempo si traduca in una perdita di consenso elettorale in vista delle prossime elezioni presidenziali, che si terranno nel marzo 2018.